Un rinato clima antifascista che non è dato una volta per sempre
E’ difficile giudicare da un isolamento come quello attuale, ma la mia impressione è che l’anniversario della Liberazione abbia avuto quest’anno una rinnovata e larga adesione popolare. La consonanza fra una Liberazione dal nazifascismo avvenuta e quella tanto attesa dall’attuale pandemia si è imposta oggettivamente nello spirito pubblico. Anche Salvini, sfidando il solito congenito ridicolo e in un post contorto e reticente, non ha potuto esimersi dal rendere omaggio a chi combatté per la libertà 75 anni fa. Dimentico di aver detto alla vigilia della celebrazione del 25 aprile dell’anno scorso che la Resistenza era stata un derby fra fascisti e comunisti. Pure Berlusconi, che ha rivendicato il merito, ancora poco tempo fa, di aver “sdoganato” politicamente i fascisti, ha cercato di farlo dimenticare cianciando di libertà e Liberazione. E’ evidente che ai due figuri non importa un fico secco di Resistenza, partigiani, ’insurrezione nazionale della Costituzione che ne fu il frutto più bello. Anzi, sono avvenimenti non solo estranei alla loro cultura ma malvisti perché alludono a valori che loro aborriscono perché, dicono, sono “comunisti”. Tuttavia se il loro fiuto trasformistico li ha costretti a omaggiare, anche se a denti stretti, la Liberazione è segno di una temperie diversa da quella in cui fino a poco tempo fa il “bauscia” e il corruttore meneghini erano soliti sguazzare. Un rinato clima antifascista che non è dato una volta per sempre e che per essere mantenuto come fonte d’ispirazione per una politica progressista e democratica rinnovata abbisognerà di rigore morale e intelligenza politica, qualità non proprio diffuse nella classe politica anche a sinistra.
La confluenza fra le due liberazioni di cui si diceva, ha viaggiato soprattutto sui mass media, sui social e sugli smartphone. “Bella ciao” è risuonata in tutte le versioni facendo, com’è ormai consueto, da colonna sonora alla celebrazione. La canzone partigiana è diventata un inno internazionale ed è suonata e cantata dovunque nel mondo sia in corso una lotta progressista per la solidarietà e la libertà. Ultimamente l’ho sentita cantare in solidarietà con noi italiani dai pompieri inglesi. Tanti anni fa, quando le memorie resistenziali erano ancora vicine agli eventi e tanti protagonisti partigiani ancora vivi e gagliardi, “Bella ciao” era una delle canzoni della Resistenza. Ebbe a metà degli anni ’60 una diffusione popolare grazie a una celebre interpretazione di Yves Montand. Sempre in quegli anni il “nuovo canzoniere italiano”, uno dei gruppi folk più noti, la interpretò in modo originale. Iniziava con il “canto delle mondine”, da cui nacque poi il canto partigiano, che si dispiegava lento e tormentato dalla voce di una mondariso per poi assumere il ritmo e trasformarsi nell’inno che oggi è così popolare. Ma a sinistra, fra i partigiani comunisti e socialisti, il vero inno della Resistenza era considerato “Fischia il vento”. Composto sulle note di una nota canzone russa riportata in Italia dai reduci alpini dopo la disastrosa ritirata dal Don, fu composto dal partigiano garibaldino Felice Cascione “u megu”, il medico, caduto sui monti della Liguria. Nei cortei e nelle manifestazioni popolari della sinistra era l’inno più gettonato. Con variazioni popolari sul testo originale. Una delle più usate era “che ne faremo delle brigate nere? Un sol fascio e poi le brucerem”.
A me è capitato di cantarlo moltissime volte ma ne sentii la forza possente in due occasioni. La prima fu agli inizi del dicembre 1970. Un corteo di fascisti che voleva essere un agguato si avvicinò alla sezione del Pci di Cinecittà in via Flavio Stilicone di cui ero, allora, giovane segretario. All’improvviso, sparsasi la voce che i fascisti del Msi di Almirante erano in circolazione nel quartiere, cominciai a vedere molte persone, molte del tutto sconosciute, che scendevano dai palazzi popolari circostanti per infoltire il gruppo di noi militanti che, insieme a molti socialisti della vicina sede del Psi, stavamo davanti alla nostra sede per rintuzzare l’ attacco dei fascisti che sembrava inevitabile; anche perché la polizia presente era molto scarsa. Divenimmo presto una folla da cui, quando il corteo missino arrivò nei pressi, si levò possente quel canto: “Che ne faremo delle brigate nere?…”. Il corteo nero non imboccò la strada della sezione, dirigendosi su via Calpurnio Fiamma verso la Tuscolana, poi si disperse.
Pochi mesi dopo risentii e partecipai di nuovo a quel canto. Avevano bruciato la federazione comunista dell’Aquila durante le sommosse per il capoluogo di Regione e a Roma il Pci aveva indetto una prima manifestazione di risposta. Un lunghissimo e affollato corteo era partito da piazza della Repubblica per andare a piazza SS. Apostoli dove avrebbe parlato Paolo Bufalini. Su via Nazionale, all’altezza del Palazzo delle Esposizioni, dalla finestra di un palazzo qualcuno aveva fatto segni di scherno e dalla folla partì di nuovo quel “Che ne faremo delle brigate nere?…” solo che a cantarlo erano molte più voci e la cortina dei palazzi ai lati della strada ne amplificava il rimbombo. Non era più un inno era diventato un tuono. Mi sovvenne allora quel che aveva scritto Beppe Fenoglio nel “Il partigiano Johnny” sentendo “Fischia il vento”: “Quella loro canzone è tremenda. É una vera e propria arma contro i fascisti che noi [i partigiani “azzurri”], dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone”.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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