Dimaiofesteggia 350 260 min

Dimaiofesteggia 350 260 mindi Aldo Pirone – Gli amici del popolo. La sobrietà, com’è noto, non è una virtù diffusa nella politica di oggi. Nella temperie della “veduta corta” la propaganda più spiccia e becera (vedi Salvini) domina il campo; la declamazione demagogica la fa da padrona.
Tuttavia anche in quest’ampio spazio politico rigonfio di ridicole stupidate, sebbene al momento popolari, c’è chi cerca, riuscendoci, di superare se stesso e tutti gli altri. In questa nobile gara il vicepremier Luigi Di Maio, già aduso a proclamazioni storiche sulla nascita di nuove e terze repubbliche da lui immaginate, e che non si sono mai viste “essere in vero” direbbe Machiavelli, giovedì sera ha segnato un punto su tutti gli altri.
Non era facile, ma ce l’ha fatta. “Oggi è un giorno storico! – ha detto – Oggi è cambiata l’Italia! Per la prima volta lo Stato è dalla parte del cittadino. Per la prima volta non toglie ma dà. Gli ultimi sono finalmente al primo posto perché abbiamo sacrificato gli interessi e i privilegi dei potenti … Abbiamo portato a casa la manovra del popolo che per la prima volta nella storia del Paese cancella la povertà grazie al reddito di cittadinanza”. Bomba!

Parlava, il vicepremier, della Nota aggiuntiva al Documento di economia e finanza (Def). Per ora c’è solo un numero che riguarda l’innalzamento del rapporto ipotizzato deficit-Pil dall’1,6 al 2,4; che annuncia, tra altro, l’aumento del debito non la sua riduzione.
I pentaleghisti dicono che questa espansione a debito favorirà una robusta crescita economica e, quindi, una riduzione del medesimo debito in prospettiva. Insomma quasi una partita di giro. O almeno lo sperano. Una cabala più che una certezza.

Tutto questo potrebbe essere vero a due condizioni.
– La prima: se effettivamente le risorse reperite si ripartissero fra aumento dei redditi per le fasce popolari più bisognose e un sostanziale aumento degli investimenti pubblici per stimolare quelli privati onde aumentare l’occupazione stabile.
– La seconda: se la manovra avesse anche un carattere redistributivo, cioè di trasferimento e riequilibrio di ricchezza dai ceti alti, arricchitisi a dismisura in questi anni di neoliberismo rampante, a quelli popolari e del ceto medio che, invece, si sono impoveriti.
Le due condizioni dovrebbero essere tra loro strettamente connesse per parlare, come fa Di Maio, di “manovra del popolo” e, soprattutto, di manovra che ha “sacrificato gli interessi e i privilegi dei potenti”.
Inoltre, e non secondariamente, la caratteristica redistributiva e socialmente progressista, inesistente nella manovra in gestazione, aiuterebbe a trovare quelle risorse strutturali in grado di sostituire, con il tempo necessario, quelle a debito. Ciò richiederebbe una politica fiscale animata, da una parte, da una seria lotta all’evasione fiscale e, dall’altra, da un’imposizione patrimoniale sui ceti più ricchi.
Qui invece si adombrano “paci fiscali” che somigliano molto ai “condoni” dei governi di centrodestra. Inoltre si mette la parola fine anche alla questione del reperimento di risorse attraverso l’eliminazione degli sprechi, quelli veri, contemplati dalle ricorrenti ipotesi di spending review.

Ovviamente, per chi riceverà un aiuto da un “reddito di cittadinanza” ancora da specificare, o dalla limitata revisione della “legge Fornero” (circa 400 mila persone) o dall’aiuto fiscale (dicono un milione di partite Iva) sarà comprensibilmente contento. A sinistra, però, chi non è affetto a prendere lucciole per lanterne dovrebbe sapere che una manovra essenzialmente distributiva può, nell’immediato, far piacere e sembrare di giustizia sociale a chi ne riceve qualche beneficio. Ma il “sembrare” non lo si può confondere con l’ “essere”, perché, prima o poi, la realtà economica – popolata, piaccia o no, e a me non piacciono di sicuro, dai cosiddetti “mercati internazionali” – presenta il conto. E lo presenta proprio a coloro che sono socialmente più deboli e indifesi. Compresi quelli che oggi, nell’immediato, trarranno sollievo dalla “manovra del popolo”.

L’inganno del governo pentastellato e del duo Di Maio-Salvini è di essere riusciti a incanalare la questione sociale dentro un alveo nazionalista e sovranista, facendo così scomparire i nemici interni, per così dire “di classe”, della giustizia sociale e dell’espansione economica ambientalmente sostenibile. La partita si svolge fra un centrodestra italiano di nuovo conio populista e il “nemico esterno”, l’Europa delle politiche di austerità a marca moderata e neoliberista, sorda a ogni politica sovranazionale di orientamento neo keynesiano: due destre, due sovranismi.

Quello che colpisce di più non sono le lamentele e i lagni di un PD in crisi esistenziale inchiodato ai fatti e fattacci delle sue performance di governo da Monti a Letta a Renzi a Gentiloni, ma la confusione di quelli che, alla sua sinistra, si sentono in qualche modo attratti dalla demagogia pentaleghista. Nicola Fratoianni di SI-LeU non si “straccia le vesti” per lo sforamento del deficit, per lui il problema “è come vengono usate le risorse”. Dovrebbe essere anche, e soprattutto, quello della direzione nella quale sono reperite. Potere al Popolo, dal canto suo – preso dalla vecchia e classica politica di sinistra del secolo scorso del cosiddetto “più uno” -, dice che non bisognerebbe rispettare neanche il 3% di deficit dell’Ue: “Contro l’ingiustizia sociale il Def è poco non troppo”. Il problema, anche qui, sarebbe la quantità non la qualità e la direzione sociale nel reperimento delle risorse della manovra.
Il più contento sembra essere Stefano Fassina. “Finalmente, ritorna la politica sull’economia – dice -, condizione necessaria, ahimé non sufficiente dati i rapporti di forza interni ed esterni, al primato della sovranità costituzionale”. Poi avverte la sinistra o meglio il PD: “Continua ad affidarsi al generale Spread per miopi illusioni elettorali?”.
Invece, a quanto pare, alcuni esponenti della sinistra sono intenti a prendere direttamente “fischi per fiaschi”.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Di Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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