“Aldo dice 26 X 1” una parola d’ordine dell’insurrezione

25 aprile autoliberazione Genova 380 minA cura di Aldo Pirone – Seconda puntata

Il 24 è la volta di Genova a insorgere. I tedeschi, comandati dal gen. Meinhold, dominano le alture con potenti batterie di cannoni. Lo squilibrio delle forze è immenso: 32 mila nazifascisti ben armati contro 3-4.000 partigiani di città con armi leggere. La Divisione garibaldina Cichero che sta sui monti, intanto, provvede a chiudere ogni via di uscita dalla città. Il 24 il Cln dà l’ordine di insurrezione. Ai Gap e alle Sap cittadine si uniscono spontaneamente, decuplicandone i combattenti, moltissimi cittadini. La sera del 25, il generale Meinhold si arrende nelle mani del Presidente del Cln ligure, l’operaio comunista Remo Scappini. Ma non è finita. Al porto, la struttura più importante e vitale della città, a comandare c’è il capitano di vascello tedesco Max Berninghaus che non si arrende. Il gatto partigiano del porto – vi è un Cln apposito -, ha ingaggiato, nei mesi precedenti, una silenziosa battaglia con il topo nazista che ha minato la struttura portuale. Gli operai hanno sabotato gli ordigni e i tedeschi riminato; più volte. Ad aiutare Berninghaus ci sono pure i fascisti della X Mas di Mario Arillo. Alla fine depositano 73 mine magnetiche sui fondali, ma non riescono a farle esplodere. Poi, anche il capitano di vascello della Kriegsmarine si arrende. Il 26 per le vie di Genova sfilano, fra due ali di folla che inveisce e l’insulta, 6.000 prigionieri tedeschi con alla testa Meinhold. Sono protetti dai partigiani. Gli Alleati sono ancora lontani.

A Torino, la sera del 24, il Comando militare regionale piemontese (Cmrp) emana l’ordine “Aldo dice 26 X 1”. E’ il segnale dell’insurrezione. La città è già in sciopero generale preinsurrezionale. L’hanno iniziato i ferrovieri fin dal 18 aprile. Gli operai occupano armati le fabbriche. Le Sap e i Gap cittadini passano all’attacco in attesa dell’arrivo delle formazioni partigiane della montagna. I tedeschi chiedono di andarsene, in cambio offrono di dichiarare “Torino città aperta” e di non fare violenze. Il Cln rifiuta. Stanno per arrivare le formazioni foranee. Le più vicine sono quelle garibaldine di “Barbato” provenienti dal Monferrato. Ma vengono fermate da un contrordine del col. Stevens. L’inglese l’ha mandato su carta intestata del Cmrp di sua iniziativa e senza alcun consenso del comando militare partigiano. Per fortuna “Barbato” capisce l’inganno e non si ferma e arriva ad aiutare gli insorti sottoposti a una nuova pressione, quella delle truppe tedesche del gen. Schlemmer che, provenienti da occidente, vogliono passare per Torino. Promettono di non fare della città una seconda “Varsavia”. Il Cln rifiuta anche questa volta. L’obiettivo di tutti i comandi partigiani non è solo liberare le città e i paesi, le valli e le zone di pianura dai nazifascisti, ma anche di impedire che se ne vadano da ovest verso nord-est a ingrossare i loro camerati in ritirata dalla linea Gotica. Tedeschi e repubblichini devono solo arrendersi. C’è la consapevolezza fra i combattenti di essere un esercito di liberazione nazionale. A Cuneo, per esempio, il comandante giellista Ettore Rosa a chi gli chiede di lasciar passare i tedeschi per evitare danni alla città, risponde: “Non faccio la guerra sul piano di Cuneo, ma su quello nazionale”. Dopo quattro giorni d’intensissimi combattimenti, Torino è libera e presidiata da 14.000 partigiani. Gli angloamericani arrivano il 1° maggio. Trovano una città in perfetto ordine e funzionante.

Arrendersi o perire. A Milano il Clnai ha formato un triumvirato insurrezionale: Sereni, Valiani, Pertini. Il 25 aprile inizia l’insurrezione. Sandro Pertini legge alla radio il comunicato insurrezionale: “Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”. I trasporti si fermano. La Guardia di Finanza si pone agli ordini del Clna-Cvl e occupa la Prefettura. Gli operai occupano le fabbriche, le Sap e i Gap conquistano le sedi delle Istituzioni cittadine. I fascisti si squagliano, i tedeschi si concentrano senza attaccare e aspettano l’arrivo degli Alleati. Poi arrivano i partigiani dell’Oltrepo pavese capeggiati dal garibaldino Italo Pietra. Girano per la città tra la folla plaudente per dare coraggio ai milanesi e intimorire fascisti e tedeschi. Il giorno dopo è la volta di quelli della Valsesia e dell’Ossola. I garibaldini della Valsesia di Moscatelli hanno con sé pure sette carri armati strappati al nemico. Il 28 Milano è libera, per opera degli italiani. Gli Alleati arrivano il giorno seguente.

La guida del Clnai. Il processo insurrezionale è guidato con mano ferma e unitaria da tutti gli organismi del Cln Alta Italiai: Cvl, Comandi unici regionali, comandi di zona e di piazza. E’ scandito dai proclami e decreti del Clnai. Il 19 aprile Clnai e Cvl intimano ai nazifascisti “Arrendersi o perire!”. Nel proclama non ci sono alternative: “ Il Comitato di Liberazione Nazionale e le formazioni armate del Corpo dei Volontari della Libertà non accettano e non accetteranno mai – in armonia con le decisioni dei capi responsabili delle Nazioni Unite – altra forma di resa dei nazifascisti che non sia la resa incondizionata”. Chi depone le armi e si arrende avrà salva la vita e trattato da prigioniero, secondo la Convenzione di Ginevra. Il 23 aprile, proclama: “La parola d’ordine per tutti i Comitati di Liberazione Nazionale è una sola: ‘INSURREZIONE!’ […] Soltanto con la lotta, soltanto con l’insurrezione il popolo italiano può ora creare le premesse di un avvenire di libertà”. Il 25 aprile, in piena insurrezione in corso, il Clnai decreta di assumere tutti i poteri “in nome del popolo e dei volontari della libertà e delegato del solo governo legale italiano”. Istituisce i tribunali di guerra: “essi siedono in permanenza e le loro sentenze sono emanate in nome del popolo italiano ed eseguibili immediatamente”. Su Mussolini e i gerarchi il verdetto è chiaro: “I membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte”. Lo stesso giorno soldati americani e sovietici s’incontrano a Torgau sull’Elba. La morsa della grande alleanza antinazista si è chiusa.

L’insurrezione dilaga in tutto il nord. Non sono solo le grandi città industriali a insorgere, è tutta l’Italia settentrionale. La valle Padana pullula di colonne tedesche in ritirata dal fronte dirette verso l’Austria, attaccate e bloccate dai partigiani e incalzate dagli Alleati. Le truppe germaniche che non sono state immobilizzate dall’insurrezione popolare in Liguria e in Emilia, in Piemonte e nella Lombardia occidentale, defluiscono verso il Veneto. In questa regione si concentrano i combattimenti più aspri e più lunghi con un tributo di sangue altissimo. Ma anche qui gran parte delle città grandi e piccole si liberano da sole: da Padova a Venezia, da Treviso a Udine. Da ogni parte l’insurrezione presenta due costanti: da un lato semplici cittadini che, a migliaia, si uniscono e ingrossano le file dei partigiani che combattono e cercano di ripulire le città dai cecchini fascisti; dall’altro la disintegrazione delle formazioni repubblichine che non oppongono alcuna resistenza. Alla fine, anche con gli apporti dell’ultima ora, la Resistenza registrerà 250.000 combattenti e 130.000 patrioti.

(segue)

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Di Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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