Coronavirus e riflessioni
di Nadeia De Gasperis – Ci siamo resi conto, negli ultimi mesi, di quanto un evento come la diffusione di un virus ci sottoponga a una selezione naturale, e di quanto tutti siamo esposti allo stesso modo.
L’emergenza ci ha messi uno di fronte all’altro, seppure a distanza di sicurezza di un metro. E questo non ci ha permesso di girare la testa dall’altra parte.
Ho ripensato a un evento di molti anni fa, a un mese dal terremoto dell’Aquila, raggiungendo un paesino alle pendici del Gran Sasso, lontano dal circo mediatico che era stato allestito al centro del capoluogo abruzzese, trovammo una popolazione costituita da soli adulti. Non era un paese che invecchiava, ma i cittadini erano stati raggiunti dai soccorsi solo qualche giorno prima, e i bambini erano stati tutti ricoverati all’ospedale di Teramo con problemi respiratori, alcuni con la polmonite. Per un mese erano stati senza acqua e riscaldamento e in un paesino di montagna, il mese di aprile, è ancora molto freddo, soprattutto in quell’anno particolarmente rigido. Eppure, la percezione generale, parlando con la gente, era che quello dell’Aquila fosse un problema risolto, un problema relegato alla bella e grande città.
Quanta e quale, mi chiedo, è la responsabilità dei media di diffondere le notizie? Quanta è la responsabilità individuale di cercare la verità oltre quella che ci propinano?
Gli ospedali e i loro reparti chiudono, e chiudono per tutti, il personale medico diventa sempre più “vecchio” ed esiguo, eppure qualcuno si meraviglia che questo sistema sanitario potrebbe non riuscire a far fronte all’emergenza del coronavirus. Possibile non accorgersi, di quanto tutti i problemi ci riguardino da vicino, di quanto sia necessario indignarci e rimboccarci le maniche, fosse anche solo al cospetto di noi stessi quando siamo chiamati al voto.
Secondo gli esperti in storia delle epidemie, quando la paura sarà passata si tornerà alle nostre abitudini sbagliate, si tornerà a non lavarci le mani come dovremmo, e si tornerà a non vaccinarsi e aggiungo, si tornerà a insultare la mamma che pretende per il suo bambino immunodepresso, che gli altri bambini siano vaccinati.
Quando tutto sarà passato, ci preoccuperemo di capire meglio cosa accade “fuori dal nostro giardino” per evitare che a situazioni di emergenza si aggiungano altre emergenze?
Ho pensato a quanto sarebbe stato disastroso se questo virus fosse arrivato durante l’emergenza di un terremoto, un dissesto idrogeologico, dopo la caduta di un ponte, dopo una alluvione. Ecco, probabilmente di queste situazioni ce ne sono e non ne sappiamo abbastanza, come non sappiamo quanto siano preoccupati i genitori dei bambini di Taranto che ogni anno contano 1500 morti di tumore, quanto saranno spaventate le loro mamme e i loro papà da questo virus? Siamo davvero tutti uguali di fronte all’emergenza? O nel tessuto sociale le limitazioni che esso impone ci espongono a una selezione innaturale che inasprisce le diversità?
Si dice che nelle situazioni impreviste come questa, di noi venga fuori il meglio, non sprechiamo una occasione.
Si contageranno anche le idee…buone?
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