di Nadeia De Gasperis – Quando Basaglia chiese a un suo collega inglese cosa fosse una istituzione, questo, un po’ perplesso dalla banalità della sua domanda fece cenno, allargando le mani, che l’istituzione era quel luogo in cui si trovavano loro due, un manicomio, loro due erano l’istituzione. E allora Basaglia capì che se loro due avessero fatto discorsi di apertura, quella sarebbe stata l’istituzione, se fossero stati discorsi di chiusura, anche quella sarebbe stata l’istituzione. Così convinto che la “follia” fosse presente in ognuno di noi come la “ragione” e che fossero le condizioni personali, ambientali, sociali, a far emergere un comportamento favorevole, e dunque ragionevole o uno folle, Basaglia pensava che il luogo “manicomio” fosse un carcere. E la prima volta che vi entrò da studente di medicina pensò di sentire lo stesso fetore di “merda” che aveva sentito entrando in un carcere, dove era stato internato per le sue lotte al fascismo. Quella istituzione era assurda e serviva solo a chi veniva pagato per tenerla in piedi.
L’unico modo di affrontare la malattia mentale, era quello di incontrarla fuori da quella istituzione, che non era solo il manicomio ma il nostro bisogno di etichettare e codificare qualsiasi cosa, “pazzo”, “maniaco”, “disturbato”. Non è mai stato tanto attuale come oggi, questo pensiero, questa urgenza di fissare ruoli addosso alla gente e cucirli a filo talmente stretto da distruggere le vite delle persone o da lavarsi le mani da qualsiasi intervento.
Quante sono state le persone e soprattutto le donne , non parlo delle donne del medioevo, “curate” con elettroschock magari solo per le loro idee ribelli.Durante il Ventennio fascista, i manicomi si riempirono di donne accusate di essere libertine, indocili, irose, smorfiose o, soprattutto, madri snaturate.
Il manicomio non serve a curare le malattie mentali ma a distruggere il paziente.
Era circa il 2000 quando all’Aquila furono ritrovate decine di lastre fotografiche che ritraevano gli “internati” del manicomio di Collemaggio, nudi e magrissimi come gli internati di un lager. Fu un ritrovamento scioccante ma non avrebbe dovuto meravigliarci se pensiamo come venivano tenuti gli anziani, nei centri pubblici, ospedalieri, trenta anni fa. Ci portavano regolarmente a farvi visita, le maestre delle scuole elementari, magari a Natale o per le ricorrenze. Ricordo un odore pungente, e ricordo chi non si faceva problemi a maltrattarli neppure dinanzi ai bambini e alla loro maestra. A che punto siamo oggi? La società è ancora lontana da accettare un disagio mentale come qualsiasi altro disagio, a trattare la malattia mentale, come qualsiasi altra patologia, tanto da “isolare” i soggetti “disturbati”.
sono tanto i centri che hanno fatto resistenza alla legge che prevedeva di costruire in alternativa ai manicomi servizi territoriali e strutture alternative, , rimanendo aperti fino agli ultimi anni ’90.
Ma noi oggi siamo capaci di uscire dall’ISTITUZIONE” per guardare la malattia mentale? E le istituzioni sono in grado di entrare dentro il problema?
Sono troppe le famiglie abbandonate nella loro sofferenza, per la mancanza di strumenti, di disponibilità economica, di assistenza, di diritti a tutte queste cose, L’uomo fisicamente disabile, come quello anche psichico, è un essere umano da assistere, un essere umano che ha una propria potenzialità, una propria capacità ed una dignità uguale a quella di tutti i cittadini, la cui intrinseca aspirazione ( ce lo auguriamo che ritorni) alla piena libertà ed indipendenza.
Perfino Papa Francesco con il tono “conciliante” ma coraggioso, è stati di pungolo nel quadro politico sociale per quanto concerne la problematica della sofferenza psichica.
Ma le istituzioni sembrano essere “sorde” all’urgenza di qualsiasi intervento e si continua a morire anche solo di solitudine e indifferenza. L’odore di “merda” di cui parlava Basaglia, è ancora nell’aria.
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