
di Daniela Mastracci – Una volta a Ceprano c’erano “quelli di su’ “
Ero incuriosita dal loro accento e quando chiedevo a mia madre mi rispondeva sono “quelli di su’ “. Ho imparato che voleva dire che venivano dall’Italia del Nord. Ma che ci facevano da noi a Ceprano? Il Nord era solo una cosa nebbiosa per me, sia perché non sapevo quasi niente, sia perché avevo imparato da Totò che “su’ ” ci stava sempre la nebbia. Io conobbi le figlie di quelli di su’ e anche questo signor papà. Lui giocava a tennis e le sue figlie erano bravissime a giocare a pallavolo. Lo sport le univa a noi di giù. Non so quando è successo che qualcuno mi ha spiegato un po’ di più: erano venuti da noi di giù perché avevano trovato lavoro! Incantata da questa notizia chiesi di più e mi raccontarono che noi di giù, noi ciociari avevamo un sacco di lavoro e perciò tante famiglie di su’ si trasferivano nella nostra Provincia. Col passare del tempo ho conosciuto altre famiglie di su’ che stavano da noi di giù perché ci erano venute a lavorare.
Una volta c’erano le industrie e il lavoro
Sembra tutto finto ciò che ho scritto? Pare una favola anche un po’ ributtante perché sottende sarcasmo?
Io rassicuro sulla verità. Il punto però è il Presente. Centinaia di famiglie hanno vissuto in Ciociaria perché era terra di lavoro. Avevamo tante industrie, aziende varie. Erano venute qua’ perché c’era una politica industriale che lo aveva reso possibile. Uno Stato spendaccione? Paternalista? Uno Stato che si indebita in maniera sprovveduta e miope? Aggiungi magari corrotto? Magari colluso? Sulle ultime taccio per mancanza di conoscenze, ma sulle prime si dovrebbe spendere qualche parola. Uno Stato che, forse in maniera un po’ estemporanea o magari per via di congetture tutte un po’ da mettere a prova, con limiti che di sicuro si potrebbero evince ed elencare, è stato però uno Stato che ha provato a realizzare ciò che c’è scritto in Costituzione. E la nostra è una Costituzione ove la Stato ha tanti doveri verso i suoi cittadini. Perché i costituenti avevano un’idea di mondo che avesse come fondamenta e come orizzonte la socialità, con il ventaglio di conseguenze pratiche che la socialità comporta. Aveva un obiettivo chiaro: il benessere di tutti i cittadini, una società che realizzasse pari opportunità per tutti, che esigesse doverose tasse proporzionate al reddito, in modo tale che ciascuno contribuisse secondo le proprie possibilità all’opera comune di una vita giusta, civile, libera, dove poi ciascuno potesse autodeterminarsi nel limite (non nell’accezione angusta del termine, ma in quella del riconoscimento dell’altro) del rispetto reciproco di tutti con tutti. Una società bella e democratica ove, avrebbe detto Pertini, i diritti sociali fossero ben congiunti con quelli politici e civili, perché gli uomini senza lavoro non possono essere uomini né liberi né felici.
All’approssimazione, agli errori, si può rimediare. Se al fondo restano le fondamenta e l’orizzonte dei diritti, si può correggere la linea se “costa” tanto di più del previsto. Ma occorre un’analisi seria e onesta degli errori. Troppo facile e superficiale cambiare completamente la linea di condotta politica. Se parte del problema è stata la mala gestione, la corruzione, il pressappochismo, l’elargizione incauta di “privilegi”, e chissà che altro, magari proprio quella corruzione e collusione che ho lasciato là per strada per mancanza di conoscenze, ma ancor di più se all’allargamento democratico, all’uguaglianza, all’espansione del diritto abbiano giocato contro una politica ed un’economia reazionarie, che vedessero come pericolose le opportunità che non si voleva potessero essere pari, o che si attaccassero, loro malgrado, i privilegi di padroni e politici ai quali li volessero invece garantire ancora.
Se insomma ha giocato contro il capitale che ha avvertito la pericolosità della socialità costituzionale, allora quel momento di espansione era da combattere non da correggere. Anziché vedere chiari gli errori lo si è tacciato in toto di Assistenzialismo incauto, di esagerazioni miopi.
Via la spesa pubblica
E si è voluto invertire la rotta. Via la spesa pubblica, via lo Stato, avanti all’impresa privata fondata sulla capacità imprenditoriale individuale, avanti all’individuo imprenditore di sé stesso, avanti a uomini adulti che non avessero più bisogno di alcuni stato padre. Denigrazioni. Operazione manipolatoria della pubblica opinione. Propaganda del self employement. Retorica falsa di un popolo che raggiunta la maturità possa fare da solo. Chiunque. Tutti.
Ed ecco sparire piano piano gli investimenti pubblici, ecco le privatizzazioni, liberalizzazioni, ecco uno stato sempre più leggero in modo che già esso costi di meno. Ecco il via libera all’individuo individualista.
Non pretendo aver fatto un’analisi impeccabile, le mie sono parole che provano ad abbracciare con poche battute un momento in cui da una certa maniera di essere Stato, mi pare siamo passati ad un’altra maniera, che ha avuto la caratteristica di curare il male con un’operazione chirurgica di esportazione totale, piuttosto che una cura che correggesse pratiche dannose lasciando l’organo dove fosse.
Dalla politica industriale collegata alla Cassa del Mezzogiorno, ad esempio, siamo passati a zero politica industriale e eliminazione di istituti tout cour.
Niente più spesa pubblica, tutto sta all’impresa individuale. Se poi a questa controtendenza, rispetto alla costituzione, si aggiunge la globalizzazione, le crisi economiche, specie l’ultima che ancora non passa, e si aggiunge ancora la delocalizzazione e l’automazione, ecco che da una provincia dove venivano addirittura quelli del nord, siamo arrivati ad una crisi occupazionale che sa di cronico. Che fare allora? Ammortizzatori sociali? Bonus aziendali? E quando finiscono gli ammortizzatori e i bonus? Quando le toppe alle falle si rompono a loro volta? Se si è risposto in modo emergenziale, se non c’è stata visione, se non si è cambiato nulla strutturalmente, ma invece l’arretramento dello Stato è continuato senza correzioni, se addirittura anziché salvaguardare il lavoro, come sin dall’articolo 1 recita la costituzione e fonda la nostra Repubblica, si è intrapresa la strada della salvaguardia delle imprese, della banche, se il sostegno pubblico delle nostre tasse, dei nostri stipendi, delle nostre pensioni è stato dirottato ai privati piuttosto che al pubblico, siamo di fronte ad un’inversione totale dello spirito della Costituzione: dalle pari opportunità, dalla giustizia sociale, siamo passati alle opportunità di pochi con i soldi pubblici.
I molti sostengono i pochi? I più vessati dalle tasse e da tagli alla spesa pubblica, dalla compressione salariale, dallo smantellamento di diritti tutele e garanzie, si ritrovano a loro spese a far crescere i profitti di pochi? Come è potuto accadere? Ci hanno indottrinato bene bene col mantra dello “non ci sono più i soldi”, “i tempi delle vacche grasse sono finiti”, etc etc. Ci hanno indottrinato con il disprezzo dello Stato che interviene piuttosto che dell’individuo ormai capace di fare da sé. E poi ci hanno sfilato soldi pubblici perché è stato facile mettere mano alle pensioni, alla spesa sociale, agli stipendi, con tagli e tagli sempre più forsennati, tanto da arrivare oggi ad un dato semplice semplice, che basta, ritengo, per dire quanto la Costituzione sia stata tradita: 12 milioni di italiani non si curano più, perché costa troppo pensare alla propria salute.
Agli italiani di su che venivano giù si sono sostituti i giovani che provano ad andarsene via. Ma nel frattempo il tessuto sociale Frusinate vede un terzo della sua popolazione ridotto a restare senza lavoro. La disoccupazione drammatica, a rischio esclusione sociale, ha preso il posto di un’occupazione pressoché piena che attirava anche dal nord.
Ma allora mi pare che trovare soluzioni in fondo non sia così difficile: la vogliamo o no un’inversione dell’inversione? La vogliamo o no l’attuazione della Costituzione?
E qui io direi “costi quel che costi”, altro che aggiungere queste parole “al pareggio di bilancio” come diceva Mario Draghi.
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