referendume si no 350 260

Riduzione dei parlamentari, occasione da non perdere

referendume si no 350 260Antonio Simiele – E’ ormai tanto tempo che si discute di riduzione del numero dei parlamentari, per motivi che solo marginalmente c’entrano con i costi. Sono circa quaranta anni che la politica promette di farlo e, quando la politica per anni promette cose e non le mantiene si alimenta la sfiducia tra la gente e la crescita dell’antipolitica.

La questione si è posta quando è mutata la realtà istituzionale e rappresentativa del Paese, a seguito della nascita delle Regioni e del Parlamento Europeo, cui sono stati trasferiti parti importanti dei poteri del nostro Stato Centrale; questi nuovi Enti hanno ampliato e arricchito la possibilità di partecipazione politica e le occasioni di rappresentanza dei cittadini, lì dove si decide e si fanno le leggi.

Già negli anni ottanta ci fu un proliferare di conferenze, convegni, iniziative varie, alla ricerca di una riforma capace di adeguare le nostre istituzioni alle nuove realtà che erano sorte, senza raggiungere risultati concreti. Si sono, poi, succedute tre commissioni bicamerali per le riforme che, a fronte di un copioso lavoro svolto, non sono giunte mai a compimento, ma tutte e tre proponevano la riduzione del numero dei parlamentari.

La situazione, che si è trascinata fino ad oggi, ha rimarcato che il nostro Parlamento fosse divenuto pletorico, così perdendo anche di autorevolezza. La sua riduzione numerica, allora, s’impone per rinvigorirlo, rilanciarlo e rendere più vera e reale la rappresentanza democratica. Rappresentanza, invéro, già duramente colpita dalle leggi elettorali degli ultimi venti anni che hanno reso irrilevante la volontà degli elettori, ai quali, è stato scippato il diritto-dovere di eleggere i parlamentari, trasformando Camera e Senato in assemblee di nominati dai vertici dei partiti.

Ha una sua rilevanza, da non sottovalutare, anche il risparmio che ne deriva e che potrebbe essere ancor più efficace se si adeguassero alla media europea le indennità parlamentari che, è cosa certa almeno per quanto si riferisce alla spesa lorda, sono ora le più alte del mondo.

So bene che il taglio dei parlamentari, per non creare problemi agli equilibri istituzionali, non può restare un provvedimento isolato, ma deve essere accompagnato con una serie di riforme. Serve la modifica degli articoli 57 e 83 della Costituzione in materia di base territoriale per l’elezione del Senato e di riduzione del numero dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica (è già iniziato l’iter con la proposta di legge Fornaro). Serve, poi, cambiare i regolamenti parlamentari e distinguere i compiti tra le due Camere. E, più urgente di tutto, s’impone una nuova legge elettorale con sistema proporzionale puro, perché è quello che garantisce, in modo giusto, la rappresentanza in Parlamento delle molteplici sensibilità esistenti nel Paese, la presenza dei territori e delle minoranze; una legge che faciliti, anche, un processo di selezione qualitativa dei parlamentari, oggi inesistente.

Se passasse il no, come l’esperienza insegna, tutto rimarrebbe fermo. L’auspicabile vittoria dei sì, invece, avvierebbe un processo inarrestabile, capace, dopo tanti tentativi a vuoto e tante tergiversazioni, di obbligare il Parlamento a fare presto le conseguenti, indispensabili riforme.

All’attenzione di quanti del PD si stanno esprimendo per votare no, voglio solo sottoporre due cose su cui riflettere. La prima è offerta dalle parole di Luigi Berlinguer che, in un’intervista a Il Riformista il 14 agosto scorso, dice al PD che “ci deve essere coerenza tra la decisione assunta in sede parlamentare e quella sostenuta in sede referendaria”, la coerenza in politica è un valore che quando manca dà, anch’essa, fiato all’antipolitica. La seconda, di sapore più tattico, riguarda quello che Pierluigi Bersani chiama “trappolone”, cioè “la campagna per un no insincero, mirato ad aprire un solco incolmabile tra 5stelle e sinistra e quindi a destabilizzare il governo”.

Lì 31 agosto 2020

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