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0 asino queen 340 mindi Fausto Pellecchia – A SINISTRA !
Ad ogni tornata elettorale, l’arcipelago polinesiano dei partiti e movimenti sedicenti “comunisti”, tutti immancabilmente a sinistra del PD e “più a sinistra” l’uno dell’altro, si arricchisce di nuovi scogli e isolotti pressoché disabitati. Così, mentre la destra più becera ed eversiva si impadronisce delle istituzioni repubblicane aggredendo e umiliando i valori sanciti dalla Costituzione e dalle norme del diritto internazionale, a sinistra la competizione elettorale espande un pulviscolo di microparticelle, ciascuna eccitata dall’obiettivo di sottrarre una quota infinitesimale di suffragi alla particella contigua. Si tratta di un chiaro sintomo di analfabetismo politico che affligge in primo luogo l’arroganza dei “piccoli padri” fondatori e che si diffonde per contagio ai militanti delle varie sigle concorrenti. Una patologia che Lenin troppo ottimisticamente aveva definito “malattia infantile del comunismo”, confidando nella sua scomparsa nell’età adulta, una volta che il vaccino della Storia avesse provveduto ad immunizzare l’organismo politico dei comunisti.
Ma la colpevole smemoratezza e l’insipienza dei gruppi dirigenti odierni ha finito con l’aggravarne i sintomi e le complicanze. Nessuno più ricorda come la lotta antifascista della Resistenza si sia giovata della partecipazione ampia delle forze democratiche che, pur nella loro profonda diversità ideologica, riuscirono a trovare i punti nodali di convergenza che avrebbero poi ispirato la stesura della nostra Costituzione.

 

All’indomani dell’8 settembre 1943, il Comitato di Liberazione Nazionale promosse l’azione unitaria del Partito Comunista, Partito Socialista, partito Socialista di Unità proletaria, Democrazia cristiana, partito d’Azione, Democrazia del Lavoro, partito Liberale.
Oggi, al contrario, in aperta polemica con il PD, considerato come la causa di tutti i mali della sinistra (e, al tempo stesso, come un pingue serbatoio di voti al quale ogni microparticella ambisce a sottrarre una piccola quota di elettorato) si schierano decine di partitini comunisti. Anche chi, come il sottoscritto, non ha mai votato per questo partito, tanto meno nelle sue recenti derive renziane, non può non rilevare i danni di un simile atteggiamento. Come accade per la miriade di sette evangeliche in America (fino alle recenti contaminazioni di Scientology) – questa virale moltiplicazione di partitini rincorre il suo potenziale elettorato con un pulviscolo di sigle in aspra competizione tra loro. Perciò, il compito più urgente, in questa fase storica, sarebbe quello di liberarsi finalmente dall’idea della prassi politica come mera secolarizzazione del credo religioso, come aspettazione mistica del “sole dell’avvenire”.

Un’autentica politica democratica si pone agli antipodi della fede religiosa (la cui secolarizzazione dovrebbe essere abbandonata al tifo calcistico): il suo “avvenire” non può essere semplicemente “atteso” e “sperato” come il giorno del Giudizio proiettato nella storia, ma deve essere costruito e ricostruito, nelle macerie del presente, con un piano strategico efficace. Di contro alla secolarizzazione del credo religioso, una politica democratica si costituisce come profanazione. Per i giuristi romani, sacre o religiose erano le cose che appartenevano in qualche modo agli dèi. Come tali, erano sottratte al libero uso e al commercio degli uomini: non potevano essere vendute né date in pegno, cedute in usufrutto o gravate di servitú. E sacrilego era ogni atto che violasse o trasgredisse questa loro speciale indisponibilità, che le riservava esclusivamente agli dèi celesti (ed erano allora dette propriamente “sacre”) o inferi (in questo caso si dicevano semplicemente “religiose”). Pertanto, se consacrare (sacrare) era il termine che designava l’uscita delle cose dalla sfera del diritto umano, profanare significava per converso restituire al libero uso degli uomini. Religio non è infatti ciò che unisce uomini e dèi (secondo la falsa etimologia che la fa derivare dal verbo religare), ma ciò che veglia a mantenerli distinti (dal verbo relegare = separare).

Alla religione, dunque, non si oppongono, l’incredulità e l’indifferenza rispetto al divino, ma la “negligenza”, cioè un atteggiamento libero e “distratto” –cioè sciolto dalla religio delle norme– di fronte alle cose e al loro uso. Profanare, quindi,significa aprire la possibilità di una forma speciale di negligenza, che ignora la separazione o, piuttosto, ne fa un uso particolare. Il passaggio dal sacro al profano può infatti, avvenire anche attraverso un uso (o, piuttosto, un riuso) del tutto incongruo.

 

Come acutamente rilevato da Walter Benjamin, la sfera del sacro e quella del gioco sono strettamente connesse. La maggior parte dei giochi che noi conosciamo deriva da antiche cerimonie sacre, da rituali e da pratiche divinatorie che appartenevano un tempo alla sfera in senso lato religiosa. Il girotondo era in origine un rito matrimoniale; giocare con la palla riproduce la lotta degli dèi per il possesso del sole; i giochi d’azzardo derivano da pratiche oracolari; la trottola e la scacchiera erano strumenti di divinazione. La “profanazione” del gioco non riguarda, infatti, soltanto la sfera religiosa. I bambini, che giocano con qualunque anticaglia capiti loro sottomano, trasformano in giocattolo anche ciò che appartiene alla sfera dell’economia, della guerra, del diritto e delle altre attività che siamo abituati a considerare come serie. Un’automobile, un’arma da fuoco, un contratto giuridico si trasformano di colpo in giocattoli. Comune, tanto in questi casi come nella profanazione del sacro, è il passaggio da una religio, che è ormai sentita come oppressiva, alla negligenza come vera religio. Ma questa non significa trascuratezza (nessuna attenzione regge il confronto con quella del bambino che gioca), ma una nuova dimensione dell’uso, che bambini e filosofi ci consegnano come compito dell’umanità.

 

 

 

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