
di Achille Migliorelli da L’Inchiesta quotidiano – Contro il revisionismo costituzionale. Nel mese di ottobre sapremo se entrerà in vigore la riforma della Costituzione voluta dal trio Renzi, Boschi, Verdini. Per quanto mi riguarda, rivolgo un appello forte e chiaro perché la maggioranza degli italiani dica “NO” a questo ennesimo tentativo di sfregiare la nostra Carta fondamentale. Ne voglio spiegare, seppure succintamente, le ragioni ed invitarvi ad analizzare il merito del provvedimento. Sono convinto che questa riforma non passerà, se solo saremo capaci di respingere i facili slogan.
Il primo di essi è costituito dall’affermazione che ce lo chiederebbe l’Europa per rilanciare l’economia e realizzare una consistente crescita economica. Si tratta di pura propaganda. Infatti, malgrado le mirabolanti riforme del ducetto di Rignano, la situazione economica rimane stabile e i flebili segnali di ripresa – anche relativamente all’occupazione – dipendono esclusivamente dagli interventi della BCE e dalle regalie fatte agli imprenditori sotto forma di contributi sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Che, nella gran parte dei casi, riguardano semplicemente la trasformazione di posti precari e a contratto, già in essere, con assunzioni a tempo indeterminato. Scopo precipuo di queste assunzioni è proprio quello di ottenere i contributi. E’ tanto vero ciò che, venuta a mancare la contribuzione, sono drasticamente diminuite le assunzioni. E’, peraltro, vero che questa priorità, dettata presuntivamente dall’Europa, interessa a non più del 4% degli italiani. La quasi totalità di essi la ritiene inutile.
Un secondo argomento sollevato dai fautori del SI è dato dal superamento del c.d. “bicameralismo paritario”. È bene chiarire da subito che la fine del bicameralismo perfetto è un fatto positivo, anche se, per onestà intellettuale, andrebbe riconosciuto che i tempi – spesso lunghi – per l’approvazione delle leggi dipendono il più delle volte dalla litigiosità dei partiti e dall’assenza, al loro interno, di una vita compiutamente democratica. Ad esempio, cosa c’entra il bicameralismo con il ritardo e l’approvazione parziale della legge sulle unioni civili? Si può seriamente dire che le norme sulla prescrizione – necessarie per evitare che un gran numero di fatti reato vadano alla malora – non vengono approvate per il doppio esame da parte delle due camere? Certamente no. La verità è un’altra: quando i partiti, che compongono la maggioranza, sono d’accordo fra loro, l’iter di approvazione delle leggi è assai rapido: l’uso di canguri, decretazioni d’urgenza, fiducie consente il varo sollecito delle leggi. Il superamento del bicameralismo paritario è, nel nostro caso, avvenuto in modo approssimativo ed incoerente. Tant’è che anche diversi sostenitori del Si, dopo aver definito la riforma “modesta e maldestra”, ovvero “concepita male e scritta peggio”, proprio del superamento del bicameralismo perfetto hanno riconosciuto che esso è “pasticciato nella composizione del nuovo Senato” e “confuso nell’attribuzione delle competenze”.
Becero populismo
Un terzo aspetto caldeggiato dai fautori del Si (ed, in particolare, dai componenti del giglio magico) è costituito da un becero populismo. I corazzieri di Renzi e lo stesso Renzi dicono che uno dei meriti della riforma è rappresentato dal fatto che vengono mandati “a lavorare” due senatori su tre. Mi viene spontanea una ritorsione: ma, di grazia, Renzi quale lavoro ha mai svolto in vita sua? Non è, forse, vero che è nato politico di professione, che ha fatto anche qualche “magheggio”, quando ha ricoperto la carica di Presidente della Provincia di Firenze e di Sindaco di quella città? A mio parere è falso e inappropriato che una così dirompente riforma costituzionale sia “contro” la casta e per abbattere i costi della politica. Come se la conservazione di un sistema democratico debba essere valutato in termini di costo del suo mantenimento. Che la funzione di senatore venga svolta da un consigliere regionale o da un Sindaco “a mezzo servizio” è demenziale. Come può una stessa persona assolvere, con profitto ed onore, ad entrambi i compiti? Solo chi ha scarsa considerazione del lavoro politico e amministrativo e ritiene di essere il “Dux” può accettare, con tanta leggerezza, che il nuovo Senato diventi un dopolavoro e un “camerino” per comparse. Se non si fosse voluta una deformazione della Costituzione, la riduzione della spesa sarebbe potuta avvenire attraverso una sensibile diminuzione del numero dei senatori e dei deputati. Basti ricordare che l’Italia ha una classe politica sproporzionalmente grande e costosa. Ci sono 945 parlamentari – 630 alla Camera e 315 al Senato – rispetto ai 535 negli Stati Uniti (435 alla Camera e 100 al Senato), che è un paese con una popolazione sei volte più grande ed un territorio più molto vasto del nostro. Ciò significa che si poteva addirittura dimezzare il parlamento. Non si è voluto fare, contrariamente alle indicazioni che erano venute dalla Commissione per le riforme costituzionali. Forse perché dimezzare il Parlamento comportava un sacrificio anche per i “padrini” dei partiti? Non è, forse, in linea con questa personalizzazione della politica il fatto che, attraverso le leggi elettorali, i deputati ed i senatori non sono scelti dall’elettorato, ma dai segretari dei partiti? Al trio dei (ri)costituenti piace, invece, che gli italiani siano rappresentati da un grande esercito di “peones” anonimi, che quasi nessuno conosce e che rispondono alle esigenze dei loro veri datori di lavoro, i segretari dei partiti. Non può passare in secondo ordine che una delle possibilità per ridurre il costo della politica può essere proficuamente individuata in una ragionata diminuzione delle indennità parlamentari.
I gufi vedono nel buio
Concludendo, mi preme sottolineare che questa riforma si inserisce nel quadro di almeno un ventennio di revisionismo costituzionale, che pretende di piegare la Costituzione a soluzioni pasticciate del sistema, nato invece a salvaguardia dei beni comuni.
Desidero chiedere a prestito alcune considerazioni del Prof. Gaetano Azzariti, che insegna diritto costituzionale presso l’Università “La Sapienza” di Roma. E’ vero che da Renzi e dal suo entourage viene ritenuto, con sufficienza e supponenza, un “gufo”, ma non può essere dimenticato che i gufi hanno un grosso pregio: ci vedono anche di notte. E a noi che, con l’insigne Professore siamo solidali, piace riconoscere che egli fa parte della schiera di coloro che ci illuminano e guidano in questa “Notte della Repubblica”.
Azzariti, innanzitutto, ammette che si è passati, in questo ventennio, da una all’altra, da un fallimento all’altro, e che “si continua in modo perverso a giocare con la Costituzione. Svuotandola di senso. E’ questo che indigna”.
E aggiunge: “Indigna vedere un’intera classe dirigente che sprofonda, travolta da una radicale crisi di rappresentatività, trascinando ostinatamente con sé, nell’abisso, la Costituzione repubblicana, senza avvedersi che proprio questa rappresenta l’unico strumento che potrebbe riscattare il senso del vivere comune, dando nuova dignità ad una politica perduta”.
E si domanda: “Un ventennio almeno di revisionismo costituzionale cosa ha prodotto?”. La risposta è sconvolgente: “Non, come sarebbe stato auspicabile, l’innovazione per rendere più rispondente il nostro sistema costituzionale e politico ai processi profondi di trasformazione degli ordinamenti nazionali e globali, bensì la progressiva delegittimazione delle ragioni storiche che hanno sorretto il costituzionalismo democratico moderno”.
Quella che stiamo conducendo è la “Madre di tutte le battaglie”. Essa vuole impedire la deformazione della nostra Costituzione. A tutti chiedo di lavorare in questi mesi, coltivando l’obiettivo di contribuire a sconfiggere il disegno di stravolgere la Carta. Sino alla splendida vittoria di ottobre.
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