studiare a distanza 2 390 min

“Ceci n’est pas une école”: la scuola ai tempi del Covid 19, tra “necessario” e “bello” e tra “virtuale” e “reale”.

studiare a distanza 2 390 mindi Arianni Fermani* – “Questa non è una scuola”. Recitano così alcuni slogan che affollano i social nelle ultima settimane (che fanno evidentemente il verso alla celeberrima opera di René Magritte: Ceci n’est pas une pipe), in cui, al posto della pipa, si rimanda all’immagine di un computer portatile per simboleggiare la didattica a distanza. Uno slogan condivisibile, perché questa non è, indubbiamente, la scuola. La scuola, quella “vera”, vive di un continuo scambio di anime e anche di un contatto costante tra corpi. La scuola, quella vera, è sporcarsi le mani di gesso.

Questa che stiamo vivendo da dietro uno schermo è solo una scuola di emergenza, che, per di più, ha posto mille difficoltà – tecniche, logistiche e organizzative – a docenti, allievi e famiglie, che in pochi giorni hanno dovuto cambiare radicalmente la propria vita, trasformando il virtuale in reale e il reale in virtuale.

Ogni mattina, invece di veder mia figlia scendere di casa con lo zaino a prendere l’autobus, la vedo chiudersi in camera, connettersi, per entrare virtualmente in aula. Mi commuovo, ogni volta, nel vedere quanto impegno i suoi docenti, lei stessa e i suoi compagni mettono nello svolgere e nel seguire le lezioni, nel fare i compiti e le interrogazioni.

Come mi commuovo di fronte ai visi concentrati o all’ascolto delle voci dei miei studenti, che da dietro lo schermo parlano con impegno di temi altissimi e attualissimi come il dolore, la sorte o la virtù nella filosofia antica. Come mi si stringe il cuore di fronte a coloro che si laureano da soli, magari senza le famiglie al fianco e con gli amici lontani, quando per di più, nell’angolo della webcam, spunta una timida corona d’alloro consegnata da un corriere, pronta ad essere indossata, da chi vuole far sentire comunque -e, forse, ancora di più- la vicinanza: “distanti ma uniti”.

È una “scuola di emergenza”, quella che siamo vivendo, e ha molti, moltissimi limiti. Perché se la scuola, come ricordava don Lorenzo Milani, serve a curare i veri malati e non i sani («se si perde loro, i ragazzi più difficili, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati») la scuola ai tempi del Covid, invece di contribuire a accorciare le differenze, le esaspera. Inevitabilmente. E non solo perché molti genitori devono improvvisarsi tecnici, ma perché tante famiglie non hanno gli strumenti, la preparazione necessaria o, banalmente, perché vivono in una zona con poca connessione. Nella scuola ai tempi del Covid anche questo diventa elemento di esclusione.

Una scuola del genere è faticosa, per gli studenti, per genitori e per i docenti. Al termine della giornata si ha spesso la sensazione di aver lavorato tantissimo e di non aver realizzato nulla. Ma forse, mi piace sperarlo, non è così, o non lo è del tutto.
O, meglio, per usare le antichissime categorie greche anankaion (necessario) e kalon (bello), quella che stiamo sperimentando in queste settimana è una scuola necessaria, utilissima in un momento come questo. Di sicuro non bella.

Eppure, talvolta, e anche questo insegnamento viene dai Greci, dal necessario può nascere il bello. Il cosiddetto lockdown, per fortuna, non impedisce alle emozioni di uscire, rinchiude i corpi ma non sigilla i cuori. Anzi, forse, inaspettatamente, la consapevolezza della nostra costitutiva fragilità ed “esposizione” al rischio ci rende più ricchi, più umani, più veri. «Tal quale la stirpe delle foglie è la stirpe degli uomini», scriveva già Omero, ma noi, forse, non ce lo ricordavamo, o non ce lo ricordavamo abbastanza. Allora approfittiamo di questo momento per fare, come si dice, “di necessità virtù”. Ogni crisi, e quindi anche quella “educativa” che stiamo vivendo in questo delicatissimo momento storico, ha un potenziale enorme, che non va assolutamente sprecato. Lo sapevano, ancora una volta, gli antichi, che con la parola “krisis” indicano la scelta, la decisione e, ancora prima, la separazione della parte buona e della parte cattiva del raccolto. Approfittiamo di queste occasioni (visitiamo virtualmente musei, città d’arte, seguiamo video-conferenze, leggiamo cose che altrimenti non avremmo mai avuto il tempo o l’opportunità di leggere), riappropriamoci dei nostri tempi, rivediamo le nostre priorità.

E, soprattutto, come diceva il grande poeta Rilke: «non sprechiamo i dolori».

 

Arianna Fermani
*Arianna Fermani
Insegna Storia della Filosofia Antica- Università degli Studi di Macerata
Presidente del Consiglio Unificato delle Lauree in Filosofia
Presidente SFI Sezione di Macerata (https://www.sfi.it/)

 

 

 

 

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Di Arianna Fermani

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