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Rivolti ai Balcani. Rete dei diritti lungo la “rotta balcanica”
di Lisa Ferraris
Venerdì 27 e giovedì 28 novembre è stata presentata a Triste, in una due giorni di dibattiti on-line la rata Rivolti ai Balcani in cui si è presentato un rapporto informativo e di denuncia sulla situazione di grave violazione dei diritti umani di cui i migranti sono vittime lungo il loro cammino tra Grecia, Serbia, Bosnia, Macedonia, Croazia, Jugoslavia fino ad arrivare a Trieste, in genere la prima tappa italiana in cui arriva chi decide di percorrere quello che ormai è conosciuto con il termine “the game”.
Rivolti ai Balcani si presenta, quindi, come una rete di cui fanno parte più di 30 associazioni operanti in diversi settori nei vari paesi lungo la rotta.
La rotta balcanica di cui si è parlato per un certo periodo, dopo il precipitare della situazione al confine tra Grecia e Turchia, è una delle rotte principali dell’immigrazione, ma mentre, giustamente, si da importanza alla situazione del Mediterraneo, su quello che succede nei Paesi dell’est Europa vi è un silenzio omertoso e complice da parte dell’Unione europea e dell’Italia recentemente coinvolta, in particolare, in respingimenti illegali dei migranti verso la Jugoslavia.
“..la rotta balcanica è una delle principali vie di accesso all’Unione europea per i migranti, in particolare per i rifugiati: siriani, afgani, iracheni e pachistani che passano da qui e rientrano tutti nella convenzione di Ginevra o comunque, tra coloro che possono ottenere una protezione umanitaria, eppure non se ne parla.” Gianfranco Schiavone (ASGI) per Altreconomia.
Durante la giornata del 27, i vari ospiti hanno raccontato la situazione di intransigenza europea che in particolare coinvolge paesi come l’Ungheria, la Croazia, la Grecia come anche l’Italia e Malta.
L’avvocato Anna Brambilla (ASGI) ha fornito i dati delle riammissioni informali (o pusch back di massa) praticate dall’Italia verso la Slovenia: dal gennaio ad agosto di quest’anno sono state 852, oltre il doppio rispetto all’anno precedente 500 delle quali a seguita di un apposita direttiva ministeriale di quella primavera di cui l’opinione pubblica non è informata e un ulteriore dato che è quello dei respingimenti dalla Croazia verso la Bosnia documentati dal maggio 2019, oltre 21.400.
“Il convegno è rivolto all’Europa al fine di aggiungere ulteriori elementi affinché le politiche sull’immigrazione e sull’asilo possano cambiare per poter garantire a tutte le persone migranti il rispetto dei diritti e restituire loro la dignità che meritano. Sulla rotta balcanica si incontrano intere famiglie, donne e bambini, che non possono essere lasciati soli, senza diritti e tutele. Persone davanti alle quali non possiamo restare indifferenti.” Sabrina Morea coordinatrice del festival Spaesati.
I meccanismi di respingimento attuati dai paesi coinvolti sono brutali e molto spesso illegali, meccanismi di cui l’Italia ha scelto di essere complice.
Per fermare le persone in arrivo dalla rotta balcanica le autorità italiane in accordo con quelle slovene hanno posto in essere una crescente militarizzazione della frontiera interna attraverso l’utilizzo di pattuglie, di droni e di rilevatori termici.
Le persone che vivono nei centri di accoglienza, campi o tendopoli molto spesso, sono colpite particolarmente in questo periodo di emergenza Covid, entrano in un limbo senza via di fuga e nelle strutture non è presente alcuna associazione in grado di tutelare i loro diritti, vengono considerati un pericolo per la salute pubblica.
All’interno dei campi vengono, quindi, lasciati a loro stessi, in tende o container in cui vengono ammassati,
senza nessun tipo di protezione dal virus, senza nessun tipo di servizio o assistenza, non sono state accolte nessuna delle richieste di registrazione e non è tenuta nessuna statistica reale della diffusione del Covid all’interno delle strutture.
A causa della non accettazione delle domande come richiedenti asilo rimangono fuori dai campi migliaia di persone che vivono tra i boschi e in edifici abbandonati in perenne condizione di fuga, sottoposte a torture (percosse, elettricità, acqua fredda o calda, morsi di cani) e da persecuzioni da parte dei militari e dalla polizia di frontiera.
Spesso vengono tolte loro le scarpe in modo che non possano continuare il cammino verso l’Italia o comunque l’Europa del centro nord.
In questo contesto in particolare vengono resi invisibili i minori, accompagnati o non accompagnati, poiché nel gioco dei respingimenti e non accettazione delle domande, vengono loro tolti o falsificati i dati in modo da apparire maggiorenni e quindi non in particolare stato di vulnerabilità.
Sono state raccolte diverse testimonianze di persone minori, persone disabili o comunque con delle vulnerabilità riconosciute a livello internazionale che non vengono tutelate o accolte secondo i regolamenti internazionali, per i quali è prevista la figura di un tutore a livello legale, a cui la persona ritenuta vulnerabile avrebbe diritto.
Questa situazione nonostante le denunce da parte delle associazioni, continua non solo a perpetrarsi, ma a peggiorare.
“Quello che sta succedendo nei paesi balcanici è il crollo del sistema giuridico europeo” afferma Gianfranco Schiavone “potrebbe sembrare un’affermazione enfatica, ma è sempre più vera, perché quello che vediamo è una sistematica violazione delle normative all’interno dell’Unione europea e all’interno dei singoli paesi, attuato in modo sempre più spregiudicato.
Le frontiere, ne interne, ne esterne, possono essere ritenute luoghi di democrazia sospesa. Oggi questa è la sfida principale dell’ordinamento democratico dell’Unione europea. Bisogna attuare un piano di monitoraggio in modo che queste violazioni illegali vengano interrotte immediatamente.”
“il nuovo patto europeo sull’immigrazione e l’asilo purtroppo riflette la tendenza degli ultimi anni in materia di immigrazione e asilo, che si sono concretizzate anche nelle pratiche illegali illegittime di riammissioni a catena dall’Italia alla Slovenia e fino alla Bosnia.” dichiara Pietro Bartolo “Con queste procedure di riammissione non si fa altro che negare alle persone, che di fatto vengono respinte al di fuori del nostro paese, il diritto di chiedere protezione internazionale.
Queste pratiche nascoste e sotterranee ricordano quello che avviene nel Mediterraneo tra Italia e Malta dove troppo spesso si aspetta a intervenire aspettando che infine intervenga la guardia costiera libica.
Se il nostro obbiettivo è quello di rimettere al centro la questione dei diritti, non possiamo pensare di creare un sistema, come propone la commissione europea, orientata all’aumento di rimpatri e delle riammissioni, più che alla tutela dei diritti fondamentali.”
“Il 900 ci ha lasciato un importante e tragico insegnamento” dichiara il Professor Spitaleri del Dipartimento
Scienze Giuridiche “Ciò che accade nei Balcani, accade in Europa.
Una persona quando manifesta l’intenzione di chiedere protezione internazionale, da quel momento deve essere considerata un richiedente asilo e se deve essere trasferita questo deve evvenire secondo le regole dell’Unione europea in materia di diritto d’asilo”.
Giuseppe Mazzini diceva: “I popoli si redimono con la coscienza di una missione speciale fondata e affidata a ciascuno di essi.”
Gli stati membri dell’Unione europea e quelli che hanno aderito alla convenzione europea per i diritti dell’uomo, hanno condiviso e condividono una missione speciale, che è quella di rispettare e di far rispettare un catalogo di diritti fondamentali.
Soprattutto tra questi il divieto di tortura e di trattamenti umani degradanti. Questo divieto, per altro, è cosa nota, fa parte del così detto nocciolo dei diritti fondamentali, che non possono essere derogati, neppure in caso di stato d’urgenza.
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