25 novembre 2020
Una giornata che non dovrebbe esistere
di Emanuela Piroli
Il 25 novembre, “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, è una giornata che non dovrebbe esistere.
Spero che un giorno di possa festeggiare una Giornata mondiale di “Liberazione delle donne dalla violenza”, ma guardando i dati, anche solo di casa nostra, mi rendo conto che questo giorno è lontanissimo.
Sono tante le forme di violenza che subiamo, fisica e psicologica, diretta e subdola, in ogni luogo. A casa, a lavoro, per strada, sui giornali, sul web. Umiliate, picchiate, violentate, stalkerizzate, colpevolizzate, insultate, sminuite nei ruoli che ricopriamo in società, uccise.
Si tratta di violazione dei diritti umani.
In questo periodo di emergenza sanitaria, causata dalla pandemia da Covid 19, la situazione è peggiorata. C’è soprattutto un dato che fa paura, l’aumento del 119,6% delle denunce per violenza domestica.
Così, molte donne, anziché sentirsi al sicuro nelle proprie case, sono ancora più in pericolo e più sole, costrette ad una convivenza forzata con il nemico. In 89 giorni di lockdown forzato è morta una donna ogni due giorni, uccisa da un familiare. Un dramma nel dramma.
Una realtà sottostimata, sottovalutata e ridimensionata da stereotipi culturali da cui non riusciamo a liberarci. Una società maschilista in cui predominano il possesso e la prevaricazione. Dove la superficialità e l’indifferenza sono il male maggiore e noi donne, a volte, troppo spesso, non riusciamo a fare squadra, diventando complici inconsapevoli.
Casi recenti ed eclatanti sono le violenze sessuali seriali praticate da un noto imprenditore, la successiva gogna mediatica a danno della vittima perpetrata da discutibili “giornalisti”e il revenge porn di cui è stata vittima una maestra. Casi noti perché finiti sui canali mediatici, ma tutt’altro che unici e isolati.
Bisogna dare peso anche alle parole.
Sono tante le esperienze personali che potrei riportare, l’ultima è stata la prova di quanto lavoro ci sia ancora da fare. Durante la campagna elettorale a cui ho partecipato, una frase ricorrente è stata:”I candidati so Tizio, Caio e poi ci sta ch’ella femmina, ma ando’ va!”.
Certo, una femmina sola, con la complicità e il sostegno di donne e uomini un po’ matti, ma senza uno “sponsor” maschile di rilievo, dove pretende di arrivare?
Ecco l’importanza delle parole, solo condannando e non assecondando certi atteggiamenti , certe “battute”, che non sono solo di cattivo gusto, ma indicano disprezzo, possiamo vincere una battaglia che è prima di tutto culturale.
Non è sufficiente indignarsi, impietosirsi di fronte alle donne e ai corpi abusati, non è sufficiente dire basta, ma bisogna agire a tutti i livelli, e le istituzioni devono avere un ruolo centrale.
Le parole d’ordine sono:
Educare i nostri bambini a partire dalla prima infanzia, sensibilizzare, denunciare, difendere, sostenere, contrastare il disagio sociale, promuovere le pari opportunità anche economicamente, potenziare i centri antiviolenza, condannare e punire.
E soprattutto bisogna unire le forze tutti, donne e uomini veri.
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