di Fausto Pellecchia “Il Te Deum di Mattarella e la condanna in contumacia di Matteo Renzi”, (L’Inchiesta, 5/1/2017) – A strappare il telecomando del governo dalle mani di Renzi, nonostante le caute rassicurazioni di Gentiloni, è bastato il discorso di fine anno del Presidente Mattarella. L’epopea dei mille giorni del cantastorie di Pontassieve, instancabile narratore della “grande trasformazione” e del vigoroso rilancio del nostro sistema socioeconomico si è infranta dinanzi al breve ritratto tratteggiato da Sergio Mattarella nell’ultima notte dell’anno. Se non un’impennata di franchezza, degna della parresìa degli antichi greci, il discorso di Mattarella è stato certamente un salutare spegnimento dei fuochi fatui renziani, il deciso abbandono di quei pannicelli caldi, fatti di annunci, slide e tweet, per lenire le ferite purulente della crisi italiana a cui ci aveva abituato l’ex-premier. Al loro posto, Mattarella ha collocato una serie di fotogrammi impietosi sulla realtà italiana: innanzitutto la precarietà del lavoro e l’incancrenirsi della piaga della disoccupazione, l’impoverimento del ceto medio, l’aumento delle morti sul lavoro, il permanente divario tra nord e sud, tra uomo e donna (il cui sintomo è l’ aumento dei femminicidi), l’evasione fiscale, la corruzione dilagante, l’illegalità, alle quali si sono aggiunti la minaccia del terrorismo internazionale, che induce ad identificare «in modo ingiusto e inaccettabile» ogni immigrato con un potenziale terrorista.
Sui giovani che emigrano, il capo dello Stato ha pronunciato parole sconosciute dagli esponenti di governo: «Molti di voi studiano o lavorano in altri Paesi d’Europa. Questa, spesso, è una grande opportunità. Ma deve essere una scelta libera. Se si è costretti a lasciare l’Italia per mancanza di occasioni, si è di fronte a una patologia, cui bisogna porre rimedio. I giovani che decidono di farlo meritano, sempre, rispetto e sostegno» – l’implicito riferimento di sfiducia a Giuliano Poletti è stato, dunque, puramente intenzionale!
Ricostruire la partecipazione ad una «comunità di vita»
A questo quadro realistico e preoccupante, Mattarella ha risposto con un’esortazione semplice e impegnativa che attinge alla migliore tradizione del cattolicesimo democratico: ricostruire giorno per giorno, con atti concreti, la partecipazione ad una «comunità di vita» che «se resta divisa e rissosa, smarrisce il senso di comune appartenenza, distrugge i legami, minaccia la sua stessa sopravvivenza». Anche qui la frattura rispetto al novennato di Napolitano è netta: Re Giorgio era tutto concentrato sul mantenimento dell’establishment e dei suoi meccanismi auto-riproduttivi, che bisognava proteggere e garantire ad ogni costo contro l’incombere ‘eversivo’ dell’antipolitica. Mattarella, al contrario, si volge all’analisi delle questioni concrete, puntando sulle risorse della comunità, chiamando tutte le parti sociali e politiche alle loro responsabilità. E soprattutto ha evitato sistematicamente la parola “riforme”: il mantra salmodiato da Renzi e Napolitano negli ultimi anni.
Infine, quasi a commiato, Mattarella affronta la questione della legge elettorale. Entrando nel merito del problema, il Presidente ha pronunciato il suo definitivo non expedit all’ipotesi di elezioni anticipate in assenza di una legge elettorale che “garantisca regole chiare e adeguate” tanto per la camera quanto per il senato. Certo, il frettoloso assenso concesso a suo tempo all’Italicum e il suo tacito sostegno al referendum costituzionale avrebbero meritato qualche esplicito cenno autocritico, che è stato abilmente rimosso dal discorso del Presidente. Ma l’incidenza politica di questa dichiarazione finale è stata deflagrante, e non ha mancato di suscitare le reazioni indispettite dei fascio-lepenisti di Salvini e di Giorgia Meloni. Tuttavia, il bersaglio più cospicuo colpito dalle parole di Mattarella è l’impellente desiderio di riscossa di Matteo Renzi e dei renziani attualmente parcheggiati nel governo Gentiloni : costretti a fare buon viso a cattivo gioco, hanno dichiarato pubblicamente il loro apprezzamento per il discorso presidenziale, ben consapevoli della lunga e difficile agonia che li attende nella discussione della nuova legge elettorale e che li terrà occupati probabilmente per un intero anno.
La mina più insidiosa: il Jobs Act
Ma la mina più insidiosa per le ambizioni renziane di immediata rivincita è lo spettro dei referendum sul Jobs Act promossi dalla CGL. Un frenetico, insonne lavorio di esperti e consulenti di Palazzo Chigi sta cercando di correre ai ripari, ipotizzando modifiche della disciplina che permettano il superamento dei quesiti referendari. In materia di voucher, si profila una modifica legislativa che ne riporti l’uso alla funzione originaria, intesa come forma di compenso rigorosamente limitata per prestazioni davvero occasionali, riservate a specifiche categorie (pensionati, studenti, disoccupati).
Molto più gravoso e improbabile (se non disperato), è l’impegno richiesto ai giuslavoristi compiacenti (Ichino, Sacconi, Cazzola) per il quesito concernente la liberalizzazione dei licenziamenti ingiustificati (in sostituzione dell’art.18 dello statuto dei lavoratori). Questo infatti è stato lo scalpo agitato dal governo Renzi come trofeo del cambiamento: l’idea paradossale, presto rivelatasi una chimera, secondo cui facilitare i licenziamenti avrebbe costituito la leva per incrementare l’occupazione. Qui la questione referendaria pone un’alternativa secca: o si modifica in radice la disciplina del Jobs Act, fondata sulla (miserabile) monetizzazione dei licenziamenti ingiustificati, oppure non c’è modo di evitare il referendum. I tentativi di appellarsi alla molteplicità dei quesiti per scongiurarlo appaiono privi di fondamento. I quesiti, infatti, pur riferendosi a una molteplicità di fonti di disciplina, convergono unitariamente su una domanda univoca: l’abrogazione della libera licenziabilità e il ripristino della tutela reintegratoria per i licenziamenti ingiustificati. E la priorità del lavoro, sancita dal discorso di Mattarella, va in questa direzione. Secondo una linea giurisprudenziale consolidatasi nelle sentenze della Consulta per l’ammissibilità dei referendum, quel che conta è la chiarezza, omogeneità, unitarietà del quesito. Insomma la sua perfetta perspicuità. E questa, nonostante l’ostruzionismo di Giuliano Amato, appare del tutto scontata.
La novità, sottaciuta ma trasparente nelle manovre apotropaiche del governo Gentiloni-Renzi, attiene piuttosto agli effetti politici incalcolabili attivati dalla celebrazione del referendum, e cioè dallo spettro di una partecipazione popolare tanto consistente da superare abbondantemente la soglia del quorum. Questi effetti, più che alle immediate conseguenze sugli equilibri politici contingenti su cui si sostiene il governo, riguardano più in profondità la questione democratica dell’adesione popolare.
Fino a qualche tempo fa non c’era personaggio politico che non esibisse il suo convenzionale rammarico per il declino della partecipazione al voto dei cittadini. Salvo restare stupiti quando il 70% dei cittadini si è recato alle urne per un referendum costituzionale pronunciandosi a larga maggioranza per il No. È stato così dimostrato che nel nostro Paese esiste ancora una riserva di vitalità democratica. Impedire e frustrare il manifestarsi di questa residua energia politica, che costituisce il bene più prezioso ancora disponibile nel nostro Paese, sarebbe estremamente pericoloso. Perciò, Gentiloni farebbe bene a riservare i propri timori non per gli effetti della celebrazione dei referendum, ma per l’eventualità opposta, per il caso, cioè, che il giudizio popolare sul Jobs Act possa essere arbitrariamente inibito.
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