Di Nadeia De Gsperis – C’è un modo di dire africano, “dove mangia uno, mangiano anche dieci”. E io che pensavo fosse un detto ciociaro, quando mia nonna metteva su quel grosso pentolone, e mescolava pronunciando l’incantesimo dell’accoglienza “dove mangia uno, mangiano pure dieci.” In Africa, l’accoglienza è la regina delle virtù, quella che rende nobile una famiglia. L’arrivo di un ospite non defrauda ma arricchisce, è una benedizione. Lo avevo intuito quando un amico marocchino, ambulante nel mio quartiere ci ha detto, “dovete pensare solo al biglietto aereo, poi state quanto vi pare, siete nostri ospiti” rivolgendo l’invito a me e alla mia famiglia, ”io forse tornerò in Marocco, qui le cose sono cambiate, la gente non ci vuole più.” Lo avevo intuito che anche il concetto di tempo è relativo, non c’è fretta di andare via, bisogna che l’ospite si senta a casa. “Sì, ma questi, i rifugiati, vogliono rimanere”, replica la gente che si incontra in un luogo comune. Appunto, non abbiamo forse una ragione di responsabilità in più verso chi sceglie la nostra terra come luogo si salvezza!?
Parcheggiata davanti al pronto soccorso, massacrata di botte
La ragazza di Boko Haram, incinta, respinta dai cittadini di Goro, dice che forse se la gente conoscesse le loro storie, non li respingerebbe. L’ottimismo deve essere un’altra virtù dei popoli africani, ma bisogna concedere il beneficio del dubbio agli italiani e prendere in considerazione questa eventualità. Certo per alcuni, la destinazione umana è solo un luogo comune in cui coltivare la propria piccola grettezza.
L’amministrazione della mia città, Sora, recependo una direttiva ministeriale, riferisce, farà partire un progetto nel quale inserirà i rifugiati di una delle cooperative ente gestore di Sprar-pari (progetto di accoglienza per rifugiati), impiegandoli nella pulizia delle strade e nella gestione del verde pubblico. A titolo volontario e gratuito, sottolinea, perchè finalmente “potranno ricambiare la città che li sta ospitando ed essere integrati”, “perchè il processo di inclusione possa finalmente avere ricadute positive”.
Intanto una ragazza è parcheggiata in lungo degenza ospedaliera, perchè si vocifera che si trovasse in una cooperativa, ma poi è stata affidata a una famiglia, ma forse era finita in un brutto giro. L’hanno parcheggiata davanti al pronto soccorso, massacrata di botte, questa è l’unica cosa certa. Non dorme mai, non parla, neppure la lingua che i sorani non capiscono, perchè le botte le hanno procurato lesioni cerebrali. Il progetto di inclusione, chiedo alla amministrazione della mia città, prevederà il continuo, assiduo, rigido monitoraggio delle azioni delle cooperative operanti sul territorio? Nessuno potrà dare una risposta esaustiva alle frange di destra che si indignano perchè, potendo scegliere, i ragazzi rifugiati preferiscano il riso alla pasta, non c’è spiegazione che tenga all’idiozia, ma tentare di educare i cittadini alla accoglienza, quelli spaventati dalla disinformazione, o dalla informazione becera di certi “giornalacci” è un dovere del primo cittadino e dei suoi secondi, perchè nessuno si senta ultimo.
Un ente locale che faccia parte del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) ha il diritto di adempeire alle finalità dell’osservatorio stesso, che sono “un processo individuale e organizzato, attraverso il quale le singole persone possono (ri)costruire le proprie capacità di scelta e di progettazione e (ri)acquistare la percezione del proprio valore, delle proprie potenzialità e opportunità”. Ha il dovere, e il diritto, a dispetto di quello che pensino i cittadini, di fornire assistenza sanitaria; assistenza sociale; attività multiculturali; inserimento scolastico dei minori; mediazione linguistica e interculturale; orientamento e informazione legale; servizi per l’alloggio; servizi per l’inserimento lavorativo; servizi per la formazione. E non di relegare i rifugiati a pulire le strade per ricambiare l’ospitalità.
Ha il dovere di spiegare che “il rifugiato è titolare di protezione internazionale, e che temendo, a ragione, di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese d’origine di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese. Questo dice la convenzione di Ginevra, ma anche la convenzione del vivere umano. Si può raccontare che essere umani, a volte, prevede anche il disattendere delle leggi scritte, in nome di una legge universale. Avvicinare la gente alla storia di queste persone, che è la storia dell’umanità. Spiegare come sia un dovere, tutelare e proteggere, per una vita che si salva dalla fame o dalla guerra, provare un doppio senso di responsabiltià verso quella vita, e che ogni comportamento nella direzione opposta non è soltanto deprecabile, è disumano.