STORIA DELl ‘900

L’URSS pagò caro l’attacco hitleriano in quelle terre: 25-26 milioni di morti

di Aldo Pirone
LabominevoleOperazioneBarbarossa 390 minOttanta anni fa alle prime ore del mattino la Germania di Hitler attaccò l’Unione Sovietica. L’aggressione militare denominata in codice “Operazione Barbarossa” doveva, nei piani dei nazifascisti, mettere in ginocchio l’Armata Rossa di Stalin in poche settimane. Non andò così, per fortuna di tutta l’umanità. La guerra scoppiata in Europa ventidue mesi prima, con l’attacco all’Urss fece un altro grande passo verso est e l’Asia. Sei mesi dopo, con l’aggressione giapponese agli Stati Uniti, sarebbe divenuta pienamente mondiale.

L’Unione Sovietica pagò caro l’attacco hitleriano e la guerra di sterminio nazifascista che la Germania, con Mussolini al seguito, condusse in quelle terre: 25-26 milioni di morti, circa la metà di tutte le vittime militari e civili del secondo conflitto mondiale. Inoltre, sostenne quasi tutto il peso della guerra antifascista in Europa per tre anni, prima dello sbarco angloamericano in Normandia che aprì il secondo fronte. Tale, infatti, non era ritenuto da Stalin e Roosevelt quello italiano aperto nel luglio del ’43. Le prime settimane di guerra furono catastrofiche per i sovietici. L’avanzata nazista fu come una lama che affondava nel burro delle difese sovietiche.

Una delle domande su cui gli storici ancora s’interrogano, è perché Stalin si fece sorprendere da Hitler. Perché, lui così diffidente verso tutto e tutti, chiuse gli occhi? Non solo di fronte alle informazioni che gli vennero dagli americani e dall’inglese Churchill in persona sull’attacco imminente, ma anche dallo spionaggio sovietico, in particolare da Richard Sorge che da Tokyo aveva provveduto a comunicare il giorno dall’aggressione nazista: “L’attacco inizierà il 20 giugno, è possibile un giorno o due di ritardo”.

La risposta all’interrogativo sta proprio nella diffidenza che Stalin aveva nei confronti di Francia e Inghilterra dopo Monaco. Quella diffidenza, non infondata, che l’aveva spinto al Patto di non aggressione con Hitler nell’agosto del ’39. Credeva ancora che l’Inghilterra lo volesse sospingere alla guerra con la Germania per toglierle “le castagne dal fuoco”. Per questo tutti gli avvertimenti che gli vennero dagli inglesi e dagli americani sull’imminente aggressione nazista li prese come provocazioni e nascose anche a se stesso quelle provenienti dal comunista Sorge.

Ma non fu solo questione di diffidenza personale che, del resto, non venne esercitata nella stessa misura nei confronti di Hitler le cui intenzioni verso l’est slavo e comunista erano già tutte scritte ed evidenti nel suo “Mein Kampf” e della cui parola non era proprio il caso di fidarsi. Sbagliata era l’analisi politica. L’Inghilterra di Churchill non era più quella di Monaco e di Chamberlain, stava combattendo da sola con l’aiuto materiale americano il nazifascismo e aveva già respinto le profferte di pace fattegli da Hitler subito dopo l’abbattimento della Francia e l’occupazione dell’Europa con la blitz krieg.

Inoltre, ammessa e non concessa la giustezza della sua diffidenza verso gli avvertimenti che gli giungevano, perché chiuse gli occhi di fronte all’ammassamento ai confini sovietici di tre milioni e mezzo di soldati distribuito in 147 divisioni superbamente armate ed equipaggiate?

La sparizione di Stalin per dieci giorni dalla plancia del comando politico e militare sovietico fu dovuta al crollo improvviso e inaspettato della sua strategia fondata sulla tenuta, almeno per un altro po’ di tempo, del Patto del ’39 che aveva trattenuto l’Urss fuori della guerra. Quel crollo fu anche psichico e fisico. Il suo errore fu di aver scambiato la tattica per la strategia. Infatti, se tatticamente il “patto di non aggressione” fu in qualche modo giustificato sul piano della politica statale di fronte alle arrendevolezze anglofrancesi e alle successive loro svogliatezze (missione militare a Mosca nell’agosto del ’39) a stringere un accordo antinazista, non poteva, però, essere inteso come strategico, né, tanto meno, come tale il suo successivo rafforzamento con il patto di amicizia con la Germania nazista di fine settembre ’39. Per non parlare della sottomissione ideologica (la guerra intesa come scontro tra banditi imperialisti) a quella politica cui obbligò il Komintern e i partiti comunisti, lacerandoli e dividendoli per lunghi mesi ed emarginandoli dagli altri partiti antifascisti europei. Paradossalmente provvide l’“Operazione Barbarossa” a riportare sulla giusta strada strategica dell’antifascismo il movimento comunista.

Alla sorpresa dell’attacco nazista e alle sue prime devastanti vittorie, bisogna aggiungere, come causa, anche l’impreparazione tecnica e strategica dell’Armata Rossa dovuta essenzialmente alle purghe staliniane del ’38 che l’avevano decapitata e privata dei suoi migliori generali e marescialli e di migliaia di ufficiali. Tutto fu superato in seguito, ma il costo umano e materiale sopportato dal popolo sovietico per quella “sorpresa” non può essere dimenticato ed è tutto a carico del dittatore georgiano.

Stalin, superato il primo abbattimento, seppe impostare politicamente bene il conflitto come “grande guerra patriotica” rivolgendosi ai “fratelli e sorelle” sovietici e incoraggiando i comunisti di tutto il mondo a unirsi a tutte le forze antifasciste nei “Fronti nazionali” antifascisti. Egli guidò con mano ferma la guerra, avvalendosi di nuovi generali come Zukov, Koniev, Ciuikov, Rokossovskij, Timoshenko e altri. Fra i comunisti più stalinisti di Stalin, ci fu chi, per giustificare ideologicamente l’atteggiamento tenuto dall’Urss e dal Komintern prima dell’operazione “Barbarossa”, sostenne che la guerra divenne antifascista solo dopo l’aggressione all’Urss. Fu Stalin stesso a tagliare corto con questo giustificazionismo balordo a posteriori, dicendo che quel carattere fu chiaro fin dall’inizio dell’aggressione alla Polonia. Disse anche che l’attacco nazista se l’aspettava, ma lo aveva previsto per il 1942. Sta di fatto che in quel giugno del ’41 chiuse gli occhi anche di fronte all’evidenza.

Contrappasso alla sua innata diffidenza.

Di Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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