di Valentino Bettinelli – Italia, un colosso dai piedi d’argilla.
È una giornata uggiosa quella del 14 agosto per Genova. Mentre tutti si preparano per le scampagnate ferragostane, un boato squarcia la normalità all’ombra della Lanterna. Sembra un terremoto. Il panico si diffonde e prontamente arrivano le veline d’agenzia e i primi contributi filmati. Non è una calamità naturale ad aver colto di sorpresa i genovesi, bensì un disastroso crollo, quello del ponte Morandi, cavalcavia dell’autostrada A10, snodo fondamentale per il traffico del capoluogo ligure.
Immediatamente il conto di feriti, dispersi e vittime rimbalza da un’emittente all’altra, con la costante crescita del numero dei cadaveri. Il simbolo di un paese in movimento diventa, in un lampo, l’emblema della fragilità infrastrutturale italiana. Un grattacielo amministrativo dalle fondamenta fragili, che puntualmente deve ricorrere a manovre d’emergenza per la soluzione di problemi che causano disastri. Catastrofi che gravano sul bilancio economico e quello umano di uno Stato assente, pronto alle sfilate di rito che vanno puntualmente a scemare.
Anche i riflettori dei media si spengono in breve tempo, lasciando ai superstiti la dura realtà della ricostruzione e dell’affannoso tentativo di ripartenza.
Parlare oggi di Genova non è semplice. A complicare tutto il pensiero che va alle vittime e alle famiglie. Esistenze che hanno pagato il prezzo più alto al casello invisibile che divide l’autostrada della vita da quella della morte.