di Ermisio Mazzocchi – Reichlin è stato un dirigente politico della sinistra italiana di grande spessore culturale e di intensa passione per il suo partito. Da lui ho costantemente attinto, pensieri, parole, giudizi, osservazioni. Mi spronava a ragionare, a esaminare i fatti nudi e crudi, mi infondeva con le sue analisi fiducia e speranza nei momenti più bui e incerti della storia politica italiana. E, credo, non solo per me. Un uomo di profonda formazione umanistica e gramsciana, messa al servizio del “Partito”, di quello che fu di Togliatti, di Berlinguer e della sua evoluzione sino al PD. Un esploratore delle sfide che dovrà affrontare il PD di oggi e come dovrà fronteggiarle.
Manifestava il suo travaglio per gli avvenimenti che investivano il PD, mantenendolo dentro un ragionamento di comprensione di quanto accade in rapporto ai cambiamenti, ai rapporti di forza, a compiti dei gruppi dirigenti. Trasmetteva, pur nella crudezza della sua analisi politica, grande speranza e lasciava sempre aperta una porta per il dialogo e il confronto.
Strenuo difensore della Costituzione e dei suoi valori, che richiamava costantemente nei suoi scritti. Desidero riportare questo il testo scritto da Reichlin pochi giorni scorsi, il 14 marzo, forse il suo ultimo scritto, il suo saggio consiglio e la infaticabile dedizione al suo partito. Commovente e significative le ultime righe con quel “i miei vecchi compagni”, quasi a sperare fino all’ultimo di ritrovare quella comune unità che li aveva tenuti insieme nella tante battaglie per il popolo italiano e per un partito forte, unito, di sinistra.
Scrive Reichlin: “Sono afflitto da mesi da una malattia che mi rende faticoso perfino scrivere queste righe. Mi sento di dover dire che è necessario un vero e proprio cambio di passo per la sinistra e per l’intero campo democratico. Se non lo faremo non saremo credibili nell’indicare una strada nuova al paese. Non ci sono più rendite di posizione da sfruttare in una politica così screditata la quale si rivela impotente quando deve affrontare non i giochi di potere ma la cruda realtà delle ingiustizie sociali, quando deve garantire diritti, quando deve vigilare sul mercato affinché non prevalga la legge del più forte. Stiamo spazzando via una intera generazione. Sono quindi arrivato alla conclusione che è arrivato il momento di ripensare gli equilibri fondamentali del paese, la sua architettura dopo l’unità, quando l’Italia non era una nazione. Fare in sostanza ciò che bene o male fece la destra storica e fece l’antifascismo con le grandi riforme come quella agraria o lo statuto dei lavoratori. Dedicammo metà della nostra vita al Mezzogiorno. Non bastarono le cosiddette riforme economiche. È l’Italia nel mondo con tutta la sua civiltà che va ripensata. Noi non facemmo questo al Lingotto. Con un magnifico discorso ci allineammo al liberismo allora imperante senza prevedere la grande crisi catastrofica mondiale cominciata solo qualche mese dopo. Anch’io avverto il rischio di Weimar. Ma non do la colpa alla legge elettorale, né cerco la soluzione nell’ennesima ingegneria istituzionale: è ora di liberarsi dalle gabbie ideologiche della cosiddetta seconda Repubblica. Crisi sociale e crisi democratica si alimentano a vicenda e sono le fratture profonde nella società italiana a delegittimare le istituzioni rappresentative. Per spezzare questa spirale perversa occorre generare un nuovo equilibrio tra costituzione e popolo, tra etica ed economia, tra capacità diffuse e competitività del sistema. Non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia. È il popolo che dirà la parola decisiva. Questa è la riforma delle riforme che Renzi non sa fare. La sinistra rischia di restare sotto le macerie. Non possiamo consentirlo. Non si tratta di un interesse di parte ma della tenuta del sistema democratico e della possibilità che questo resti aperto, agibile dalle nuove generazioni. Quando parlai del Pd come di un «Partito della nazione» intendevo proprio questo, ma le mie parole sono state piegate nel loro contrario: il «Partito della nazione» è diventato uno strumento per l’occupazione del potere, un ombrello per trasformismi di ogni genere. Derubato del significato di ciò che dicevo, ho preferito tacere. Tuttavia oggi mi pare ancora più evidente il nesso tra la ricostruzione di un’idea di comunità e di paese e la costruzione di una soggettività politica in grado di accogliere, di organizzare la partecipazione popolare e insieme di dialogare, di comporre alleanze, di lottare per obiettivi concreti e ideali, rafforzando il patto costituzionale, quello cioè di una Repubblica fondata sul lavoro. Sono convinto che questi sentimenti, questa cultura siano ancora vivi nel popolo del centrosinistra e mi pare che questi sentimenti non sono negati dal percorso nuovo avviato da chi ha invece deciso di uscire dal Pd. Costoro devono difendere le loro ragioni che sono grandi (la giustizia sociale) ma devono farlo con un intento ricostruttivo e in uno spirito inclusivo. Solo a questa condizione i miei vecchi compagni hanno come sempre la mia solidarietà”.
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