no aspettare 350 260 min

no aspettare 350 260 mindi Umberto ZimarriLa politica e le sfide del domani. Dopo circa un mese dalla prima tornata elettorale in cui sono stato direttamente coinvolto, tornando a “ritmi” più normali riesco a buttare giù alcune considerazioni di livello più ampio ma che nascono proprio dalle impressioni e sensazioni raccolte nella mia piccola ma significativa esperienza.
Prima grande verità, parafrasando e prendendo spunto da un articolo di Lucia Annunziata sull’Huffinghton Post, abbiamo la necessità di ripartire dall’immenso capitale umano disperso negli angoli più remoti o forse più semplicemente in attesa che qualcuno riesca a mettere a sistema, la voglia di cambiare le cose, l’entusiasmo e le capacità.
Secondo l’Enciclopedia Treccani, il capitale umano è “l’Insieme di capacità, competenze, conoscenze, abilità professionali e relazionali possedute in genere dall’individuo…” Nel nostro caso specifico la componente che fa riferimento al Capitale Umano, comprende principalmente le caratteristiche e le qualità intellettuali degli individui che partecipano o dovrebbero partecipare all’organizzazione politica: quali conoscenze, capacità innovative individuali, esperienze, vivacità intellettuale e motivazioni. Un movimento è formato dalle persone e quindi sono essenzialmente queste che devono essere in grado di andare a generare un risultato, termine che non riguarda esclusivamente la mera somma algebrica dei risultati raccolti ma è soprattutto l’azione di trasformazione della società e di rappresentanza.
Non può esistere politica senza il contatto diretto con le persone, con i cittadini di un territorio: a loro serve l’azione della politica e non viceversa. Complici anche i social, si continua a compiere il grave errore di dirigenti politici che si chiudono in se stessi discernendo e discutendo sulle mirabili questioni planetarie dimenticandosi del cittadino ( o concedetemi il termine nostalgico- romantico del popolo).

La politica deve risolvere i problemi della maggioranza dei cittadini

L’analisi culturale-politica di vittorie, sconfitte, problemi è doverosa e guai a sottovalutarla ma allo stesso modo l’azione non può ridursi alla contemplazione del presente.
La politica, per chi come me guarda il mondo dal lato ove risiede il cuore, è e deve essere risoluzione dei problemi dei cittadini, per mezzo di una società più solidale e giusta, che miri all’uguaglianza tra i cittadini, all’affermazione dei diritti/ doveri dei lavoratori, alla tutela ambientale, all’applicazione di una cultura della legalità che possa permettere il rispetto delle regole dal primo all’ultimo essere umano.
Una società che permette all’individuo di realizzarsi attraverso il lavoro e che con esso permette la riduzione delle disuguaglianze socio-economiche, sia la possibilità di perseguire percorsi di formazioni adeguati ai sogni che ciascuno ha.
Senza se e senza ma, da questa parte, in questi ultimi venti anni ci si è dimenticato sia il primo che il secondo punto della lista: si è perso il contatto con il popolo (divenuto lessicalmente gente e in questo passaggio culturale c’è molto) e si sono lasciati indietro i problemi e le esigenze di questo. Successivamente, non contenti, si è smesso anche di produrre ed elaborare idee e proposte per rispondere alle enormi sfide che il presente ed il futuro ci pongono davanti.

Che significa sfidare la destra sul suo stesso terreno?

La conseguenza catastrofica è che si è lasciato spazio nella società al proliferare alle idee di destra che ormai si sono cementificate nel tessuto connettivo della nazione, complice anche la violenta crisi economica vissuta. Per completare l’harakiri alcuni (il corso attuale del Pd per fari nomi e cognomi) hanno ben pensato, per salvaguardare consensi (e qui ci sarebbe da ridere), ma soprattutto le poltrone nel breve periodo, di sfidare la destra nel suo stesso terreno. Facendo politiche di destra, pensando come la destra. E così Jobs Act, Buona Scuola, Sblocca Italia, Riforma Costituzionale. Ed alla fine se si pensa come la destra finisce che questa vince veramente, come accaduto nella passata tornata elettorale.
La logica ed il cuore dovrebbero imporci un ragionamento diverso, dannatamente semplice: si lavora con dei principi e con un orizzonte prefissato nella società, si elabora una visione e successivamente si verifica l’operato nelle urne. Siamo, invece, all’esatto contrario: la politica personale per ottenere pezzi di consenso, dal più piccolo paese all’Italia intera, ricerca accordi in cui l’unico scopo è il potere per il potere.
Chi scrive, invece, ritiene che per fare la quantità serve semplicemente la qualità e per raggiungere un risultato importante non si può prescindere da quel capitale umano disperso e dimenticato, ma ben presente ed attivo. Basterebbe solamente interpellarlo e renderlo partecipe della trasformazione della contesto in cui viviamo.
Lasciamo da parte le discussione tra ceto politico su Facebook e gettiamo lo sguardo nella società e verso il futuro per passare dall’indignazione alla costruzione. Meno convegni in luoghi esteticamente accattivanti, più presenza con risposte concrete e comizi nelle periferie, con il rischio calcolato di prendersi fischi, contestazioni e qualche piazza vuota.

L’obiettivo è troppo grande per non provarci.

Con chi fare questo percorso? Tante differenze esistono solo nella testa e nei pensieri dei dirigenti politici e non nella testa di che lavora 10 ore a giorno, di un lavoro non ce l’ha o di chi maledice l’ennesimo aumento dell’età pensionabile dopo una vita passata in fabbrica. Sono le idee che possono mettere insieme le persone, sono gli interrogativi e i quesiti che il futuro ci pone davanti la grande motivazione per essere uniti. Sogno ed esigo una politica capace di affrontare le grandi trasformazioni che stiamo vivendo e non quella che rischia di morire di tattica.
Ricostruire un popolo, senza perdere un DNA fatto da valori genuini ed idee innovative, contemporanee ed efficienti, lasciandosi alle spalle incomprensioni e troppo distinguo.
L’obiettivo è troppo grande per non provarci.
Altrimenti… altrimenti continuiamo così, elaborando le teorie più belle del mondo ed avendo in tasca le soluzioni migliori. Peccato, però, che resterebbero chiuse in un post/cassetto, con la consapevolezza e l’amarezza che le persone nella società sceglieranno semplicemente altro.

Di Umberto Zimarri

Autori che hanno concesso i loro articoli, Collaboratori occasionali

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