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competenze digitali formazione mindi Daniela Mastracci“Una solida cultura di base”. Fanno una qualche presa su un ipotetico ascoltatore o lettore queste parole? Hanno ancora un significato? Alla luce della cosiddetta scuola delle competenze, pare di no. La scuola delle competenze ha posto le sue proprie basi autolegittimantesi su di un giudizio sulla conoscenza, apparentemente senza appello, come inutile al mondo contemporaneo, in perpetuo e veloce cambiamento. Inutile quanto a “spendibilità” (parola chiave che ricorre nei documenti ministeriali, nonché dell’Invalsi) nel mondo del lavoro. Dunque al cosiddetto mondo del lavoro non serve la conoscenza. Questa pare espulsa dalla scuola a vantaggio delle competenze, che sono scelte come oggetto della didattica perché dovrebbero allora servire al mondo del lavoro. La scuola cioè sarebbe chiamata allo scopo di formare nuovi giovani lavoratori. Quanto sarà insegnato agli studenti è funzionale al mondo del lavoro.

Il mondo contemporaneo e il suo veloce cambiamento

Si aprono alcune questioni: se è vero che il mondo contemporaneo è in perpetuo e veloce cambiamento quale è il senso di insegnare competenze, poniamo informatico-digitali, che sono relative al mondo del lavoro attuale (2017) a ragazzi che entreranno, più speditamente come dicono che accadrebbe, nel mondo del lavoro tra qualche anno, diciamo almeno 5, se pensiamo ad un alunno di primo superiore? Tra 5 anni non sarà cambiato il mondo del lavoro, specie rispetto ai continui aggiornamenti delle cosiddette “versioni” di un certo software, piattaforma, etc? Dobbiamo immaginare che il percorso didattico dell’alunno sia utile, oppure già obsoleto? La contraddizione è sanabile? L’alunno probabilmente sarà chiamato ad “aggiornare” anno dopo anno le sue competenze, faticosamente acquisite nell’anno precedente.

A tale quesito sembra aver risposto da tempo l’Europa
Sono state definite dal Parlamento Europeo le Competenze chiave per l’apprendimento permanente ed è stata emanata la Raccomandazione del 18 dicembre 2006, nella quale si sollecitano i paesi membri dell’UE a intraprendere azioni per lo sviluppo dell’apprendimento permanente.
Nella Raccomandazione viene espressamente chiesto ai paesi di assicurare che la formazione e l’istruzione dei giovani li metta nella condizione di raggiungere le competenze chiave, successivamente spendibili nella vita adulta. Inoltre, tali competenze di base devono agevolare il successivo processo di apprendimento. (la Raccomandazione si riferisce anche agli “adulti”, in relazione ai quali i paesi devono garantire lo sviluppo e l’aggiornamento delle loro competenze chiave per tutto l’arco della vita.)

Gli Assi culturali della Raccomandazione UE e…”imparare ad imparare”

La Raccomandazione stessa individua i seguenti “Assi culturali”: asse dei linguaggi, asse matematico, asse scientifico-tecnologico, asse storico-sociale; e le seguenti competenze-chiave che devono essere possedute dai giovani al termine dell’obbligo scolastico: imparare ad imparare, progettare, comunicare, collaborare e partecipare, agire in modo autonomo e responsabile, risolvere problemi, individuare collegamenti e relazioni, acquisire ed interpretare informazioni.
Come interpretare la competenza “imparare ad imparare”? La parvenza è che si tratti della messa in formula propriamente dell’invito/obiettivo all’apprendimento permanente. Poniamo un interrogativo al cosiddetto “apprendimento permanente”. E’ pensato come progresso, ovvero aumento quantitativo delle competenze, oppure come sostituzione di una competenza alla precedente? Dato il servire al mondo del lavoro che cambia, viene da pensare alla seconda ipotesi: l’aggiornamento di un sistema informatico implica che l’utente/lavoratore impari di volta in volta come interfacciarsi alla nuova piattaforma, ad esempio, ma: cosa se ne fa della competenza che prima usava, rispetto alla versione precedente l’aggiornamento? Pare ragionevole pensare che quella data competenza non serva più, quindi conservarla in memoria forse toglie spazio alla competenza successiva. La mente degli studenti sembra essere pensata come un supporto informatico dotato di “x” memoria, una quantità definita, riempita la quale, occorre “cestinare” per fare spazio ad altro. Nel peggiore dei casi occorre “resettare” quando gli aggiornamenti software si coniughino ad aggiornamenti hardware. Questo spiegherebbe perché la Raccomandazione Europea si riferisce anche agli adulti? Ma cosa ci dice la messa in opera materiale della raccomandazione stessa? Il sistema produttivo, nonché le istituzioni stesse, sembrano considerare i lavoratori “anziani” come “inutili”: troppo strutturati? Troppo specializzati? Una memoria non flessibile? Quasi incompatibile con i sistemi informatizzati, digitali? Ovvero occorrerebbe un training lungo per de-strutturare e poi allenare la mente “anziana” alla flessibilità dell’acquisire e del cancellare, per acquisire del nuovo, in costante reset del saper fare? Occorrerebbero cioè investimenti notevoli su percorsi di formazione per un risultato a priori del tutto incerto, perché ancora troppo individualizzato il dato di partenza, relativo al gap tra formazione iniziale e formazione in arrivo, tale da rendere la formazione non modellabile in percorsi standardizzati e perciò dai costi contenuti.

“un allenamento a recepire congruo alla rapidità, perciò spendibile in quanto non resistente”

Invece le menti dei più giovani non sono già strutturate. Inoltre sono abituate dai primissimi anni di vita (nativi digitali) al mutamento veloce: basta osservare gli aggiornamenti delle app sugli smartphone per rendersi conto della abitudine all’aggiornamento e all’attesa, certa di essere soddisfatta, dello stesso, in cui “abitano” i più giovani. E basta ascoltare il loro linguaggio tutto intriso di nuovismo, e di esaltazione ogni volta che l’app garantisca qualche performance ulteriore; quando invece chi non possieda uno smartphone che supporti l’aggiornamento agognato si sente defraudato di chissà quali meravigliose possibilità, e perciò desidera cambiare telefono. Si attesta una “mutazione” antropologica? E la scuola ne è il veicolo? E’ il tempo dell’allenamento di menti già “predisposte”?
Resta a questo punto lo iato fra competenze acquisite 5 anni prima di entrare nel mondo del lavoro? Forse “imparare ad imparare” è la compensazione dello iato: allora la scuola si configura come “palestra” ove stimolare e rafforzare, mandare a regime, e intanto avallare, una e una sola competenza: essere nati in un mondo ove è espulsa la strutturazione delle conoscenze, ove la mente è un contenitore mobile che acquisisce ed espelle, veloce ad intercettare il nuovo che arriva e sostituirlo al vecchio, veloce a modificare modi di lavorare e perciò omogenea ai processi tecnologici, digitali, produttivi che mutano senza sosta. Una mente che ha stabilmente “ospitato” modi di lavorare efficaci per lunghi periodi, sarebbe probabilmente impermeabile non al cambiamento di modi di lavorare, astrattamente inteso, ma alla modificazione reale da operare su di sé. La flessibilità è meglio e più rapidamente conseguita se le menti siano a priori sgombre da zavorre troppo a lungo contenute tanto da radicarsi e configurare un tipo di lavoratore. Il tipo flessibile dalle migliori prestazioni avrà meno contenuti possibile, ma un allenamento a recepire congruo alla rapidità, perciò spendibile in quanto non resistente.

12 ottobre 2017

Di Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.

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