di Antonella Necci – Il segno dell’ignoranza nel non voler ricordare la verità (?) Se si dovesse svolgere una ricerca nel web sulla figura di Bettino Craxi, si troverebbero diversi momenti oscuri. No, non intendo relativi al periodo storico in cui si delineó l’Italia attuale, ma nella mera ricerca. Articoli di quotidiani considerati troppo denigratori perché delineano la verità degli eventi, sono stati rimossi. Non compaiono proprio gli articoli che il Manifesto e l’Espresso hanno rispolverato, con “J’accuse” di ben lontana memoria, e con l’occhio attento di chi continua una inutile battaglia contro i mulini a vento dell’ignoranza di un popolo, quello italiano, che non ricorda, non vuole ricordare, non ha nessun interesse economico nel ricordare ciò che accadde solo una trentina di anni fa.
La discussione riaperta di recente su una possibile proposta di rivalutazione della figura di Bettino Craxi, sembra avere sullo sfondo una rilettura non solo o non tanto di un leader quanto degli anni Ottanta: a questo sembrano rinviare i ripetuti richiami alla “modernizzazione della politica” di cui sarebbe stato fautore, o alla “modernizzazione della società”, che avrebbe trovato appunto in lui un interlocutore sensibile. Di questo occorrerebbe allora discutere, se è vero – come a me sembra – che vi è un solidissimo rapporto fra i processi avviati allora e l’ Italia di oggi.
Già a un primo sguardo appare un po’ incongruo parlare di modernizzazione della politica in relazione a un decennio che vide scendere per la prima volta in modo significativo la partecipazione elettorale e l’ adesione alla vita dei partiti. E vide crescere invece in forme inedite il voto di protesta, fino a quell’ avanzare tumultuoso della Lega che segnerà il passaggio al decennio successivo e porrà bene in evidenza – ben prima delle indagini di Mani Pulite – la profondissima crisi del nostro sistema politico. È un aspetto connesso anche a quel salto di qualità nella corruzione pubblica, a quell’ affermarsi sistematico di essa che le tangenti petrolifere avevano iniziato a portare in luce nel 1974 e che puntuali denunce giornalistiche documentarono poi anno dopo anno. Inascoltate, allora, ma confermate ad abundantiam nei primi anni Novanta dalle testimonianze di dirigenti e amministratori dei principali partiti. Anche soffermandosi su altri aspetti di quel decennio è difficile trovare segni di modernizzazione delle istituzioni,a partire da quella “grande riforma” che rimase involucro vuoto, oggetto di proclami ma non di tentativi concreti di attuazione: il modo più sicuro per screditare un’ idea e un progetto.
Si consideri inoltre la politica economica. Nonostante il positivo trend internazionale il debito pubblico crebbe a dismisura, con pesantissime ipoteche sul futuro: fra il 1979 e il 1988 il debito passò infatti dal 57% del prodotto interno lordo al 93%, aumentando ulteriormente negli anni immediatamente successivi. La degenerazione del rapporto fra politica ed economia, nello sfacelo già largamente avviato dell’industria di stato, ebbe poi il suo simbolo nella vicenda che vide protagonisti Eni e Montedison, con il tragico epilogo dei suicidi di Gabriele Cagliari e di Raul Gardini.
Si consideri anche l’ iniziativa specifica di Craxi come segretario di partito, chiamato a dirigerlo nel momento più difficile: all’ indomani delle elezioni del 1976, che avevano visto il Pci celebrare il suo trionfoe il Psi scendere ai suoi minimi storici. Parve davvero promettente il primo delinearsi dell’ispirazione riformista e antitotalitaria del nuovo leader, con il forte rilancio socialista sul terreno delle idee: dalla riscoperta di Proudhon alla felice stagione della rivista di partito, Mondo Operaio.
Quella stagione terminò presto, e Craxi ripropose invece la tradizionale conventio ad excludendum nei confronti del Pci, ratificata subito dalla Dc con un secco “preambolo”. Ebbero inizio così gli anni del “pentapartito”, asse e prigione istituzionale degli anni Ottanta: una coalizione che si segnalò per la forte rissosità interna (con buona pace della “governabilità” e del “decisionismo”), non certo per il suo alto profilo. “Partiti sempre più uguali” – scriveva con amarezza Pietro Scoppola – si contendono il consenso degli elettori con una forte crescita del “voto di scambio, con un ulteriore incentivo alla corruzione politica e all’ uso del potere ai fini della conquista del consenso”.
In buona sostanza, alla competizione ideale e strategica con il Pci si sostituì la spinta ad affiancare la Dc nell’ occupazione dei gangli di potere, e su questo terreno i vistosi risultati ottenuti dal Psi segnarono il suo apparente successo ma al tempo stesso l’ inizio di quella “mutazione genetica” che ne determinerà il tracollo. Nell’ azione politica di quegli anni, e di quei governi, non mancarono risultati positivi. Il trend economico favorevole permise almeno la riduzione dell’inflazione (che rimase comunque più alta che in altri paesi), ed era sicuramente necessario il taglio della scala mobile dei lavoratori dipendenti, resa abnorme dalla “riforma” del 1975. L’ intervento sulla scala mobile non fu però accompagnato dal rigore fiscale nei confronti del lavoro autonomo e dei “ceti emergenti”, con conseguenze di lungo periodo.
Le responsabilità non furono certo del solo Craxi,e non mancarono neppure quelle di un declinante Pci. Un Pci sempre meno “diverso” ma ancora rinchiuso nei propri schemi, incapace di comprendere sia le trasformazioni in corso sia la natura della crisi che stava per travolgere la “repubblica dei partiti”. È questa crisi che viene rimossa in molte riletture recenti, assieme ad alcuni processi non secondari che attraversarono la società italiana di quegli anni.
Sono illuminanti le analisi di allora del Censis, cioè dell’ Istituto che parve a lungo l’ apologeta dei nuovi ceti e delle nuove vitalità sociali. Ben presto nei suoi rapporti annuali l’ entusiasmo inizia a scemare e si avverte invece la preoccupazione per «crescenti fenomeni di “società incivile»”, per l’ “annerimento nel profondo della nostra dimensione collettiva”. È colta con lucidità, anche, la relazione fra l’ affermarsi di culture intrise di egoismi sociali, da un lato, e dall’ altro la “ossidazione e corrosione delle istituzioni” e le sempre più diffuse tendenze della politica ad “usare il pubblico come strumento di interessi privati”. Le conclusioni del Censis hanno il sapore dell’ epitaffio: “Una società che si sente non governata (…) finisce per esprimere al proprio interno una specie di dislocazione selvaggia, particolaristica e furbastra dei poteri e delle decisioni (…) in cui tutto c’ è tranne moralità collettiva, coscienza civile, senso delle istituzioni, rispetto delle regole del gioco statuale”. Molta parte della successiva storia d’ Italia è inscritta in queste brevi righe, e su di esse sarebbe bene riflettere ancora oggi. Sempre pensando all’ oggi, non stupisce che si pensi di indicare ai cittadini come esempio, dedicandogli una via o un parco, un leader politico che si è sottratto alla magistratura e alle istituzioni di un Paese che aveva governato. Una via o un parco nella città che più di altre vide quell’ affermarsi della corruzione pubblica come sistema di cui Bettino Craxi non fu solo un marginale e quasi incolpevole.
Ciò che il popolo italiano non ha interesse economico nel ricordare è cosa accadde da quel 29 settembre 1994.
Mentre il premier Silvio B. compie 58 anni, il pool Mani Pulite fa arrestare Giorgio Tradati, vecchio amico di Craxi e uno dei prestanome dei suoi conti esteri. Il 4 ottobre il pm Antonio Di Pietro lo fa deporre al processo Enimont. E il suo racconto rade al suolo la difesa di Craxi sui “finanziamenti irregolari alla politica”: “Nei primi anni 80, Bettino mi pregò di aprirgli un conto in Svizzera. Io lo feci, alla Sbs di Chiasso, intestandolo a una società panamense (Constellation Financière). Funzionava così: la prova della proprietà consisteva in una azione al portatore, che consegnai a Bettino. Io restavo il procuratore del conto… il prestanome”. Lì cominciano ad arrivare “somme consistenti”: nel 1986 sono già 15 miliardi. E altri 15 su un secondo: quello che Tradati, sempre su input di Bettino, intesta a un’altra panamense (International Gold Coast) presso l’American Express di Ginevra. Ma stavolta c’è una variante: un conto di transito, il Northern Holding, messo a disposizione da un funzionario della banca, Hugo Cimenti, per rendere meno individuabili i versamenti. Come distinguevate – domanda Di Pietro – i bonifici per Cimenti da quelli per Craxi-Tradati? Risposta: “Per i nostri si usava il riferimento “Grain”, che vuol dire grano…”. Risate in aula. Poi con Tangentopoli tutto precipita. “Intorno al 10 febbraio 1993 Bettino mi chiese di far sparire il denaro dai conti, per evitare che fossero scoperti dai giudici di Mani Pulite. Ma io rifiutai… avrei inquinato le prove… E fu incaricato un altro. I soldi non finirono al partito… Hanno comprato anche 15 chili di lingotti d’oro (poi ritrovati dai giudici elvetici, per un valore di 300milioni di lire).
Craxi rimpiazza Tradati e affida i suoi conti a Maurizio Raggio, ex barista di Portofino, strano personaggio con interessi in Italia e all’estero, fidanzato con la contessa Francesca Vacca Agusta, vecchia amica di Craxi. Raggio si precipita in Svizzera, svuota i conti e si ritrova fra le mani 40 miliardi di lire. Di Pietro sguinzaglia i carabinieri a Portofino, dove vive con la contessa a Villa Altachiara. Troppo tardi. La coppia se l’è già svignata in motoscafo, prima a Montecarlo, poi in Messico. Cimenti intanto conferma ai pm: Raggio ha lasciato sui conti solo un milione di dollari e trasferito il resto su depositi alle Bahamas, alle Cayman e a Panama. Intanto Tradati continua a raccontare: “I prelievi dai conti svizzeri di Craxi servivano anzitutto per finanziare una tv privata romana, la Gbr di Anja Pieroni (una delle amanti, ndr)… e acquistare un appartamento a New York e uno a Barcellona”.
Il resto lo racconta Raggio, arrestato il 4 maggio ’95 in Messico, dal carcere di Cuernavaca.
In poco più di un anno di latitanza, ha speso 15 miliardi su 40. Il resto, l’ha riportato a Craxi, latitante ad Hammamet, che gli ha detto come e dove spenderlo. La sua deposizione verrà autenticata dal Tribunale e dalla Corte d’appello di Milano, nelle sentenze del processo All Iberian confermate dalla Cassazione (Craxi e B., condannati in primo grado e prescritti in appello). Ecco quella d’appello: “Craxi dispose prelievi… sia a fini di investimento immobiliare (l’acquisto di un appartamento a New York), sia per versare alla stazione televisiva Roma Cine Tivù (di cui era direttrice generale Anja Pieroni, legata a Craxi da rapporti sentimentali) un contributo mensile di 100 milioni di lire… Dispose l’acquisto di una casa e di un albergo (l’Ivanhoe) a Roma, intestati alla Pieroni”. Alla quale faceva pure pagare “la servitù, l’autista e la segretaria”.
A Tradati diceva sempre: “Diversificare gli investimenti”. E Tradati eseguiva, con varie “operazioni immobiliari: due a Milano, una a Madonna di Campiglio, una a La Thuile”. Senza dimenticare gli affetti familiari: una villa e un prestito di 500 milioni per il fratello Antonio (seguace del guru Sai Baba) bisognoso di soldi per una mostra itinerante e una fondazione dedicate al santone indiano. Intanto il Psi è finito in bolletta per l’esaurimento delle mazzette e prima il tesoriere Vincenzo Balzamo, poi i segretari Giorgio Benvenuto e Ottaviano Del Turco, non sanno più come pagare i dipendenti. Ma Craxi se ne infischia e tiene tutto per sé. Poi vengono le spese di Raggio: 15 miliardi per “il mantenimento della sua detenzione” in Messico e la latitanza in Centroamerica con la contessa e certe distrazioni piuttosto care: 235.000 dollari “per un’amica messicana”; e una Porsche acquistata a Miami.
Il resto rimase nella disponibilità di Craxi, che da Hammamet commissionò a Raggio alcune spesucce: l’acquisto di “un velivolo ‘Citation’ del costo di 1,5 milioni di dollari”, l’estinzione di un “mutuo personale” acceso da Raggio (circa 800 milioni di lire), le parcelle degli avvocati e una raffica di “bonifici specificatamente ordinati da Craxi, tutti in favore di banche elvetiche, tranne che per i seguenti accrediti”: 100.000 dollari al finanziere arabo Zuhair Al Katheeb; 80 milioni di lire alla Bank of Kuwait Ltd “in pagamento del canone relativo a un’abitazione affittata dal figlio di Craxi in Costa Azzurra”. Il povero Bobo – spiega Raggio – “aveva affittato una villa sulla Costa nell’ottobre-novembre 1993, per sottrarsi al clima poco favorevole creatosi a Milano”.
Dunque, conclude il Tribunale, i conti di Craxi servivano “alla realizzazione di interessi economici innanzitutto propri” e “Craxi è incontrovertibilmente responsabile come ideatore e promotore dell’apertura dei conti destinati alla raccolta delle somme versategli a titolo di illecito finanziamento quale deputato e segretario esponente del Psi. La gestione di tali conti… non confluiva in quella amministrativa ordinaria del Psi, ma veniva trattata separatamente dall’imputato tramite suoi fiduciari, così da mettere in difficoltà lo stesso Balzamo… Significativamente Craxi non mise a disposizione del partito questi conti, se non per soccorrere finanziariamente Gbr, in cui coltivava soprattutto interessi ‘propri’”. E, da vero uomo d’affari, “si informava sempre dettagliatamente (con Tradati) dello stato dei conti esteri e dei movimenti sugli stessi”. Le rogatorie dalla Svizzera confermano che Tradati non mente. E dimostrano che sui conti di Craxi, nel 1991, mentre l’amico Bettino imponeva la legge Mammì scritta su misura per la Fininvest, Berlusconi bonificava 23 miliardi di lire in più rate tramite la società occulta All Iberian. Nessuna risposta, invece, avranno le rogatorie del pool sugli altri tesori di Craxi: quelli gestiti da altri tre prestanome – Gianfranco Troielli, Mauro Giallombardo e Agostino Ruju – su conti e società fantasma fra Hong Kong, Singapore, Bahamas, Cayman, Liechtenstein e Lussemburgo. Tutti miliardi rimasti inaccessibili, almeno ai giudici. Chissà mai chi ci campa a sbafo da 26 anni.
Fonti:La Repubblica, Panorama, L’Unità, l’Espresso. Sono stati rispolverati, dall’archivio di alcuni quotidiani che all’epoca scrissero sia di Craxi che del processo su Mani Pulite, articoli sui fatti realmente accaduti.