associati rivendicano

associati rivendicanodi Ivano Alteri – Abbiamo evitato con una certa cura, personalmente parlando, d’intervenire nel dibattito pubblico della campagna elettorale a Frosinone, imbarazzati com’eravamo dalla disastrosa frammentazione di quelle sensibilità che noi sentiamo vicine, presentatesi tristemente sparse in liste a sostegno di questo e quel candidato. Ci siamo così limitati, mestamente, a raccogliere per questo giornale le interviste dei candidati a sindaco (di chi ha voluto), senza osare esprimere pubblicamente alcuna preferenza, che noi stessi avremmo giudicato, per quanto detto, del tutto parziale e arbitraria.

Riprendendo, dunque, il discorso pre-campagna elettorale, col quale dicevamo, con facile profezia, che quei movimenti cittadini, nati negli ultimi cinque anni a Frosinone, sarebbero stati ridotti a brandelli in fase elettorale, potremmo porci una domanda, che a noi pare fondamentale: perché ciò che era riuscito a stare insieme, efficacemente, nella società si è poi frantumato nella sua espressione politico-amministrativa?

Solo per fornire qualche elemento di riflessione comune e provare a rispondere a questa domanda, ricordiamo il movimento creatosi contro la cementificazione delle Terme Romane, che è riuscito ad impedire, almeno fino ad oggi, l’ennesimo scempio cittadino; oppure il movimento per l’acqua pubblica, che ha ottenuto la risoluzione del contratto con Acea, per quanto tutta da verificare, ad opera dell’assemblea dei sindaci; oppure, ancor di più, quello suscitato dal rinvenimento del Cittadino Volsco, che a breve sarà esposto, anche grazie all’intervento massiccio dei cittadini, in quel Museo Archeologico a cui il movimento ha fatto restituire i fondi per il suo ampliamento. Tutte iniziative dei cittadini organizzati, che hanno ottenuto risultati tangibili.

A fronte di tale efficacia, ci si sarebbe aspettati un’accresciuta coesione, indotta dall’entusiasmo della vittoria; invece è avvenuto il contrario. Perché? Le risposte a questa domanda sono molteplici e complesse, e non tutte alla nostra personale portata. Ci limiteremo perciò ad indicarne solo qualcuna, consolandoci pensando che cosa più importante del fornire risposte è suscitare domande.

Una prima ragione di fondo e di ordine molto generale, a nostro parere, è che non vi è sufficiente consapevolezza tra i cittadini attivi di vivere la medesima condizione materiale. Anche una differenza di reddito di poche centinaia di euro fa pensare a differenze incolmabili. Ciò comporta, di conseguenza, una diversa percezione di sé e un diverso posizionamento individuale nella scala sociale, da cui deriva quella forza centrifuga che induce all’individualismo esasperato e alla frammentazione, in contrapposizione a quella centripeta, derivante da una maggiore consapevolezza, che indurrebbe invece all’aggregazione.

Una seconda ragione di carattere generale è individuabile nella tattica antica del potere costituito; quella di dividere i governati, per il maggior agio dei governanti. L’accaparramento strumentale, da parte dei partiti e delle forse politiche in generale, di specifiche tematiche socialmente sentite diviene lo strumento per ricondurre a sé, durante le competizioni elettorali, le personalità che hanno saputo rappresentare nel tempo quelle stesse tematiche, logorando, in questo modo, il tessuto connettivo delle associazioni.

Un’altra ragione più specifica, sempre secondo la nostra opinione, è la scarsa valorizzazione di quanto collettivamente i movimenti hanno ottenuto in città. Ricordiamo una certa nostra delusione per le tiepide reazioni interne ai movimenti a seguito dei risultati conseguiti sopra ricordati: troppo pochi sono stati coloro che ne hanno percepito distintamente il valore ed espresso almeno il giusto compiacimento per essi.

Poi ci sarebbe, anche, la diversa appartenenza ideologica di ognuno di noi, a rendere dissimile ciò che dissimile in effetti non è, e tante altre motivazioni per cui accade quel che accade. Ora, però, sarebbe per tutti noi più urgente prendere coscienza che quell’assenza di sbocco politico-amministrativo unitario, comunque determinatosi, può mettere a rischio gli obiettivi conseguiti. Per tornare ai nostri esempi: sulle Terme Romane potrebbero infine sorgere i paventati palazzi, l’acqua potrebbe restare ad Acea, e il Museo Archeologico potrebbe tornare ad essere la vice-cenerentola tra gli interessi degli amministratori, se non si torna ad essere vigili e attivi al più presto. Allora, senza eludere la domanda precedente, bisognerebbe aggiungere immediatamente la successiva: come procedere per mantenere almeno quei risultati e, possibilmente, conseguirne altri, nonostante la disgregazione politico-amministrativa?

La risposta che noi ci diamo a questa domanda è secca: dovremmo rendere strutturale quella partecipazione che ha consentito ai movimenti di essere politicamente efficaci. D’altra parte, anche il tema della partecipazione è stato acquisito da diversi candidati come elemento caratterizzante la propria proposta e azione politica; adesso che le elezioni sono avvenute e il risultato è consolidato, quelle dichiarazioni di principio hanno bisogno di essere attuate nella realtà politico-amministrativa risultante, per coerenza e rispetto dei cittadini elettori.

Inoltre, si dovrebbe fare in modo che tale partecipazione strutturata non sia concepita soltanto in termini d’opposizione, per impedire a qualcuno di fare, ma studiata per consentire di fare a molti. Essa dovrebbe cioè divenire interesse comune, di chi ha perso e di chi ha vinto, affinché ci si diriga, insieme, a colmare quella distanza tra cittadini e politica, cittadini e istituzioni, che sta creando quell’abisso terrificante entro cui stiamo già precipitando collettivamente.

La partecipazione è cosa troppo seria per farne strumento di parte. Le diverse visioni politiche, invece, potrebbero trovare in essa il punto di unità, per il perseguimento dell’interesse comune.

Frosinone 20 giugno 2017

 
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