di Daniela Mastracci – Conoscete il dipinto di Friedrich “Abbazia nel querceto”? Se vi capitasse di soffermarvici su, fate caso alle minuscole lanterne che portano in mano quei piccolissimi uomini diretti verso il portale diroccato di un’abbazia. La scena è lugubre, buia, per lo più. E l’abbazia di fatto non c’è: ne resta soltanto un pezzo di portale diroccato. Ma i fedeli vanno verso quei resti in rovina e per illuminare un pochino la vista portano fiammelle. Mi piace pensare alla Scuola anche così: come un viaggio verso il domani ignoto ove non ci sono ancora cattedrali, ma esse rischiano già di cadere giù, già come progetti solo tentati, immaginati, se lasciati nel buio della memoria. Progetti solo abortiti, se la storia che tiene insieme le donne e gli uomini, non li fonda e sostiene. E questo fondare e sostenere sta nelle mani delle donne e degli uomini del presente che portano con sé la luce del passato e con essa si fanno largo nel buio ignoto del domani
Ma a maggior ragione se è il presente ad essere buio: un buio per cui esprimo spaesamento e sgomento. C’è un aspetto del presente rispetto al quale restiamo inerti e muti: e cioè di fronte al potere che rafforza sempre di più se stesso. Siamo muti di fronte al fortino inespugnabile, apparentemente, che il potere, i poteri hanno costruito attorno a sé. Un potere che somma la ricchezza massima alla decisione politica. Come poter sottrarsi a tale feroce connubio?
E’ possibile soltanto se l’uomo è capace di pensare criticamente: squarciare il velo giorno dopo giorno; andare oltre l’apparenza che acceca, oggi, con lo splendore patinato delle merci in perenne esposizione. Per essere lanterna bisogna imparare a ri-conoscere l’inganno di ciò che appare, bisogna oltrepassare la soglia che nasconde la fatidica e sempre attuale domanda: cui prodest? Operare dialetticamente sul presente: domandandosi sempre quale ne è la storia e poi quale ne sarebbe l’obiettivo reale
Allora, credendo tutto questo, mal sopporto che una ministra del Miur (ricordo che significa: ministero dell’istruzione, università, ricerca. E non c’è più scritto “pubblica” vicino ad istruzione) possa vantarsi di consegnare alle scuole e agli studenti la “Lettera a una professoressa” di Don Milani.
Un inno alla scuola pubblica
La Lettera di Don Milani era un inno ad una scuola pubblica, fedele al dettato costituzionale specie dell’articolo 3. Era indirizzata a coloro che la scuola avrebbe potuto condurre per mano dalla condizione di subalternità socio economica alla condizione di uguaglianza. Era rivolta agli ultimi, alle fasce deboli della nostra società anni ‘50/’60. Era un inno all’emancipazione: la scuola riconoscendo la differenza di partenza degli alunni, differenza di condizione socio economica e culturale, nel senso concreto di una relazione tra le due condizioni, la scuola, dicevo, sarebbe dovuta essere il motore della spinta alla conoscenza, alla cultura, e perciò, al miglioramento delle materiali e spirituali condizioni di vita. La scuola poteva far diventare avvocato il figlio di contadino. Poteva far accedere tutti a qualsivoglia professione. Poteva far superare il gap che, al contrario, permette solo a chi è già in condizioni agiate, di restarci e anche avanzare ulteriormente. La scuola si sarebbe dovuta fare carico della emancipazione. Questo perché essa, la Scuola, poteva essere quella luce che sopra dicevo: consapevolezza e memoria del passato, delle condizioni concrete di ogni studente, e perciò superamento delle stesse verso un futuro diverso e migliore, per ognuno, in linea con il dettato costituzionale del superamento degli ostacoli dell’art.3
La Repubblica scrive di questo dono della Fedeli? Ma la Fedeli è fedele al dettato costituzionale? Lo è il suo governo? In verità i governi italiani sono andati nella direzione opposta di una scuola davvero pubblica, emancipante, “ascensore sociale”. La scuola di oggi non risponde alla Lettera di Don Milani
La scrittura di don Milani è fuoco dentro le ossa: tuono silenzioso che identifica nel povero, nell’oppresso, nel vinto, nell’escluso il motore della storia e il giudizio della storia.
Ad una Repubblica continuamente in bilico fra la rassegnazione alla ingiustizia e quella acrimonia qualunquista che è l’altra faccia della stessa codardia, Milani insegna che la
scuola è così importante per questo: perché è come un gesto profetico. È un puntino di luce, una fiammella infinitesimale di volti e di storie accesa nel buio della prepotenza del potere: quel potere che vuol far pensare ai poveri, agli oppressi, ai vinti, agli esclusi che si meritano quella condizione e che quella condizione non può essere redenta. Deve essere “accettata” e se mai lenita dalla benevolenza del potere, che fa colare elemosina e arroganza.
A cinquant’anni di distanza don Milani ha qualcosa da insegnare a tutti.
La scintilla messianica che nutre l’insegnamento a detta del prete di Barbiana, invece, è quella che dice che tutto il buio ha perso la sua forza totalizzante, e per sempre, se anche solo in un luogo microscopico, con un numero limitato di persone, nel vivo di una utopia circoscritta, si può dimostrare che la giustizia può essere vissuta e anticipata. La forza di questa attesa (che potremmo definire messianica o missionaria o democratica o evangelica) è quello che a cinquant’anni di distanza ci fa pensare che don Milani abbia qualcosa da insegnare a tutti.
Ma se la ministra Fedeli vuole oggi “donare” la Lettera, il suo non è lo stesso “donare” di Don Milani: perché la ministra è fedele ad una scuola di pensiero che ha innervato di sé tutto intero il presente e con esso la Scuola: il neoliberismo, l’aziendalizzazione, la meritocrazia, la competitività. E soprattutto una scuola ove lo Stato ha smesso di investire: ergo una scuola lasciata a se stessa, nelle mani dei privati, nel mercato “libero” di potenziali investitori privati. Lasciata senza più investimenti pubblici, la Scuola diventa luogo di ingerenze di privati: è chiaro come il sole che se un privato, esempio una banca, finanzi una scuola, quel privato si aspetta un tornaconto: se non può essere un profitto monetario immediato, sarà il profitto derivato dall’aver condizionato a suo vantaggio la formazione degli studenti, piegandola ai propri fini aziendalistici in termini di competenze da far acquisire, certe capacità e abilità professionalizzanti, che incidono pesantemente nei curriculi tagliando ore alle discipline, e torcendo la Scuola ad addestramento al lavoro, per giunta gratuito. Inoltre la legge 107 prevede detrazioni fiscali per chi iscriva i propri figli alle scuole private, in spregio all’articolo 33 ove è scritto chiaro che le scuole private possono essere fondate ma “senza oneri per lo stato”: questo è un onere indiretto, visto che lo farà pagare a tutti i contribuenti, ove sopperire alle detrazioni elargite alle famiglie che usufruiscono delle scuole private. Ma vado oltre: la legge prevede finanziamenti diretti, dallo stato alle scuole private; quando, al contrario, il Fis cioè il fondo d’istituto dello stato non esiste più. Allora può anche accadere che gli studenti della scuola pubblica debbano pagare il contributo volontario, che poi volontario non è affatto, perché ci si sente obbligati a versarlo. E a cosa serve? Serve perché la scuola possa pagare le cose quotidiane di cui ha bisogno, visto che lo Stato non lo fa più. E pagare anche ciò di cui ha bisogno per gareggiare con le altre scuole nel mercato delle iscrizioni annuali: spendo soldi per rendere più appetibile di altre scuole, la mia offerta formativa, cosi da affascinare i ragazzi di 13 anni e “motivare” le loro famiglie ad iscriverli. Quindi spendo soldi delle famiglie per “attrarre” nuove famiglie. Senza poi contare il fatto che un investitore quale scuola può preferire per metterci i suoi soldi? Una scuola di provincia, di campagna? O una bella scuola in centro? Meglio se già prestigiosa? E allora ecco qua che si consuma la lotta di classe dall’alto verso il basso: chi ha di più continua ad avere di più, chi ha poco continuerà ad avere poco.
E’ spietata lotta di classe
Ma è una lotta di classe spietata perché annienta la possibilità emancipante, e quindi fa permanere le condizioni socio economiche tal quali sono: uno status quo perenne e perpetuante se stesso, quando invece le scuole “in”, rimpinguate di fondi privati, diventano sempre più “in”, e i loro studenti sempre più lanciati verso l’alto della scala socio economica. Dunque se la Scuola non è più pubblica, se ad essa viene parificata e per di più sovvenzionata la privata, se la pubblica entra nel mercato dei finanziamenti privati, quale missione emancipante? E’ una scuola che rende più forti culturalmente i ricchi, e sempre meno forti i deboli socioeconomici. Una scuola di classe. Si è costruita cioè una scuola classista, altro che fedele alla lettere a una professoressa.
La sola fiammella che ritrovo nella scuola pubblica è quella della coscienza individuale: se da una parte la scuola è lasciata a se stessa e al suo proprio crowfunding (raccolta di fondi), dall’altra parte la scuola è lasciata alle volontà individuali, alla passione di qualcuno, e però nell’indifferenza di moltissimi. Ma la volontà individuale da sola non basta: non può essere quella fiammella di cui sopra. Ma soprattutto non può farcela a sopperire a tutto ciò che nella scuola manca. Tanto più perché manca nel mondo esterno alla scuola stessa: un mondo tutto innervato di consumismo neoliberista. Allora alla ministra Fedeli direi che se vuole essere fedele a Don Milani deve stracciare la legge 107 e ridarci la Scuola Pubblica. Poi se ci volesse donare la lettera, bene: è bella, ancora adesso un inno inascoltato all’uguaglianza attraverso la Cultura.
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