lasagnadiChalieHebdo 350 260di Fausto Pellecchia – Controcorrente (Sulla vignetta di Charlie Hebdo).
“Je suis italien”: questo il logo che dovrebbe essere sovraimpresso nel prossimo numero di Charlie Hebdo.. Infatti, è merito degli italiani se l’ormai celeberrimo settimanale satirico parigino, dopo un lungo periodo di crisi, e dopo la decimazione della sua redazione a seguito dell’attentato terroristico del 7/1/ 2015, è riuscito a rilanciare alla grande le sue vendite. L’ irrefrenabile ondata di indignazione nazionale suscitata in Italia per il macabro accostamento tra la pastasciutta e le vittime del terremoto nella prima vignetta, ha scatenato un coro di condanne e di risentite proteste. Al quale, i vignettisti di Charlie Hebdo hanno risposto con una seconda vignetta, provocatoriamente concepita come pseudo-scusante della prima, nella quale l’immagine delle macerie e dei crolli era sovrastata dalla scritta «Italiani, non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia!».

Il web-pensiero

Tanto è bastato, perché si scatenasse, in direzione opposta, una nuova ondata di reazioni, costituita da sapienti analisi “socio-estetiche”, tese a dimostrare la sagacia umoristica e le profonde (forse, troppo profonde per lo sguardo di lettori accecati da un malinteso “orgoglio patriottico”) implicazioni etico-politiche della prima vignetta. Esemplare di questa corrente del “web-pensiero” è una rubrica intitolata “La vignetta di Charlie Hebdo spiegata a mia madre”, alla cui forbita ermeneutica si sono ispirati molti internauti frequentatori dei social. L’anonimo Autore premette al suo saggio di critica “ipertestuale” i necessari titoli d’autorità: ha collaborato per 9 anni alla stesura di un imprecisato “programma TV satirico italiano in onda dal 1988”. Ed ora, come in un ardito esperimento didattico, immagina di spiegare all’anziana madre, con argomenti di elementare semplicità, il vero senso della vignetta. La dimostrazione dell’efficacia satirica e, quindi, del suo evidente valore estetico ed etico-politico, procede assiomaticamente. Primo assioma: «La vignetta in questione fa schifo?». Sì, certo, ma così deve essere, assevera il Nostro, «perché è la satira stessa a fare schifo». Capito? Chi è, infatti, il più grande autore satirico italiano?- Qui la mamma -povera donna!- è colta da comprensibile perplessità. «Ma è Dante Alighieri, stupidina!». Chi non ricorda come Dante sbeffeggia “schifosamente” i Papi e Maometto nell’Inferno? Ma, andando più indietro, si potrebbe risalire fino alle turpitudini delle commedie di Aristofane e di Plauto. Insomma, «é dall’inizio dei tempi che, per sua natura, nelle opere satiriche troviamo incesti, atti di coprofagia, bestemmie, vilipendi di cadavere e tanti altri atti schifosi e schifosissimi.» Conclusione: «Il fatto che la vignetta di Charlie Hebdo ti abbia fatto schifo ci dice quindi che si trattava di vera satira.»

Ci spiegano cos’è la satira?

Da questa “colta” genealogia del genere satirico, l’Autore ricava la distinzione, sottile ma dirimente, tra parodia e satira, che esige di affilare al massimo il rasoio dell’analisi: «La parodia è fatta per far ridere… la satira a volte fa ridere, a volte no. La sua ragione sociale è indurre una riflessione. È, insomma, una cosa diversa.» E giù un lungo elenco di comici italiani (da Crozza a Fiorello passando per Benigni) che dalla “vera satira” sarebbero distanti anni luce. Infatti, come suona il corollario del suddetto assioma, «la satira ha a che fare con lo schifo. Deve, per sua natura, suscitare una reazione forte, di pancia. Deve shoccare, nauseare.» E lo fa, spiega il Nostro, profanando i simboli di ciò che dai più è ritenuto sacro: non solo le immagini religiose, ma anche i tabù etico-emotivi: il rispetto per i bambini, i morti, le vittime innocenti di bombardamenti, di stupri ec. Sullo slancio di queste perentorie premesse, si torna finalmente alla vignetta incriminata, per compiere la virata “politichese” che è tanto piaciuta a certa pseudo-sinistra dei social: la vignetta «non vuole far ridere delle persone schiacciate sotto le macerie. Vuole usare quell’immagine per far riflettere (di nuovo: riflettere, non ridere…) sul fatto che in tutti i Paesi sviluppati ad eccezione dell’Italia un terremoto di 6.2 non ti uccide. E se in Italia ti uccide è (…) a causa della mentalità italiana – rappresentata con uno degli elementi più italiani di tutti, ovvero il cibo». Perbacco, come non averlo capito! A partire dalla pastasciutta,infatti, è possibile risalire via via a tutte le nefandezze della politica italiana: dagli 80 euro in busta paga, ai misfatti compiuti nella ricostruzione dei paesi terremotati negli ultimi trent’anni, alla disperata assuefazione di noi italiani alla corruzione e all’inefficienza del ceto politico, alla decadenza dei sindacati, fino all’aumento dei licenziamenti e della disoccupazione….Ebbene, proprio questo variegato pamphlet sul disastro politico-economico della recente storia italiana sarebbe condensato nella pregnanza simbolica delle penne gratinate e delle lasagne, dai cui strati affiorano le gambe dei cadaveri del terremoto. Infine, come in un urlo liberatorio troppo a lungo trattenuto, l’ignoto Autore prorompe nella rituale citazione di Voltaire, opportunamente storpiata in una “schifosa” traduzione italiana: «Darei la vita per difendere la tua liberta’ di espressione, ma ti staccherei la testa per le idiozie che stai dicendo.» [Non importa che, ad esser pignoli, si tratti di una pseudo-citazione: Voltaire non ha mai scritto una frase simile, e la sua autentica versione risale a un testo inglese del secolo scorso della scrittrice Evelyn Beatrice Hall che, più elegantemente, scrive «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it. » (The Friends of Voltaire, 1906, ripresa nel successivo Voltaire in his Letters ,1919]. Eppure, vista la totale adesione dell’interprete alla sublime “schifezza” dell’immagine e alle sue infinite implicazioni ideologiche, perché invocare solo la voltairiana tolleranza del dissenziente e il sacro valore della “libertà d’espressione”, piuttosto che confermare un entusiastico apprezzamento per le sue sottili, quasi invisibili, implicazioni?

Satira abortita

Alla funambolica ermeneutica del Nostro, vorremmo perciò rivolgere qualche interrogativo elementare almeno quanto le immaginarie obiezioni materne, pur senza ricadere nelle invettive dell’orgoglio nazionale ferito. 1) Quali sarebbero le categorie estetiche che autorizzano l’inserimento del poema di Dante (la cui triplice classificazione degli stili, com’è noto, menziona solo il tragico, il comico e l’elegiaco), o persino la commedia aristofanea, sotto la rubrica della “satira” (contraddicendo all’orgogliosa affermazione di Quintiliano : “satura quidem tota nostra est”)? E perché, seguendo lo stesso metro, non ascrivere anche la tragedia greca al genere horror? 2) Quale sotterraneo nesso di idee unisce, nella vignetta in questione, la negligenza nella prevenzione antisismica (nonché la permanente corruzione e inefficienza del ceto politico, la disoccupazione e gli 80 euro in busta paga, ec. ) con i gusti gastronomici degli italiani? In assenza di una chiara risposta, continueremo a ritenere che la vignetta incriminata sia una satira “abortita”, non tanto perché offende i morti, quanto perché si basa su una ideologia qualunquista, scevra di qualsiasi stimolo alla riflessione, nella quale si identifica l’“italianità” con lo stereotipo del culto trinitario di “pizza, spaghetti e mandolino”. D’altra parte, è questa la linea, politicamente “irriflessiva” e “im-pensata”, che il settimanale parigino ha perseguito anche in altre occasioni, come nelle vignette sul profeta Maometto, espressamente ispirate all’islamofobia di Oriana Fallaci e cariche di pregiudizi eurocentrici, quando non prettamente nazionalisitici [rilievo, è bene precisare, che non sottende la benché minima giustificazione del sanguinoso attacco terroristico alla redazione della rivista.]. Piuttosto, ne risulta confortato il nostro modestissimo avviso, secondo il quale i vignettisti satirici italiani, da Giannelli a Vauro, da Ellekappa a Mauro Biani, non abbiano proprio nulla da imparare dai loro colleghi parigini. A meno di non essere preda di incurabile esterofilia, a causa di un latente, ma, ahimé, italianissimo “complesso di inferiorità” nei confronti dei cugini d’oltralpe.

 
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