salvini di maio 350 260 min

salvini di maio 350 260 mindi Aldo Pirone – Il governo che non s’è fatto e la cecità di Travaglio

“Un governo Lega-Cinque stelle? Ne ho già viste tante che faccio fatica a immaginarmi qualcosa di peggio”. Questa è stata l’opinione espressa ieri da Piercamillo Davigo, ex PM di mani pulite alla Festa de “Il Fatto Quotidiano”. Qualche redattore, poi, ha sintetizzato il pensiero davighiano con “Ne abbiamo viste di peggio”. Insomma, a quanto pare, l’apertura di credito alla coalizione di centrodestra di nuovo conio, in alcuni ambienti facenti capo al giornale di Travaglio e Padellaro, si voleva giocare tutta tra il “mettiamoli alla prova prima di giudicare” e il solito “meno peggio”. Poi la formazione del governo è andata a finire come abbiamo visto: non si è fatto, soprattutto perché Salvini vuole le elezioni anticipate. Come si è potuto evincere dalle parole e dalla descrizione dei fatti del Presidente Mattarella.

Tuttavia è bene ricordare, a futura memoria, che il direttore Travaglio, in questi giorni si è impegnato in una quotidiana lotta, a suon di articoli di fondo, nell’elencare gli errori e le nefandezze, purtroppo veri e innegabili, dei precedenti governi ed esponenti politici, oggi critici, che renderebbero del tutto capziose, inaccettabili e anche un po’ comiche le loro critiche. Insomma della serie “senti chi parla”, “il bue che dà del cornuto all’asino”, per non parlare di atteggiamenti ancor più infantili simili a quelle liti fra bambini quando il pargolo colto in fallo di qualche marachella, per difendersi comincia a rivangare quello che in altri momenti gli ha fatto di simile o anche peggio il suo rivale. Per dire dell’elevatezza del dibattito in corso; come se non bastassero le smargiassate del povero Di Maio o gli avvertimenti mafiosi del suo sopravanzante socio Salvini.

Per rispondere a Davigo, cui è sembrato difficile che il governo “Salvadimaio” potesse fare di peggio, e visto che non è da escludersi che questa bella combinazione possa prima o poi riproporsi, si potrebbe rispondere che “al peggio non c’è mai fine”, come ci dicono gli anni trascorsi. E a Travaglio, che era tutto proteso a vedere l’“effetto che fa” il centrodestra di nuovo conio, si potrebbe far osservare che forse saremmo in presenza sì di un passaggio storico, quello, sempre per stare nell’ambito del sano proverbio popolare, “dalla padella alla brace”. Tre domeniche fa, il 6 maggio, quando la faccenda governo era ancora in alto mare, il direttore de “Il Fatto” scrisse un articolo, con il suo solito stile graffiante e demolitorio, su Salvini definito, con più di qualche ragione, il “Cazzaro verde”, in cui se ne faceva una sorta di biografia puntuale e distruttiva. La cosa gli è stata ricordata qualche sera fa a “Otto e mezzo” da Lilli Gruber. La domanda era – viste le sue aperture verso l’allora possibile e nascente governo pentaleghista malamente nascoste dallo “stiamo a vedere prima di giudicare” – se per caso nel “travaglio” intercorso negli ultimi giorni avesse cambiato opinione e il rospo si fosse trasformato nel bel principe della favola. No, ha risposto il nostro. Salvini rimane sempre un verde “Cazzaro”, ma la colpa del matrimonio – poi non consumato – non è di Di Maio ma del PD renziano che ha respinto le sue avance. Come se i pop corn di Renzi potessero giustificare l’indigestione, per di più dichiarata gustosa fin dall’inizio delle trattative dai fondatori della “Terza Repubblica”, di mele marce e avariate per farci insieme “grandi cose”.

Del “contratto di governo” pentaleghista ho già avuto modo di dire quel che ne penso: aveva un sapore inconfondibilmente di destra punteggiato da alcune cose in sé anche condivisibili il tutto coperto da una fitta nebbia demagogica sia interna che verso l’Europa. E che sia così mi pare che lo dicano gli sviluppi politici intervenuti in queste settimane attorno alla formazione del governo fino all’epilogo di questa sera. Il M5s e il capo politico Di Maio, in particolare, dovrebbero riflettere – e con loro molta altra gente – sul capolavoro già prodotto: partiti in tromba e autoproclamatisi protagonisti di una nuova era, chiudono con un Salvini con il vento in poppa che ha furbamente utilizzato il senile Savona per andare alle elezioni anticipate cercando di scaricarne la responsabilità sul Presidente Mattarella, sull’Europa, sui poteri forti e su chiunque altro venisse comodo per avere più voti nelle prossime urne. Il “Cazzaro verde” è stato fatto politicamente ed elettoralmente lievitare come defensor civitatis contro la perfida Merkel. Là dove, accuratamente nascoste le cause anche endogene della questione sociale e dell’aggravarsi delle diseguaglianze (vedi per esempio la questione dell’evasione fiscale), cioè della contraddizione di classe, è riemerso in tutto il suo fulgore lo sviamento nazionalistico-patriottardo, “estremo rifugio delle canaglie” come avvertiva Samuel Johnson.

In queste ore sembra di essere ripiombati a un secolo fa, alla “Grande proletaria s’è mossa” di un colonialismo straccione, all’agitazione del nazionalismo fascista sulle “inique sanzioni” delle potenze “demo pluto giudaiche massoniche” che vorrebbero negarci “il posto al sole”. Solamente che al posto della “perfida Albione” dei “cinque pasti il giorno” c’è la Germania scoppiante di salute della Merkel.
Tutto questo dovrebbe allarmare, dovrebbe fare uscire dall’accecamento irrazionale, comprensibile ma non giustificabile, dovuto alle vergogne viste in passato e all’altrettanto comprensibile avversione verso i loro autori. Quello che è stato già messo in scena in questi giorni dall’alleanza pentaleghista non ha giustificato nemmeno un po’ l’atteggiamento dello “stiamo a vedere”, con diverse sfumature, di Travaglio, Scanzi, Padellaro e compagnia. Che poi, paradossalmente, è stato lo stesso, anche se con opposta disposizione d’animo, di quello di Renzi. Solo che invece dei pop corn ci si preparava a sgranocchiare noccioline e al posto di vedere un cadavere seduti sulla riva del fiume si auspicava un rospo trasformato in principe perché baciato da Travaglio. Si dirà: ma come giornalisti dobbiamo stare ai fatti, dobbiamo essere oggettivi. Certo, ma i fatti già ci sono, sono scritti e annunciati, basta vederli e non occultarli, nei commenti, nascondendoli dietro i precedenti misfatti. Lo “stiamo a vedere” è solo opportunismo, perché lo abbiamo già visto.
Basta riandare a vedere i cinegiornali dell’Istituto Luce.

 

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Di Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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