di Daniela Mastracci – È tutto un test e tutta un griglia.
C’è un libro che farei leggere ad ogni membro di ogni collegio dei docenti delle scuole italiane e si chiama “L’epoca delle passioni tristi” di Miguel Benasayag.
Ecco, “tristi” mi sembra proprio appropriato per dire quanto la scuola sia diventato l’opposto di quelle passioni gioiose ed espansive di cui ci raccontava Spinoza. Perché se gioisci, ti espandi per ogni dove: puoi anche varcare le soglie dell’infinito. Puoi avere la tua personalissima “siepe” e sbirciare oltre con l’immaginazione, che ti fa fare una nuotata negli “interminati spazi e sovrumani silenzi”. Puoi nuotare nelle acque azzurre di un “naufragar” dolce e sentirti tutt’uno con l’infinito. E’ la bellezza, bellezza! Ma non quella propagandata dai cultori del nuovismo ad ogni costo, che ti fanno stare davanti ad un pc ad apprendere, e fare tue tutte le nuove super tecnologie. No, è la bellezza dell’essere, del divenire, del mutare e ritornare. Di uno sguardo, di un sorriso, di un suono e di un colore… Solo esperienza del bello, solo emozioni e commozione, solo la metamorfosi che ti accade dentro quando sei al suo cospetto. E là ti si apre il mondo. Ti si svelano tutti i misteri dell’universo. E perché se non è questo, una poesia, un passo di Dante, un passaggio di un filosofo, una melodia, un dipinto, che cosa devono mai essere? Cosa devono insegnare? Devono insegnare che l’animo dell’uomo può varcare i confini del suo corpo, ecco cosa. Insegnare che il cuore ha delle ragioni che la ragione non può comprendere. Il cuore prova sentimenti che la ragione non potrà mai dire con le sue regole logiche e perciò la poesia è simbolica. La musica ti fa muovere e ondeggiare e volare anche stando lì, ferma immobile ad ascoltarla. E il latino e il greco e la storia dell’arte e tutte le sfumature dell’umano, cosa insegnano se non l’umano? Perché ci dovrebbe essere la scuola nel mondo, se non per farci sentire l’umano e conoscere le sue funamboliche prodezze espressive, intellettuali, e certo anche scientifiche?!
La realtà
Ma questo è solo un sogno! Non è la realtà. Perché la realtà mi dice freddezza. La realtà mi dice: stai lì ferma e immobile e impara quanto ti sarà utile domani. Stai lì seduta alla tua scrivania e impara, leggi e studia e impara le regole di tutto. Si perché la scuola crede che ci siano regole da imparare dappertutto: finanche nella poesia. E classificazioni. E tutto si legge secondo schemi, e pure prefissati. Tutto è ingabbiato in griglie, schemi, mappe, slides, presentazioni…Tutto è da imparare per applicare poi gli stessi schemi ad altri esercizi, altri brani, altre informazioni. Inquadrare e predisporre; cercare informazioni e allinearle in presentazioni. Fare test su tutto. Esercitarsi su tutto. E poi ancora Invalsi. E poi le crocette. E le risposte chiuse e quelle aperte. Quelle con vero o falso e quelle con i distrattori.
Cervelli che friggono dietro alle crocette da apporre qua e là. Per poi passare al vaglio dei correttori automatici delle piattaforme. Per finire poi con una valutazione. E anche a questo punto dell’accidentato percorso a X, tutto è altrettanto ingabbiato dentro schemi di valutazione. La griglia impera, unica sovrana. E tutti noi ossequiosi osservanti: guai a non starci dentro! Si conta, si misura, si somma e si divide. Numeri. Tutto è solo numeri. E poi alla fine di tanti conteggi esce fuori ancora un altro numero: ecco, questo elaborato vale tot. Questo esercizio vale tot. Tutto è un tot.
Nulla è più eccedente. Perché l’eccedente è fuori norma, non si può ammettere, devi fare di tutto per farlo rientrare nella norma. E come si fa? Semplice: i corsi di recupero riportano gli studenti eccedenti nella norma. Come malati da curare: si fa la diagnosi e si propone la cura. Tutti però rigorosamente nelle caselle predisposte. Come se fossero, tutti gli alunni, inquadrabili entro tali caselle, tutti cioè uniformi, conformi, senza eccezioni, senza personalità, senza identità. Numeri e griglie all’insegna della agognata obiettività della valutazione. Numeri e griglie entro cui far stare tutto il mondo di tutti i mondi degli studenti.
Allora da una parte togli incanto, perché fai passare il messaggio che si studia ciò che è utile domani, magari per entrare nel fantomatico mercato del lavoro. E poi questo “ciò che è utile” lo immetti in casellame vario. Dall’altra parte le perfomances degli studenti (perché così si chiamano: performance) vengono a loro volta incasellate nelle griglie, e cosa hai come risultato? Lo ha detto bene un prof che è bravo davvero, e che lo scrive proprio bene a proposito dell’ ”organo deputato al godimento di ciò che studiano”:
«E se invece cominciassimo a sospettare che nella scuola italiana, salvo lodevolissime eccezioni, si pratica una violenta e misconosciuta “infibulazione spirituale” che priva gli studenti dell’organo deputato al godimento di ciò che studiano? Non è forse l’incapacità di apprezzare il fascino intellettuale e di riflettere sul valore delle materie di studio la carenza più grave che affligge il loro disperato disincanto? Non è forse questa la tara segreta che sta travolgendo la civiltà e la cultura delle giovani generazioni?(Fausto Pellecchia in “La scuola dell’antitaliano. A proposito delle tracce degli esami di maturità”)»