di Daniela Mastracci – Una comunità di Ricerca.
Una classe può diventare una comunità di ricerca se stimolata a prendere la parola e ad ascoltarsi reciprocamente. E’ vero, c’è titubanza all’inizio, c’è timore di sbagliare, c’è anche il non capire la novità che porta un insegnante quando chiede “che cosa è?” questo o quello, quale significato si da alla tale espressione usata nel linguaggio quotidiano, ma divenuta oggetto di riflessione, oppure quella tale singola parola, quel modo di dire, e così via. Come una comunità di ricerca, in classe ci si interroga insieme: incluso l’insegnante, che è parte attiva del processo, in quanto promotore, ma anche in quanto partecipante, assieme agli studenti. Il suo compito è guidare razionalmente la discussione e, facendolo, insegnare come affrontare un dibattito: la conversazione che ha le sue regole, e che vanno appunto imparate. Ma la novità è impararle sul campo, non in astratto, come un decalogo da seguire, ma come un prendere coscienza del percorso mentre lo si fa e, a conclusione, imparare anche a formalizzarlo nelle sue tappe e funzioni, possibilmente nella sua finalità, se raggiunta: ovvero la risposta alla domanda iniziale.
Questo processo implica “Tempo”: il tempo dello stare insieme in classe, guardarsi negli occhi, impostare il ragionamento, aprirsi e intervenire, ascoltarsi e rispondersi, proseguire passo passo, ma anche a volte tornando indietro (apparentemente), confrontarsi, e con ciò, risultato a parte, arricchirsi logicamente, contenutisticamente, e però anche umanamente e civicamente.
Il metodo dell’argomentazione guidata, plurale, aperta, problematica, risolutiva (a volte), diventa lo spazio di una conversazione posata, attenta, non frettolosa, che si prende cura dei parlanti e ascoltatori, così come del tema-problema che si sta affrontando: c’è tutto il rispetto che si deve e si dà al ragionare plurale, libero, aperto. Senza calare dall’alto né domande, né tanto meno risposte. Ma lasciando come accadere da sé la conversazione, partendo dai ragazzi e seguendo i ragazzi, per ciò che ciascun essere umano possa dare all’altro, contribuendo tutti all’arricchimento di tutti, alla scoperta dell’altro e dell’altra possibile risposta, (perché se non si è degli scientisti convinti, si sa che le risposte alle cose dell’uomo sono plurali e non possono darsi definitivamente).
Perplessità e critiche sostanziali allo smartphone in classe
E’ per questo contesto di conversazione filosofica che si può sostenere perplessità e critiche sostanziali allo smartphone in classe. Esso distoglie l’attenzione. Risucchia con una fascinazione degna di un sofista, prono al sistema ultraliberista, che imbastisca un discorso persuasivo attimo dopo attimo. E dove lo stesso sofista di sistema, offre risposte veloci alle domande degli studenti, se sollecitati a cercare una qualsiasi informazione. Gli studenti pensano mentre vanno a googolare la parola tale e tale altra? Ovvero a cercarne ad esempio il significato? Questo è uno degli usi per cui lo smartphone aiuterebbe la didattica, faciliterebbe agli studenti l’apprendimento. Si scrive la parola cercata e si va a leggere la “risposta” aprendo i link che Google fornisce in prima battuta: spesso il primo link è Wikipedia. Si apre e si legge la definizione che dice il significato della parola cercata. In pochi attimi si trova la risposta: come essere certi che sia la risposta giusta? Lo possiamo chiedere al link? Sappiamo chi ha messo in rete le risposte? Con quali controlli e conoscenze? Ovvero alla risposta trovata seguono interrogativi di controllo? Non pare sia previsto, se è vero che la rete fornisce velocemente la risposta: ci contraddiremmo se poi “perdessimo tempo” a domandarci se sia o meno corretta. Ovvero dobbiamo fidarci della rete. Il presupposto allora dell’assunto “lo smartphone aiuta l’apprendimento” è che la rete sia affidabile.
Caro Ministero, eppure…?
Lo stesso ministero promuove campagne contro il cyber bullismo: l’implicito è evidente.
Lo stesso ministero promuove la società della conoscenza, a nome soprattutto dei compagni di strada europei: conosco vuol dire leggo la definizione e posso dire di aver concluso la mia ricerca?
Lo stesso ministero si batte contro le resistenze alle vaccinazioni obbligatorie, resistenze che viaggiano soprattutto in rete.
Lo stesso ministero si batte contro le faknews
Insomma credo sia sufficiente per sostenere che il ministero cada in contraddizione a proposito dello smartphone in classe: fidarsi oppure no della rete? Attivarsi per controlli oppure cedere al dogma della velocità? Pensabile il portare avanti assieme, sia la ricerca, che l’attenzione critica al controllo delle fonti? Ma, ad ogni modo, se occorre tempo per cercare, trovare, controllare, perché non usare lo stesso tempo a conversare insieme, produrre dialetticamente le risposte, aiutate proprio dal confronto incrociato e attivo dei ragazzi stessi, insieme al loro docente? E tutto ciò si può avvalere di uno strumento assai prezioso che si chiama Etimologia: tale ricerca accompagnata da un vocabolario di Latino (non occorre pensare che la scuola di riferimento sia un liceo: un vocabolario è consultabile da chiunque legga e capisca la lingua italiana) fornisce la chiave di lettura che nella conversazione in classe si sta cercando, posto che la conversazione stessa non abbia già trovato la risposta cercata. Si potrebbe obiettare che non c’è mai abbastanza tempo per una discussione guidata: vulnus che conosciamo, ma contro cui occorre una presa di posizione più larga rispetto alla riflessione qui proposta. Si potrebbe anche obiettare: ma perché impiegare tempo in qualcosa che si può risolvere in pochi secondi, così da poter affrontare altro? Si può rispondere che affrontare altro nella stessa modalità, ripropone semplicemente la questione senza risolverla. Dal punto di vista di chi scrive, invece, si potrebbe avanzare un ulteriore dubbio: se la rete è così tanto efficace ed efficiente, a cosa devono servire ancora i docenti? Il messaggio sotteso allo smartphone in classe è un ulteriore discredito gettato sui docenti? Ovvero il ministero presuppone che i docenti non siano in grado di dare le risposte che gli studenti dovrebbero andare a cercare in rete?
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