di Ivano Alteri – In un suo articolo su Repubblica.it del 10 novembre 2016 a commento dell’esito delle elezioni presidenziali americane, Ezio Mauro individua le ragioni della sconfitta della “sinistra” americana (le virgolette sono d’obbligo) nel fatto di avere essa “dimenticato” chi “non è necessariamente un povero, piuttosto si sente un espropriato”.
Ma nel suo apparente tentativo di demolire la spessa crosta d’ipocrisia, causa della sconfitta, che imprigiona la sinistra internazionale, incluse quella americana e la nostra, Mauro si limita invece ad abbassarne appena un po’ il tasso, forse scalfendola un poco. E le parole, come spesso accade, qui sono tutto.
Diseredati
Se le parole hanno un senso (e ne hanno!), chi “non ha niente”, a rigore, non dovrebbe chiamarsi semplicemente “povero”; non è sufficiente. La parola esprime infatti un’immagine statica, dice troppo poco della realtà, ed è perciò ipocrita; essa non guarda nel tempo e non si pone il perché: poveri, ora. Ma anche la parola “espropriato”, resta ad alto tasso ipocrita, poiché descrive soltanto la condizione di chi aveva qualcosa oggi ed ora non l’ha più, ma non dice niente di chi è già nato nudo, e non è stato espropriato di qualcosa oggi. Dovrebbe invece chiamarsi, più appropriatamente, “diseredato”, privato di eredità.
Questa parola, che più schietta non si può, ci viene dalla tradizione marxista; essa guarda nel tempo e risponde al perché: non ha niente oggi chi è stato, nel tempo, diseredato. Essa, perciò non vuole soltanto riferirsi alla rottura “nelle” generazioni, come accade a chi è espropriato; ma alla rottura “tra” le generazioni, tra chi aveva ieri e non ha più oggi e forse non avrà domani. In essa, c’è la traccia evidente di una violenza originaria con cui i pochissimi hanno oppresso i più; essa è la descrizione completa e schietta della condizione di chi non ha niente. Perciò, se pensiamo davvero che l’ipocrisia della sinistra sia la causa di questa sua debacle mondiale, e lo è, dovremmo onestamente dire che chi non ha niente si chiama diseredato.
Traditi
Ma anche sulla parola “dimenticato” avremmo qualcosa da ridire; anche in questo caso, infatti, si affievolisce soltanto, il carattere ipocrita, senza metterlo in discussione davvero. Quella della sinistra rispetto al suo popolo, infatti, non è una dimenticanza, ma un tradimento. Per portare l’esempio italiano, è tradimento della sinistra lo smantellamento del diritto del lavoro col famigerato e “inutile” jobs-act; è tradimento la riduzione a merce dei beni comuni e la loro svendita ai privati; è tradimento il progressivo smantellamento dello stato sociale; è tradimento l’inserimento della norma sul pareggio di bilancio in Costituzione; è tradimento lo smantellamento in atto della scuola e dell’università pubbliche; è tradimento l’allontanamento dei cittadini dalla politica attraverso la scelta deliberata, e scellerata, dei cosiddetti partiti liquidi. È tradimento il tenace e progressivo smantellamento della Costituzione, cui si vorrebbe attribuire il compito di garantire governi “stabili” e “dalle mani libere”, trascurando che suo compito principale sarebbe invece quello di garantire ad ognuno la libera espressione della propria natura, non esclusi i diseredati.
Tutto ciò non è avvento per dimenticanza della sinistra, ma per aver essa tradito il proprio pensiero, aderendo ad un altro, che così è diventato “unico”. E assumendolo, anche la sinistra ha posto la sua attenzione non più agli interessi dei diseredati, ma a quelli del capitale finanziario internazionale; cioè di speculatori, faccendieri e parassiti vari.
La sinistra ha perduto perché ha tradito i diseredati. Ha conquistato i governi dei vari paesi del mondo, fatte salve alcune eccezioni, promettendo al Potere, quello vero, di non fare “cose di sinistra”; e ha mantenuto la promessa. Gli autori di questo scempio usano chiamarlo “compromesso”, anche qui con una dose fatale d’ipocrisia. Ma noi insistiamo nel dire che si tratta invece di tradimento, col quale potrebbero aver di nuovo condannato i diseredati, ossia gran parte dell’umanità, ad una condizione di oppressione e minorità per altri lunghi secoli.
Frosinone 12 novembre 2016
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