da L’Inchiesta del 18 ottobre 2017 Intervista a Enzo Valente
Segretario Valente, un mese fa Gino Rossi di Vertenza Frusinate polemizzò con la Regione Lazio per il mancato pagamento delle indennità di mobilità. Intervenne l’assessore Valente a smentirlo e, a dar man forte alla Regione, ci furono anche i segretari provinciali sindacali: ad oggi neppure un euro è stato erogato. Insomma, aveva ragione Rossi?
«Gino Rossi, forte dell’esperienza maturata prima con la lunga militanza nel sindacato e poi in Vertenza Frusinate, aveva preventivato quelle che erano le lungaggini dovute alla burocrazia che, ancora una volta, vanifica gli sforzi e le conquiste di una difficile partita rivendicativa. Ci appelliamo al ministero ed alla Regione, affinché faccia pressione, per sbloccare liter burocratico: troppe famiglie sono senza reddito e la situazione inizia a diventare davvero insostenibile. Oltre alla mobilità aspettiamo ancora risposte per quei lavoratori che erano stati esclusi da questo beneficio sulla mobilità in deroga 2016: oggi, pur avendo le carte in regola ed i requisiti a posto, a tutt’oggi l’Inps di Frosinone e lo sportello di Anagni non erogano l’indennità senza dare la risposta delle reali motivazioni».
Un vero rebus…
«Ma non finisce qui. Ricordiamo che la misura sull’area di crisi speciale, prevista nel 2016, conferma anche per il 2017 dodici mesi di cassa straordinaria in deroga per le aziende che hanno esaurito l’utilizzo di tutti gli ammortizzatori sociali ordinari. Delle 6 aziende ciociare – sulle 10-12 a livello nazionale – che hanno usufruito di questo strumento ad oggi nessuna ha ancora ottenuto il rimborso da parte dell’Inps per chi ha anticipato la provvidenza ai dipendenti. Maggiore è la beffa per i lavoratori di quelle aziende che, non avendo la possibilità dell’anticipo, dovevano percepire l’indennizzo diretto da parte dell’Inps. Inspiegabile che i funzionari dell’Inps, pur affermando che tutta la pratica è in regola, continuano a non pagare i lavoratori. Sarebbe proprio il caso che la magistratura chiarisse lo stato delle cose».
Ci sono poi tirocini aziendali e lavori utili…
«Come organizzazioni sindacali, oltre ad aver incontrato il mondo dell’associazionismo datoriale e i vertici della Camera di Commercio, abbiamo fatto un lavoro di preparazione di schede tecniche relative singolarmente a questi lavoratori e sono state messe a disposizione delle associazioni».
Funzionerà?
«Questa è una misura innovativa ma non è certo la soluzione al problema occupazionale della provincia. C’è necessità di grande attenzione a non drogare ulteriormente il mercato del lavoro della Ciociaria, già fiaccato dal precariato selvaggio e delle occupazioni in nero. Dobbiamo evitare che qualche imprenditore spregiudicato possa approfittare di questa misura solo per utilizzare mano d’opera a costo zero. Insomma vanno bene i tirocini curriculanti per gli ex lavoratori ma a patto che ci sia una forte attenzione affinché ci sia uno sbocco occupazionale dopo il periodo di tirocinio. Si tratta di persone che hanno già sofferto abbastanza e che non meritano certo una presa in giro ulteriore».
La call per le manifestazioni di interesse delle aziende ad investire nell’area di crisi complessa sembra aver ottenuto risultati decisamente modesti. Che giudizio dà?
«E’ il caso che in provincia di Frosinone, soprattutto nell’area nord -sito di interesse nazionale – si provveda alla nomina di un commissario straordinario. Col compito della reale bonifica della valle del Sacco, libero da lacci e lacciuoli del consenso elettorale, ma anche determinato a sburocratizzare l’iter autorizzativo che oggi, in virtù dei vincoli relativi al Sin nazionale, ritardano o bloccano quasi completamente il mondo delle autorizzazioni e scoraggiano gli investimenti penalizzando sempre di più questo territorio. Questo non vuol dire che sia giusto spingere per autorizzare attività a sensibile impatto ambientale: perché sul fronte delle emissioni è chiaro a tutti come non si possa incidere ulteriormente sulla già preoccupante situazione esistente. Del resto, bisogna ricordarlo, ci sono tante imprese amiche dell’ambiente e non è giusto che anche queste paghino lo scotto per gli effetti generati da chi ha prodotto inquinamento».
Perché gli imprenditori sembrano non credere più in misure come area di crisi ed accordo di programma?
«Si è perso l’interesse per questi strumenti perché i tempi per beneficiare degli effetti positivi sono molto più lunghi e non corrispondono minimamente a quelli che sono i ritmi delle imprese spinte dall’urgenza di dare risposte immediate al mercato. Il vecchio accordo di programma è un esempio davvero emblematico: ancora oggi non si sa in quale cassetto del ministero o di Invitalia sia fermo. Ma, di sicuro, se quei finanziamenti per le 2/3 imprese che hanno aderito fossero stati vitali per la loro sopravvivenza o il prosieguo delle attività, ci troveremmo di fronte ad aziende chiuse da un pezzo. Ma per fortuna non era così».
Veniamo alla barzelletta dell’area Fca, dove politica e tavoli istituzionali non riescono ad accendere una fila di pali della pubblica illuminazione…
«Ha fatto bene il collega della Uilm Francesco Giangrande che, senza più fiducia nei tavoli e tavolinetti ella politica, si è rivolto alla magistratura. Gli diamo un plauso e dobbiamo prendere esempio da lui anche su altri aspetti. Ci avviciniamo al rinnovo del governo regionale e di quello del Paese e su questi temi chiederemo impegni forti e precisi ai prossimi candidati. C’è una corsa oggi da parte dei governanti e di chi ha governato a dire che tutto è stato fatto. Ma dai riscontri purtroppo risulta evidente che non è così, ad eccezione di misure straordinarie messe in campo per una piccola fetta di persone che non va a ristorare la massa di gente precipitata nella povertà in provincia. In termini reali è stato fatto poco e molto spesso le uniche cose a beneficio della collettività sono venute dalle aziende, senza l’aiuto del pubblico. Anzi, a volte, perfino osteggiate dal mondo della politica e delle istituzioni. La storia di Fca è emblematica: ha fatto tutto da sola. Come pure hanno fatto da sole le imprese dell’indotto che, per restare fornitrici del gruppo guidato da Marchionne, hanno messo mano al portafogli ed hanno investito».
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