di Antonella Necci – Stava riponendo i boccali per la birra, che aveva appena prelevato dalla lavastoviglie, quando, guardando verso l’orizzonte, laggiù verso il cristallino di quel mare che tanto facilmente si gonfiava e ruggiva e si inerpicava sulle rocce, cambiando colore, forma, umore, vide una imbarcazione che si avvicinava alla riva. Rimase con un boccale tra le mani, fermo immobile, senza più asciugarlo.
Sentì un brivido attraversargli la schiena. Anche se la distanza non permetteva di certo di intuire chi fossero gli individui vestiti rigorosamente di nero che stavano scendendo dall’imbarcazione, il suo pensiero volò per un istante verso il suo amico Vescovo e i suoi confratelli. Ricacciò indietro l’intuizione. Stava diventando un sensitivo. Prevedeva gli eventi. Vedeva cose che si sarebbero realizzate entro poco tempo. Ci mancava solo che, con un tavolino a tre gambe, iniziasse ad organizzare sedute spiritiche.
Aveva intuito che i gaglioffi di Trippotto e quei beceri individui della cosiddetta maggioranza lo avrebbero raggiunto in questo angolo di paradiso per rovinargli la vita di nuovo. E così era stato. Detto, fatto. Se li era ritrovati dinanzi solo pochi giorni dopo l’intuizione. Si sentiva dentro un vuoto che non riusciva a colmare, e proprio quella sera aveva pensato che sarebbe stato bello avere vicino a lui Padre Rocco e i suoi confratelli. In un battibaleno loro si erano materializzati, provenendo dalle acque, come Nostro Signore. Doveva stare attento ai pensieri.
“Se riesco a concentrarmi solo su pensieri positivi, il gioco è fatto. Mi attirerò solo eventi lieti, e tutti i miei nemici si volatilizzeranno.” Ci provò. Chiuse gli occhi come i bambini quando esprimono un desiderio.
Li riaprì un istante dopo per ritrovarsi di fronte Rojo Minscky che lo guardava con derisione.
”Se hai finito di dormire in piedi, vorrei una 3,60 Ale. Se non ti disturba, Sceriffo”. Si divertiva. Alle sue spalle. Rispose quasi gettandogli il boccale sul bancone. Quel Rojo. Il più viscido della compagnia. Della sua maggioranza. E come ci godeva nel farsi servire da lui.“ Che ti vada di traverso”, gli disse mentalmente, sperando che stavolta i suoi superpoteri intuitivi lo aiutassero. Macché. Niente da fare. Rojo bevve di gusto e ne ordinò un’altra. Si vede che quello non era né il luogo, né il momento per le magie. Magari era colpa di quel gufo di Davillè. Si certo. Doveva essere colpa sua se tutto non quadrava.
Accese il maxi schermo e sintonizzò su Telemondo, una emittente locale che ogni tanto, attanagliato dalla nostalgia, sentiva il desiderio di guardare. Era in onda il TG della sera. Già, pensò, era sera li. La sera del giorno prima. Il barbuto ed anziano giornalista stava introducendo un servizio su Anagnon-sue-la-mer. la prima cosa fu il primo piano della telecamera sulla faccia Rojo Minscky. Stava blaterando sulla mancanza di libera iniziativa. Si lamentava, quasi con le lacrime agli occhi, di non essere riuscito nei suoi intenti. “Vado via con l’animo di ritornare. Vado a rigenerarmi per vincere lo svilimento di non aver ottenuto i risultati sperati. Ma tornerò presto e annuncio, sin da ora, la mia candidatura a nuovo sceriffo di Anagnon. Mi presenterò con una lista civica, composta da gente pulita, fuori da schemi politici. Insieme faremo rinascere il nostro ridente paese. Ve lo prometto.”
Poldino volse lentamente il capo verso quella faccia di bronzo di Minscky. Molte furono le parole che gli si fermarono sulla punta della lingua. Serrò la bocca. Sentiva che se solo avesse lasciato aperto uno spiffero da un millimetro, se ne sarebbe poi pentito, per aver perso l’auto controllo. Lo fissò. Gettò lo straccio sul bancone. Uscì verso il mare, senza rendersi conto del temporale che si stava preparando. Maledetto il giorno in cui mi sono candidato. Restare nel limbo e credere che i suoi concittadini fossero gente perbene. Questo avrebbe dovuto fare. Non farsi trascinare nel mare pieno di squali.
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