deandrè 350

deandrè 350di Arianna Rossi – Era il 1966 quando Fabrizio De André cantava le parole di un amore perduto, di un amore costruito su una promessa di eternità e che invece è diventato invisibile con il tempo fino a scomparire definitivamente…

Era l’inizio di un decennio che avrebbe cambiato per sempre l’aspetto morale ed etico del paese, un decennio che avrebbe assistito ad eventi tragici, alla giustificazione della codardia, alla corruzione della politica ma sarebbero stati anche gli anni in cui il POPOLO italiano avrebbe raggiunto un’unità che non ha mai più ritrovato.

Il malcontento era generale, gli studenti manifestavano per le strade, la lotta politica impazzava sui giornali, basterebbe prendere un quotidiano di oggi e cambiarne la data e avremmo esattamente le stesse notizie e le stesse condizioni ma purtroppo c’è stato un cambiamento fondamentale, il tacere della voce del popolo.

La divisione classista è sempre stata lo spettro con cui l’Italia ha dovuto confrontarsi, i figli di avvocati, giudici, medici non sono mai stati considerati nello stesso modo dei figli degli operai, era così cinquant’anni fa ed è così anche adesso eppure c’era qualcosa di diverso. Cos’è che caratterizzava il popolo italiano che oggi non esiste più?

Il senso di unione, la voglia di far parte dello stesso gruppo, della stessa collettività, non aveva importanza il reddito dei genitori, lo stato sociale, la scuola che si frequentava, la facoltà che si sceglieva, era importante il popolo di cui si faceva parte.

Per le strade il suono costante delle sirene si mescolava con quello dei ragazzi che manifestavano urlando a squarciagola le loro idee, l’odore di fumo delle sigarette si univa a quello della polvere da sparo delle pistole dei poliziotti, il suono dei colpi si confondeva con quello delle ossa rotte degli studenti. Studenti che marciavano per i loro diritti, italiani che univano le loro voci in un unico grande grido, in un’unica grande richiesta, quella di essere ascoltati, la voglia di comunicare univa le diverse generazioni, il bisogno di sentirsi parte di un organo, di una comunità faceva sì che le differenze sociali, culturali e sessuali venissero meno.

Ricchi, poveri, laureati, ragazzi, operai scendevano in piazza e urlavano, urlavano perché la voglia di farsi ascoltare era tanta, urlavano perché la voglia di CAMBIARE era impossibile da tacere, urlavano perché in un paese che chiude occhi e orecchie davanti agli eventi è importante COMUNICARE.

Ma oggi, nell’era dei social dove è possibile scambiare pensieri con tutti gli abitanti del mondo il termine COMUNICAZIONE è soltanto una parola vuota, una pagina del dizionario bianca eppure prima bastavano una chitarra e un microfono, uno striscione e un megafono per farsi sentire, per trasmettere un punto di vista diverso.

Il popolo italiano contraddistintosi sempre per la voglia di cambiamento ha permesso che la sua scintilla si spegnesse, la sua anima si inaridisse e il suo corpo si atrofizzasse. Dove sono gli studenti che si iscrivevano all’università con la voglia di imparare, dove sono i lavoratori che difendevano fino alla morte i loro diritti, dove sono quelle piccole cose che bastavano a definire un popolo tale?

Salendo sulla metropolitana o aspettando il treno alla stazione ci si accorge che l’attenzione delle persone non è rivolta al mondo che li circonda ma è risucchiata dai Black Mirrors, i Social Network hanno messo in evidenza la parte più infima ed inutile dell’essere umano, il suo egocentrismo e in un paese ormai costruito sulla differenza tra classi sociali esso non può che crescere a dismisura.

Il prendersi per mano è diventato il digitare dei tasti, non ci si guarda più negli occhi ma attraverso gli schermi, la vernice delle bombolette spray ha lasciato spazio all’inchiostro digitale, i post hanno sostituito i volantini di cinquant’anni fa ma su di essi non si leggono parole che comunicano la drammatica situazione generale e reale del paese ma frammenti di momenti di una vita quotidiana vuota, priva di quella parte informe e splendente che la rende viva…l’anima.

Non si è preoccupati per una scuola formativa che non sta formando, non si è preoccupati per la mancanza di un primo ministro che non viene scelto ormai da anni, non si è preoccupati dell’immagine che il nostro paese sta dando al mondo perché si è concentrati solo sulla propria immagine, l’attenzione è rivolta esclusivamente agli aspetti superficiali smettendo di prendersi cura della parte interiore, quella parte per cui in passato si era disposti a morire pur di difenderla.

Nella nostra epoca elementi come la voce, la personalità, il pensiero sono scomparsi fino quasi ad estinguersi totalmente… “l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza…”

 
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Di Arianna Rossi

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