Marco Minniti 350 260 min

Marco Minniti 350 260 mindi Aldo Pirone – Godot è arrivato. Si candida. Mi riferisco all’ex ministro Marco Minniti che ha comunicato ufficialmente all’assemblea nazionale dem di voler concorrere per la carica di segretario del PD. Dopo una lunga e finta incertezza trascinatasi per diversi mesi tra il lusco e il brusco, finalmente la cosa è ufficiale. Oggi il politico calabrese è intervistato da Claudio Tito su “la Repubblica” e dice quale sarà la sua ricetta per risollevare il PD, la sinistra e lo smunto riformismo.

Certo quanto a logica, il pensiero minnitico è piuttosto difettoso. Anche lui parte dall’assunto che “I più deboli sono stati abbandonati. Anzi addirittura biasimati”, andandosene dai nazionalpopopulisti e, perciò, per riconquistarli “C’è bisogno della sinistra riformista”. Da ciò, uno potrebbe dedurre che quell’abbandono è stato determinato dalla debolezza riformista del PD, da una mancanza in tutto o in parte di quel postulato che, come si sa, è divenuto in questi decenni come la pelle di zigrino nelle dotte discussioni dei politici, più concretamente come una copertura per occultare molte vergogne di governo e di opposizione. E, invece, no! Perché il riformismo c’è stato, eccome, tanto che – dice Minniti – “Il Pd non può nemmeno cancellare le politiche riformiste della scorsa legislatura”. Quelle, appunto, che hanno ingrossato e ingrassato i nazionalpopulisti.

Claudio Tito – prima della professione di fede nell’idola, direbbe Bacone, riformista – gli chiede conto della ruina del PD: “Perché lei”, gli ricorda, “negli anni che hanno preceduto le elezioni faceva parte del gruppo dirigente democratico. E’ stato ministro e prima ancora sottosegretario”. Il Minniti prima cerca di svicolare parlando di quanto ha fatto bene lui su sicurezza e terrorismo poi, messo alle strette, dice che il verdetto negativo degli elettori “Forse ha riguardato anche il mio operato e ne sento il peso”. Apposta si candida, per rimuovere il fardello, riproponendo, sostanzialmente, le stesse cose, ma con una migliore comunicazione massmediologica, meno “aristocratica”. Sostanzialmente e opportunisticamente non risponde nel merito della contestazione titina. E cioè che le politiche sbagliate del PD, soprattutto sul piano sociale e del lavoro, causa principale del suo crollo elettorale e politico (quello morale c’era già stato), non hanno mai ricevuto, che si sappia, una qualche opposizione o contestazione dall’ex ministro. Diciamo che, come moltissimi altri, ne è stato corresponsabile. Il che non sarebbe poi la fine del mondo, tutti possono sbagliare – anche se di brutto nel caso specifico – ove il candidato Minniti si proponesse un qualche cambio, fondato su una qualche robusta analisi critica e autocritica; invece annuncia le solite cose: venire incontro alle paure e al desiderio di sicurezza dei cittadini che il PD (renziano si suppone) non ha percepito, alle quali ha risposto con le statistiche; quelle sui posti di lavoro erano pure taroccate. Non pare che il cambiamento di politica e di profilo identitario del partito sia il cruccio dell’ex Lothar di D’Alema. Certo qualcosa propone: otto parole chiave – dice lui – in cui spicca la mancanza della questione lavoro, mentre sovrasta quella della sicurezza. Il resto, l’Europa e l’interesse nazionale, l’umanità e le tutele sociali (quali?) ecc. è tutta roba che, nella sua vaghezza è trita e ritrita. Tito gli propone anche il tema del rapporto con Renzi; e Minniti, che a quanto pare ne riceverà l’appoggio, pensa di cavarsela così: “Non essendo stato tra chi ha esagerato nel lodarlo non ho bisogno di prenderne le distanze”. Come se fosse una questione di “esagerazione” nell’encomio e non l’encomio in sé che non aveva proprio ragione di essere, anche in minimi termini, visti i risultati ottenuti e le ripetute e catastrofiche sconfitte elettorali subìte.

Alla fine l’intervistatore – forse avendo nelle orecchie l’invito “ritiratevi tutti” fatto all’assemblea dem dalla consigliera regionale emiliana Nadia Tarasconi – chiede a Minniti: “Non pensa che il PD abbia bisogno anche di una nuova classe dirigente?”. Risposta: “Quando stavo nel PCI un leader di allora mi diceva: i capi scelgono come successore uno più coglione di loro e la chiamano continuità. Poi a volte si sbagliano e scelgono uno più intelligente e allora lo chiamano rinnovamento. Ecco, io voglio il rinnovamento”.
Solo che i capi comunisti – una parte non tutti – trent’anni fa hanno invertito i termini: hanno scelto il più coglione e l’hanno chiamato rinnovamento.

Ma niente paura. Almeno sotto il profilo del rinnovamento non è il caso di Minniti. Con lui a dominare è la continuità. Anzi, il continuismo.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Di Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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