di Stefano Milani – Il sindacato c’è: cresce la fiducia. Lo certifica l’Eurispes: la fiducia delle persone nelle organizzazioni sindacali fa un balzo in avanti di dieci punti. Ma non ci si può accontentare, occorre fare sempre di più: cambiare per intercettare i nuovi bisogni dei lavoratori
Nell’epoca dell’uomo solo al comando, l’ultima fotografia scattata dal Rapporto Italia 2020 dell’Eurispes sulla fiducia degli italiani verso le istituzioni, pubbliche e private, lascia quantomeno un barlume di speranza. Tra i soggetti più apprezzati leggiamo: volontariato, protezione civile, scuola, università, chiesa e, udite udite, sindacato. Sì, proprio lui, bistrattato e deriso, ritenuto inutile e obsoleto dal populismo imperante, sta riprendendo quota dopo anni di sparizione dai radar del gradimento della gente. In un anno fa un balzo di quasi dieci punti percentuali: dal 37,9 al 46,4%, di quasi trenta se lo paragoniamo al 2012, dove era fermo al 17,2%. Numeri tutt’altro che scontati, frutto di una macchina del fango contro le organizzazioni dei lavoratori che si è fatta sempre più spietata. Un mix di mistificazione e qualunquismo sintetizzato dalla gettonatissima domanda: dove eravate? A leggere l’incremento registrato dall’analisi Eurispes, la risposta diventa pleonastica.
È indubbio che negli ultimi dodici mesi la presenza del sindacato sia stata più tangibile. Milioni di persone hanno partecipato alle tante manifestazioni nazionali e territoriali di Cgil, Cisl e Uil e aderito agli scioperi indetti dalle rispettive categorie, per sostenere le proposte contenute nella piattaforma unitaria su fisco, pensioni, contratti, investimenti e Mezzogiorno. Tanto lavoro nelle piazze (e quello è abbastanza scontato), dentro le fabbriche e le aziende (scontato pure quello). La novità vera che ha riacceso quel benedetto segno più alla voce “fiducia” è in realtà un’altra e va ricercata dentro il Palazzo, dove il sindacato è tornato a farsi sentire, ricominciando a giocare un ruolo centrale nel dibattito pubblico e politico. Tavoli, incontri, scontri, confronti e, di conseguenza, risultati. Ultimo, in ordine di tempo, il taglio del cuneo fiscale. Un cambio di passo che fa felice il segretario generale della Cgil Maurizio Landini perché dimostra “come nel nostro Paese ci sia una forte domanda di rappresentanza e di partecipazione”. Un risultato, aggiunge il leader di Corso d’Italia, “che ci gratifica, ma al tempo stesso ci responsabilizza. Siamo, infatti, consapevoli che dal nostro lavoro quotidiano possano dipendere le condizioni materiali dei giovani, dei lavoratori e dei pensionati”.
Tradotto: si può, e si deve, fare meglio. Perché, numeri alla mano, il bicchiere può essere mezzo pieno o mezzo vuoto, dipende da chi lo impugna. E se un italiano su due esprime fiducia nel sindacato, c’è l’altra metà ancora da conquistare. La sfida è dunque aperta e si traduce, ancora parole di Landini, in “uno stimolo ulteriore per continuare nel nostro lavoro”. Perché in un contesto storico di grandi trasformazioni e in un mondo del lavoro che cambia rapidamente, “anche il sindacato deve cambiare e sapersi rinnovare, dando voce e rappresentanza a tutti quei lavoratori che oggi ne sono sprovvisti, rilanciando l’obiettivo dell’unità sindacale e del mondo del lavoro”. Cambiare per intercettare i nuovi bisogni della gente. Coinvolgendo i territori, costruendo reti solidali, disinnescando la bomba sociale prima che deflagri. La ricetta è apparentemente semplice e tutt’altro che scontata. Del resto la fiducia, come dicono quelli bravi, si merita sul campo.
31 gennaio 2020 ore 10.22, da rassegna.it
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