vertfrus 350 260di Daniela Mastracci – Il freddo dentro.
Domenica 8 gennaio faceva freddo. E non è che si fa per dire: faceva proprio un gran freddo. Perché non era solo un freddo atmosferico. Era un freddo umano. Che è un freddo irrimediabile: ti puoi mettere addosso maglioni “a cipolla”, un bel giaccone pesante e pure guanti e cappello. Ma il freddo non ti passa perché, non ti passa dentro, e noi dentro non ci possiamo coprire. Non possiamo entrare dentro e soffiare alito caldo sull’anima.

È così che mi sono sentita e non soltanto io. I volti, quelli si dovevano vedere. Espressioni vitree. Come fermate da un ultimo ciak. Si perché si stava girando un film. Uno di quelli surreali, che non capisci dove inizia e finisce l’immaginazione, e dove s-confina nella realtà. Come un limite invisibile, che però ti si sottrae come una coazione a ripetere. Ci provi a separare realtà e finzione ma non ci riesci. Immerso in un limbo dove ti perdi e basta. Eccole le facce: immerse nel limbo di una politica che fa solo finta di esserci, ma non c’è. Che però sfugge ad una chiara presa d’atto: insomma è reale o virtuale? Perché se lo sapessimo con nettezza, magari prenderemmo le giuste contromisure. Ma no invece, perché ogni tanto ti si accosta, per poi ritrarsi adamantina, e così ancora e ancora. Allora un po’ ci credi, e un po’ no. Ma non distingui una volta e basta. Ci fanno oscillare così. E mentre ti muovi tipo altalena con quel moto avanti e indietro continuo, infinito, e irrimediabile, i volti restano vitrei, congelati ad una temperatura che li mette come in una quasi ibernazione.

Sono persone, ti guardano, ci guardiamo. Non ci faremo impedire lo stare assieme e lo sforzo comune…

Perché poi parlano, ti guardano, ci guardiamo. Ci prendiamo anche un caffè per non gelare. Anche se ad un certo punto ti si gela la macchina, e allora ci ritroviamo insieme: ecco in quel momento ci ritroviamo insieme a spingere la macchina, a dirci fai così e così, dai mettiti là, abbassa la frizione, gira lo sterzo, spingi …E’ già, perché è proprio così che ti ritrovi: nel comunicare reciprocità. Lì stai con gli altri. Di fronte ad una macchina infreddolita, noi, le donne e gli uomini insieme, anche se a me non hanno fatto spingere, perché sono super gentili e più forzuti di me; ma insomma lì, ad aver a che fare con la mia macchina, siamo stati tutti insieme, uniti in un solo sforzo verso un solo obiettivo. Se ci tolgono questo, se ci tolgono lo stare assieme e lo sforzo comune, la reciprocità, il RICONOSCIMENTO, ciascuno verso l’altro, hanno vinto, se ce lo tolgono. E quello strappo di domenica è questo: è la vittoria della assenza. Ci manca il terreno comune, ci manca lo sforzo comune. La reciprocità del trovarsi in una condivisione che ci unisca. Toglierci il voto ci ha messi là come automi ghiacciati, ciascuno chiuso nella sua solitudine, nella sua piccola riflessione ripiegante su di sé. Come sacchi flosci senza anima, perché l’anima si fa viva se incontra un’altra anima e condivide, trova sé nello spazio comune, e si riconosce in una cosa comune. Allora è come se le dessi da bere, dopo giorni nel deserto. E invece noi stavamo là con gli occhi vitrei. E poi una fotografia mancata mi ha dato l’occasione di unire due spazi incomunicabili e chiusi: unirli solo però con la mia immaginazione perché in realtà la foto non l’ho fatta. Avrei voluto scattare una foto che raccogliesse insieme la facciata del Palazzo della Provincia, la strada con la rotatoria al centro, e dall’altra parte della strada e della rotatoria, i disoccupati di Vertenza Frusinate che stavano lì fermi da ore, rincantucciati nei loro giacconi al freddo. Io e loro, quelli con gli occhi vitrei e che hanno spinto una macchina insieme.
Ecco la strada era vuota di macchine e di passanti, era vuota anche dei consiglieri che andavano a votare, perché loro passavano raso raso alla facciata del palazzo, non camminando attraverso la strada con la sua rotatoria: la strada univa e divideva, vuota, scarnificata di esseri umani. Quella strada volevo fotografare, con ai suoi lati Provincia e Politica, e dall’altro i cittadini disoccupati. Quella strada vuota che emergeva, nella mia immaginazione, come il simbolo della relazione mancata: una relazione che c’è, perché è da loro che dipende la soluzione della disoccupazione; ma non c’è perché la soluzione non arriva. E perché quella strada non l’hanno attraversata. Un simbolo: ma avrebbe dovuto essere comunicato per diventarlo negli occhi e nelle teste delle persone. La foto lo avrebbe immortalato e reso pubblico. La foto non c’è e allora ho voluto raccontarlo. La vedete la strada vuota? Vedete in quel vuoto, il vuoto di una Politica autoreferenziale? Separata dai cittadini: come se i cittadini non c’entrino niente, non ne facciano parte, della politica. Un’alienazione di cittadinanza e di partecipazione. Che lascia con le facce come bloccate in un ultimo ciak…perché pare che non si giri più nessuna altra scena. Un fermo immagine che abbiamo rischiato anche per il Senato della Repubblica: loro dentro e noi fuori, a guardare uno spettacolo surreale ed escludente noi popolo sovrano: è un’espropriazione vera e propria.

 
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Di Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.

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