Noisiamoumani 350 min

 Italy Must ActNoisiamoumani 350 min

One Bridge to Idomeni (Un ponte per Idomenei)

Lisa Ferraris intervista Giulio Saturni

Co-fondatore di One Bridge To Idomeni (OBTI)
E attivista Italy Must Act
Giulio Saturni vive a Verona ed è il fondatore di One Bridge to Idomeni l’associazione che oggi aiuta i profughi accampati a Idomeni, il più grande campo profughi d’Europa.

Giulio Saturni min min

Agli inizi: cosa è successo a Idomeni, come avete iniziato, di che cosa vi occupavate?
Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 l’Europa fu interessata da un vero e proprio esodo di rifugiati provenienti in gran parte dalla Siria. In quel periodo ci furono due eventi che segnarono profondamente il destino di queste persone. Il primo fu la vicenda del piccolo Aylan Kurdi di Kobane in Siria, ritrovato morto nelle spiagge turche dopo che il Canada si era rifiutato di riconoscere alla sua famiglia il visto umanitario.
A pochi giorni dal quel tragico evento, un altro evento scosse l’Europa intera: l’esodo di centinaia di migliaia di persone siriane che a piedi hanno percorso l’autostrada che collega Budapest a Vianne ci ha riportati indietro nel tempo agli esodi degli anni Novanta nell’ex Yugoslavia o, peggio ancora, a quello degli ebrei durante i pogrom.
Foto3 profughi in fuga da Idomeni
Per fermare questo esodo, nel marzo del 2016 venne sottoscritto un accordo tra Europa e Turchia per fermare (o quantomeno ridurre drasticamente) il flusso di migranti e rifugiati che, in assenza di corridoi umanitari sicuri, raggiungeva con ogni mezzo disponibile l’Europa attraversando il Mar Egeo per proseguire il loro viaggio lungo la rotta balcanica (si contarono più di 850.000 migranti nel solo 2015).
All’indomani di quell’accordo, Idomeni, piccolo paese greco al confine con la Macedonia, che già ospitava un centro di transito per migranti, si è trasformato nel più grande campo profughi d’Europa dopo la seconda guerra mondiale.
Di fronte a questa ennesima tragedia e al rifiuto dell’Europa di accogliere queste persone, a Idomeni giungono in brevissimo tempo centinaia di migliaia di tende che giovani e meno giovani da tutta Europa decidono di donare come segno di solidarietà per quei migranti che, oltre ad aver lasciato il proprio paese, i propri cari e i propri averi, avevano pure perso la speranza di giungere in terra europea, alla disperata ricerca di un porto sicuro.
Fu in quel momento che decisi di partire per Idomeni. Radunai subito i ragazzi scout che avevo appena lasciato, per organizzare assieme a loro il viaggio per raggiungere Idomeni. Partimmo a fine marzo in cinque. Con me scesero Jacopo, Edoardo, Martina e Nicola.
Da quel giorno non abbiamo più smesso di percorrere la rotta balcanica in aiuto e sostegno agli accampamenti spontanei che negli anni sono sorti in Grecia, Serbia e Bosnia-Herzegovina. Da cinque che eravamo, ad oggi sono più di 200 i volontari di OBTI che sono scesi lungo la rotta. Quello che facciamo è portare aiuti di tipo materiale (scarpe, vestiti, cellulari, ecc.) e materiale acquistato direttamente sul posto (es. legna, cibo, medicinali), ma anche fondi di tipo economico per attivare e sostenere progetti direttamente sul posto in collaborazione con altre associazioni. In questi anni, in base alle esigenze riscontrate nelle diverse tappe della rotta, ci siamo occupati di diversi progetti: dalla realizzazione di campi da gioco, stufe, panche e tavoli alla preparazione e distribuzione dei pasti o all’organizzazione di corsi di italiano e inglese.

Cos’è la rotta balcanica: cos’è il game?
In assenza di corridoi umanitari sicuri e/o accessi a visti lavorativi, le persone migranti sono costrette a intraprendere un viaggio che può durare anni.
Quanto arrivano al confine con l’Europa si trovano di fronte ad un muro sempre più difficile da superare. I migranti lo chiamano “The Game” (il gioco), che poi proprio un gioco non è. Tutt’altro, perché il Game è molto pericoloso. Il ‘gioco’ consiste nell’attraversare i confini dei Paesi balcanici per cercare di entrare in territorio europeo, vera meta finale, percorrendo sentieri impervi, evitando fili spinati, barriere, telecamere termiche, droni, polizia, manganelli e forze armate.
Superare il “game” ha un elevato costo sia in termini umani sia in termini economici. I migranti, contro ogni convenzione internazionale, vengono sistematicamente violentati e umiliati dalla polizia di frontiera croata-europea. L’ultimo caso venuto alla ribalta è del maggio scorso quando laMigranti contro filo spinato min Polizia croata è stata accusata di “marchiare” i migranti con vernice arancione depredandoli anche del cellulare, dei vestiti o delle scarpe. Questo genere di violenze e umiliazioni (ormai all’ordine del giorno) può portare delle conseguenze psicologiche irreparabili alle persone che subiscono questi soprusi.
Per cercare di superare le frontiere lungo la rotta balcanica è peraltro nata una florida rete di trafficanti, detti anche “passeur”. Più il “game” si fa duro, e più il prezzo si alza. Per farsi un’idea, un viaggio dal Pakistan all’Italia oggi può costare dagli 8.000 euro ai 12.000 euro. Molti migranti ci hanno confidato che, se avessero saputo a cosa sarebbero andati incontro, non sarebbero mai partiti. C’è chi ha venduto la casa e chi si è indebitato pur di partire per tentare la fortuna e dare un futuro più dignitoso alle loro famiglie. Il primo pensiero di chi riesce a raggiungere l’Europa è quello di saldare il debito. impresa per nulla semplice, come potete immaginare. Al posto di tentare la fortuna mediante un visto temporaneo e un biglietto aereo di a/r acquistabile con meno di 1.000 euro, queste persone diventano facili prede per il mercato nero del lavoro.

Lungo la rotta balcanica è nata una rete solidale, One Bridge to Idomeni collabora con altre associazioni in diversi progetti. L’ultimo è il progetto Grecia.
In questi quattro anni sono parecchie le associazioni con cui abbiamo collaborato lungo la rotta. Penso in particolar modo all’associazione Hot food Idomeni con cui abbiamo iniziato a collaborare prima a Idomeni e poi alle Barraks di Belgrado, ma importanti sono state pure le intese con No Name Kichen a Sid, in Serbia e a Velika Kladusa, in Bosnia, e con Aid Brigate di Sarajevo. In questi anni le nostre missioni estere sono state purtroppo sempre brevi e precarie. Le condizioni ambientali e sociali in cui operavamo, infatti, erano molto instabili e dipendevano spesso da come il governo locale reagiva alle nostre azioni di supporto ai migranti (che andavano dalla distribuzione di cibo e all’allestimenti di piccoli rifugi di fortuna).
Nel 2019 subimmo probabilmente il colpo più duro. Dopo mesi di preparazione decidemmo di supportare Aid Brigade (associazione lussemburghese) nell’apertura di un Comunity Center a Sarajevo, un centro dove i migranti potevano venire a consumare un piatto caldo, o semplicemente per stare insieme o per seguire una lezione di lingua. Il centro fu aperto a gennaio.
A giugno, quando eravamo in procinto di aprirne uno più grande e più confortevole, le autorità locali, senza nessuna motivazione ufficiale, decisero di vietarne per sempre l’apertura. Dopo questa esperienza, decidemmo che, per continuare nelle nostre attività di supporto, avremmo dovuto individuare un progetto più stabile e sicuro.
Fu così che assieme alla Luna di Vasilika e ai loro amici di Aletheia (un’associazione svizzera che assieme alla Luna operano in Grecia da quattro anni), decidemmo di aprire un nuovo Comunity Center fuori dal campo profughi di Corinto, in Grecia.
Oggi il centro è frequentato da più di 250 persone e, grazie ai numerosi volontari, offre lezioni di lingua straniera cinque giorni alla settimana. L’obiettivo del progetto avviato è quello di dare speranza, mostrare che esiste ancora una via di uscita a questo limbo mortifero dentro il quale si trovano migranti e/o richiedenti asilo.Il campo di Idomeni

La tua esperienza come volontario, pensieri o aneddoti che ti hanno colpito
Quello che sta succedendo è la diretta conseguenza del nostro personale agire e della nostra politica che ha considerato sempre l’Africa e il Medio Oriente terra di conquista e sfruttamento!
“Chi pianta semi di guerra raccoglie rifugiati” ammoniva uno striscione appeso sul muro d’Europa a Idomeni! Nessuno di noi può pertanto tirarsi fuori da questa crisi globale che colpisce milioni di persone che hanno lasciato il proprio paese e le proprie case a causa di guerre, carestie, cambiamenti climatici.
L’esperienza di OBTI mi ha insegnato che ciascuno di noi può fare la propria parte per cambiare le cose, per restituire dignità e speranza a quell’umanità perduta e sovrastata da urla e propaganda becera e meschina. Dobbiamo fare di più, non c’è dubbio, e lo dobbiamo fare tutti ancora con più convinzione.
Dobbiamo avere il coraggio e la perseveranza di rimuovere le odiose barriere che abbiamo costruito e che tutt’oggi ostacolano i diritti, i sogni e le speranze delle vittime del nostro agire. Tutte le donne e gli uomini di questo mondo devono poter godere degli stessi diritti, dalla scuola, alla casa al lavoro, perché senza diritti non c’è futuro. Penso che la solidarietà non sia un optional bensì la condizione essenziale per vivere in piace su questa terra. Come ha detto pochi giorni fa il papa, la “cultura dei muri” non porta a nulla di buono.
Foto 8 open the border

Italy Must Act cosa ne pensi, cosa può riuscire a cambiare. Il 3 ottobre One Bridge to Idomeni ha ospitato la presentazione ufficiale della delegazione italiana del gruppo.
La giornata di Verona è stata importantissima perché per la prima volta il coordinamento di IMA si è potuto incontrare dal vivo. Come associazione fin da subito abbiamo aderito a Europe Must Act a cui poi si è aggiunta la sezione italiana di Italy Must Act.
Lo abbiamo fatto con la convinzione che in parallelo al nostro agire quotidiano in situazioni di emergenza, si debba fare pressioni anche a livello europeo al fine di cambiare radicalmente le politiche disumane che attualmente stanno disonorando il concetto stesso di Europa.
L’istituzione europea in questo momento vive una delle sue più grandi contraddizioni: mentre da una parte tra i suoi princìpi fondamentali conserva ancora le carte universali dei diritti, dall’altra, difende i suoi confini militarmente e non considera la persona migrante degna di accoglienza, bollandola addirittura come individuo irregolare, illegale, clandestino. È ormai evidente che per l’Europa i diritti che essa stessaAprite le frontiere min ritiene fondamentali valgono soltanto all’interno delle sue mura dato che considera il suo territorio come casa privata e quindi come proprietà esclusiva dei suoi cittadini.
Come recentemente ha ricordato Wolfgang Schäuble, presidente del parlamento tedesco, “l’integrazione europea è iniziata aprendo i confini. Finché discutiamo di confini, non c’è stabilità né pace. L’Europa è il continente dei confini aperti. È il nostro più grande successo”.
Per concretizzare quanto affermato dal presidente tedesco, è fondamentale che reti come Europe Must Act si consolidino sul territorio e nelle città per smuovere le coscienze dei cittadini e fare pressione per rivedere le politiche europee in materia di asilo e diritti umani, per ristabilire un’Europa comune, solidale e coerente nei suoi principi fondanti.

 

Cliccate sul link che segue per vedere tutte le foto che corredano l’intervista. https://photos.app.goo.gl/D2sPZGc57DD5Aj7C9   Le didascalie sono leggibili cliccando su ogni singola foto.

 

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Di Lisa Anna Ferraris

LIsa Anna Ferraris collaboratrice dell'associazione Italy Must Act

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