di Aldo Pirone – Venerdì sera alla presentazione del libro “Roma ’43-’44. L’alba della Resistenza” all’università E-Campus, un giovane è intervenuto ponendo la questione, dell’iniziativa dal basso delle masse e del rapporto con i politici antifascisti. La questione era riferita specificamente agli scioperi del marzo ’43. La domanda mi ha dato spunto per una riflessione, a volo d’uccello, sui vari momenti in cui il problema del rapporto con l’esplosione di movimenti nella società civile progressista si è posto ai partiti di sinistra negli ultimi decenni.
Nel ’43-‘45 l’incontro fra gli antifascisti dei partiti in via di riorganizzazione, reduci dal confino, dalle carceri, dall’esilio e le masse sfiancate dalla guerra avvenne nel fuoco della lotta antifascista e del grande moto della Resistenza, della lotta partigiana e della Guerra di liberazione nazionale. Le cosiddette masse e i politici antifascisti erano entità, se così si può dire, che si cercavano e si trovarono. I primi a muoversi furono gli operai e le operaie concentrati nelle grandi fabbriche di Torino, Milano Genova e di tanti altri centri industriali del nord. Ma si mossero anche perché incontrarono l’organizzazione clandestina dei comunisti organizzati nelle officine diretti da Umberto Massola. Non erano molti, ma furono sufficienti per dare il segnale d’inizio e indirizzare poi la spontaneità, o, se si vuole, la disponibilità operaia a muoversi. Tra parentesi a capire subito il valore politico dell’entrata in campo della classe operaia fu proprio Mussolini: “Le agitazioni di Torino e di Milano e di altre città minori – disse – sono un episodio sommamente antipatico, straordinariamente deplorevole, che ci hanno fatto ripiombare di colpo venti anni addietro”.
Un altro momento in cui si pose il problema dell’incontro con una nuova generazione progressista fu il 1968. Il movimento studentesco dell’epoca fece parte di un sommovimento più generale di dimensione europea e mondiale. In ogni paese, tra cui l’Italia, in cui esso si manifestò ebbe caratteristiche nazionali sue proprie, che non è qui il caso di approfondire. Nel nostro paese si manifestò con un profilo anticapitalista e rivoluzionario avvolto da una contestazione accesa e da “sinistra”, per così dire, nei confronti del Pci, in particolare, e della Cgil.
Ci fu una serrata polemica ma alla fine sia il Pci e gli altri partiti di sinistra, sia i sindacati seppero non solo integrare ma farsi rinnovare da quella generazione. A parte alcune frange minoritarie che, ammalate di un acceso ideologismo, si lasciarono trascinare nelle organizzazioni di partitini minoritari (i famosi gruppettari) e, in modo ancor più marginale, nella deriva del terrorismo. Ricordo che nel pieno del ’68 il segretario del Pci Luigi Longo, persona carica di storia, commissario politico e poi ispettore generale delle Brigate internazionali in Spagna, capo delle brigate partigiane Garibaldi, vicecomandante del Corpo volontari della libertà, volle avere un incontro (19 aprile), all’indomani di Valle Giulia e alla vigilia delle imminenti elezioni politiche, con i leader studenteschi romani: Franco Russo, Franco Piperno e Oreste Scalzone e anche altri. Fu il segnale di un’attenzione e di un’apertura che impegnava tutto il partito. Anche se non mancarono posizioni, come quelle di Giorgio Amendola, che invitavano a essere politicamente e polemicamente severi nei confronti delle posizioni estremistiche che albergavano confusamente nel Movimento. Sta di fatto che una nuova generazione operaia, popolare e studentesca entrò nel Pci, divenuto di Berlinguer, e nella Cgil, divenuta di Lama e Trentin, conquistata alla lotta democratica e socialista nel quadro della Costituzione repubblicana.
Nel ’68 nasce un altro movimento, quello femminista, di permanente durata.che ebbe notevoli successi sul piano legislativo e culturale nel Pci e nelle altre forze di sinistra, obliterando la cultura dell’emancipazione della donna e sostituendola con quella della liberazione della donna. Una vera rivoluzione copernicana, almeno sul piano concettuale. Questo movimento finora ha avutomeno successo sul piano della rappresentanza di genere sia nei vecchi partiti della prima Repubblica che in quelli del tutto sconclusionati, carismatici e personalistici della seconda. Sta di fatto che la lotta contro il maschilismo, duro a morire con la sua scia di violenze e femminicidi quotidiani, è ancora in corso.
Nel 2002, dopo la vittoria di Berlusconi alle elezioni politiche, ebbe vita il movimento dei “girotondi”. Era un movimento interno al centrosinistra che reclamava ai partiti di quell’area, soprattutto ai Ds, un cambiamento radicale. Prese le mosse dal celebre grido di Nanni Moretti a piazza Navona: “Con questi dirigenti non vinceremo mai”. Fu una rivolta contro una dirigenza politica dei partiti del centrosinistra che già all’epoca cominciavano a mostrare parecchia muffa e tanta pochezza. I “girotondi” movimento “del ceto medio riflessivo”, come lo definì il professore Paul Ginsborg, uno dei suoi animatori, esplose dopo che i Ds, allora il maggior partito della sinistra, invece di fare un severo esame autocritico avevano fatto un Congresso che aveva portato alla elezione a segretario di Piero Fassino che, malgrado lo slogan disperato “o si cambia o si muore” era stato giustamente percepito come la continuità di una morta gora blairiana subalterna al berlusconismo e al neoliberismo. Dopo un po’ i “girotondi” furono riassorbiti, il cambiamento sostanziale non ci fu e la sinistra morì nel Pd.
E qui veniamo ai giorni nostri e all’attualissimo movimento delle sardine. E’ un movimento che ha caratteristiche sue proprie. Nato spontaneamente come risposta all’arroganza e alla sicumera della destra salviniana, viaggia nell’ambito del movimento progressista. Sorge da un pauroso vuoto etico-politico e organizzativo dei partiti di sinistra, del tutto assenti come forze organizzate nella società civile: Pd, Leu, Si, ecc. . La sua griglia politica è larga e si raccoglie nell’antifascismo e nel progressismo. Tanto larga da sembrare, ed essere, prepolitica. Ma, forse, per nascere e sottrarsi alle strumentalizzazioni dei soliti marpioni politici, le sardine non potevano che essere così. Non credo che spostino grandi consensi dalla destra. Non li spostano soprattutto nelle fasce sociali più disagiate ed emarginate delle periferie urbane e paesane. Il loro obiettivo, riuscito, era quello di far vedere che a sinistra non c’era solo apatia tremebonda, ma una reazione di piazza al salvinismo in auge. E sabato scorso, a San Giovanni, hanno segnato il loro acme. Il punto che le unisce ai movimenti del passato già citati, è la richiesta di rinnovamento ai partiti esistenti. Oggi i pesciolini chiedono loro una politica sobria, seria e pulita che scalzi le ciarlatanerie presenti e passate dal panorama politico. Il Pd e gli altri partitini di sinistra sono in grado di esaudirli? Così come sono, assolutamente no. Dovrebbero prodursi in un big bang che, facendo saltare le incrostazioni politiche e di potere a tutti i livelli, sia in grado di dare subito la prospettiva, contenutistica e di organizzazione, della formazione di un’unica sinistra politica pluralistica, fortemente intrecciata ai movimenti e all’associazionismo progressista della società civile.
Da tonni dovrebbero tramutarsi in sardine.
aggiornato il 18 dicembre ’19 ore 7,51

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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