
ANPI FROSINONE
“…dobbiamo dire con forza che questa sentenza ci spaventa”
di ANPI Frosinone
Non è nostro metodo né nostra abitudine commentare le sentenze della Magistratura, nemmeno quando questa si sustanzia in personaggi senza scrupoli di cui la nostra storia è piena. Dai magistrati fascisti che nella democrazia repubblicana condannavano i partigiani ai giudici ammazzasentenze che i più cresciuti di noi ricordano perfettamente, dai processi addomesticati come quello famigerato di Catanzaro degli anni ’70 fino all’attuale inquinamento mefitico dello stesso Consiglio superiore o le assoluzioni di mandanti, tramiti ed esecutori di vergogne come quella che, dichiarata inesistente, va sotto il nome di “trattativa Stato-mafia”, da Ustica a Bologna a Piazza Fontana le cicatrici che il nostro povero cuoio democratico colleziona ricoprono ormai tutta la coscienza.
Che ancora resiste, ma sempre più provata, fragile, scricchiolante.
Quella che condanna Mimmo Lucano, però, è una sentenza che oltre ad uccidere un uomo mortificandone le buone intenzioni e le pratiche coraggiose, spazza via un modo di pensare, un “modello” (senza fraintendimenti, per favore!) alternativo all’egoismo rampante che ormai egemonizza le solitudini disperate di quel “popolo” senza identità. E per questo, pur non rinunciando alla caparbia difesa del rispetto per le Istituzioni, perfino quando sono occupate da funzionari con dubbia fede democratica e ancor più dubbia lealtà costituzionale (parliamo in generale, s’intende), dobbiamo dire con forza che questa sentenza ci spaventa.
Ci spaventa per molte ragioni. Intanto perché è uno di quei rarissimi casi in cui il giudice aumenta, fin quasi a raddoppiarla, la pena rispetto alla richiesta del PM, peraltro non sospetto di simpatia alcuna per l’imputato. Poi perché la suddetta pena, che a quanto pare è stata comminata per illeciti amministrativi (niente ‘ndrangheta, niente delinquenza organizzata, niente droga, niente ladrocinii o concussioni o corruzione o vantaggi personali) compiuti con le migliori intenzioni (e, sia detto senza tentennamenti, con i migliori risultati).
Certo, nessuna emergenza umanitaria giustifica l’elusione della legge, quella si elude impunemente solo per evadere il fisco e cose simili. Così come si va ai domiciliari e poi a piede libero se da assessori alla sicurezza si spara e uccide un negro ubriaco che dà fastidio. Tuttavia, queste emergenze dovrebbero rappresentare un’attenuante, non un’aggravante, a meno che non si consideri riprovevole aiutare, come si può e come si sa, gente al limite della sopravvivenza.
Nessun buonismo, sia chiaro. Solo paura. Lo sappiamo, è un termine sconveniente, in tempi in cui tutto è muscolare, macho e romanamente indomito, solo pronunciare la parola “paura” ti iscrive immediatamente al registro degli sfigati, senza possibilità di remissione o riscatto.
Ma non possiamo farci nulla: se un tribunale della Repubblica italiana, nella sua piena autonomia come è giusto che sia, non sappiamo se anche nella totale terzietà, in una terra dove non si è riusciti nemmeno ad organizzare uno straccio di piano sanitario anti-covid con piena sorpresa del commissario ad acta che scopriva in televisione che avrebbe dovuto provvedere lui a quello che lamentava non ci fosse, in una terra dove il contropotere criminale fa strame dello Stato, della civiltà, della gente e dei suoi diritti, dove si governa impunemente a suon di intimidazioni e ricatti, dove forze ed idee positive e propositive vengono espulse o schiacciate con metodica serietà, sente giusto condannare un tizio che, assumendosi un ruolo forse più grande di lui, senza coperture alle spalle, convinto di far bene e di far del bene ha speso i soldi di un progetto solidale per un altro progetto solidale e viceversa, e condannarlo a trediciannieduemesi (!), che è molto di più di quanto prende uno che ammazza la moglie, noi abbiamo paura.
Abbiamo paura perché lo Stato, che non perde occasione per parlare di nobili e commoventi propositi di fratellanza, di
ecumenica convivenza, di incontri felici fra culture e bisogni di uomini e donne diversissimi fra loro e perciò uguali nei diritti, si esprime in questo modo rivelando più che un carattere un indirizzo, peraltro esattamente opposto a quello disegnato dalla Costituzione “più bella del mondo”, abbiamo paura.
Pur avendo attraversato gli anni bui del piombo, degli scandali, dei golpe più o meno palesi, delle non metaforiche “mani sulla città” (dove la città è la società tutta, il territorio tutto, i diritti tutti, le risorse tutte), non possiamo essere sereni spettatori di questo dirottamento.
Quando si iniziarono a produrre provvedimenti di modifica in senso restrittivo delle forme della partecipazione e della delega – in sostanza dell’esercizio della cittadinanza – a seguito dei processi per corruzione di buona parte della politica nazionale, ci premurammo di avvertire che con la scusa dell’acqua sporca si stava tentando di gettare nella fogna il bambino. Il tentativo riuscì, l’acqua sporca ha continuato a puzzare e produrre malattie, il bambino non c’è più e ci si consola con l’aglietto della lamentela e, quando capita, del voto di vendetta. Sterili tutti e due, ma aspettando Godot non si può far altro.
E come tutti sappiamo, Godot non arriverà.
Per questo, e per altre mille ragioni, siamo convinti che questa volta si debba manifestare dissenso. Dissenso pieno non solo verso una sentenza che non rappresenta la civiltà che gli Italiani seri sono impegnati a costruire, ma ancor più verso il “modello” che questa contribuirebbe a far accettare.
Il calvario di Mimmo Lucano non finisce qui. Ci saranno appelli e contrappelli, e lui non ha nemmeno i mezzi necessari a pagare avvocati all’altezza, visto che conduce una vita definita “frugale” da chi sa e sa dire. Ma deve sentire il sostegno, la forza di chi spartirebbe volentieri con lui la pena, di chi piange oggi, insieme al consumarsi di una tragedia personale, la caduta di una speranza di alternativa alla vigliacca e fascista organizzazione dei privilegi di chi oggi esulta e si candida a prendere il potere per perfezionare il regime di intolleranza, di razzismo, di perbenismo da quattro soldi.
Va sostenuto ogni sforzo per opporsi a questa che non è una deriva ma un progetto che poggia su basi assai più ampie e complesse di quanto appaia a chi guarda solo fino al suo naso.
Niente retorica, quindi, Siamo saturi di dichiarazioni politicamente corrette e socialmente devastanti, di rese senza condizioni spacciate per propensione al confronto. Serve mobilitare le forze sane con tutti i mezzi leciti che la democrazia e la Costituzione mettono a disposizione, perché la posta è molto più alta della già enorme questione della dignità e della libertà del nostro Mimmo Lucano.
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