partito democratico bandiera350 250

partito democratico bandiera350 250di Giuseppe Sarracino – Antonio Funiciello, Consigliere Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato sul quotidiano “Il Foglio” un interessante e lungo articolo definito come il “Manifesto di un nuovo PD”, che pone delle riflessioni a tutto il corpo del partito.
Partendo dalla crisi della rappresentanza politica che investe tutte le democrazie europee e dall’avanzare del populismo, secondo l’autore, un sistema istituzionale efficiente per funzionare deve poggiare su “istituzioni efficienti e partiti solidi”. Purtroppo ciò non è accaduto in Europa e dopo la caduta del Muro di Berlino si è assistito a un crollo dei partiti tradizionali e la famiglia del riformismo europeo non è riuscita a dare risposte adeguate a tale crisi. In Italia ulteriori fattori, come tangentopoli, hanno aggravato la crisi dei partiti fino a farli scomparire. Oggi forse l’unico partito ancora strutturato è il PD, il quale vive in una sorta di solitudine che non giova al partito e nemmeno al Paese.
Un’analisi condivisibile e che merita una seria attenzione sopratutto in merito alla soluzione proposta. Infatti, secondo l’autore, con l’approvazione dell’art. 3 dello Statuto del PD, dove è sancito che il capo del governo resta capo del suo partito, si è “prodotto per la prima volta in Italia l’acquisizione ufficiale della stabilità di governo come valore democratico” e questa coincidenza rappresenta “la ricetta di ricostituzione fisica della nostra democrazia rappresentativa”.
Non comprendo come possa ampliarsi la rappresentanza politica e la partecipazione dei cittadini, restringendo nelle mani di pochi, se non addirittura di una sola persona, le scelte che interessano un’intera Nazione. Inoltre in considerazione della coincidenza tra leader e premiership, il Pd dovrebbe accelerare, secondo l’autore, il processo verso “la forma di un partito elettorale, con una struttura centrale leggera composta, al vertice, da ruoli di struttura e non da ruoli di linea”, e aggiunge “Se il leader e il premier sono la stessa persona, il suo gabinetto esprimerà le linee di policy del suo partito, perché la funzione di un partito di governo è, quando-governa, appunto il governo”
Al contrario di quanto delineato nell’articolo, a mio parere occorre una radicale separazione fra partito e Stato, e quindi tra leadership e premiership, per evitare di scivolare verso una sorta di partito Stato-centrico, come autorevolmente definito da Barca: “Con una “predominanza dei leader”, portatori di una narrazione in cui iscritti ed elettori si riconoscono, fino a forme estreme di partito-proprietà; una professionalizzazione della struttura di supporto del leader, organizzata in “staff”, al di fuori di una legittimazione democratica da parte del partito stesso; la perdita di peso degli iscritti e dei loro organi, e la dominanza degli eletti sulla dirigenza del partito.” Ed è proprio questo modello di partito, che da qualche tempo si sta affermando nel PD, senza che sia stato discusso e approvato, e che sta minando le sue fondamenta.

Riformare il partito, ma come?

Uno partito nel quale gli iscritti sono “attori”, ma la cui partecipazione è limitata ad alcune puntate, e cioè durante il periodo elettorale, durante le stagioni congressuali, sempre meno interessate al dibattito e durante le primarie. Certamente non si vuole negare la necessità e l’urgenza di una riforma del partito, di fronte alle profonde trasformazioni che sono avvenute nella società. Occorre un’organizzazione diversa e innovativa, veloce e dinamica, esistono strumenti di comunicazione e non solo, di cui il partito dovrebbe meglio utilizzare, trasformare le correnti in aree culturali e di pensiero piuttosto che in gruppi di potere, ripensare alle forme di finanziamento pubblico e privato, ma allo stesso tempo occorre affermare con forza che il partito deve essere sopratutto una comunità di persone con una testa e un’anima, capace di discutere, proporre e alla fine scegliere.
Nell’articolo si riporta una citazione di Giorgio Amendola all’VIII Congresso del PCI del 56 “ un partito di combattenti e non di chiacchieroni, nella quale la discussione è utile in quanto prepara e illumina l’azione del lavoro.” Giusto, infatti, sarebbe importante che la direzione, organo da modificare, parlasse meno e agisse di più. Amendola in quell’occasione pose con lungimiranza il problema del rinnovamento del partito rilevando l’importanza “dell’avvicinamento degli organismi dirigenti alla base del partito, al tesseramento, e l’affermazione della funzione politica delle sezioni” . Un riformista che credeva nel ruolo e nel valore degli iscritti i quali dovevano essere la linfa vitale del partito. Il PD dovrebbe essere questa “cosa” qui, altro che partito elettorale o degli eletti.

Analizzare i risultati elettorali seriamente

I risultati ottenuti alle ultime elezioni amministrative avrebbero dovuto rappresentare un momento di seria riflessione per tutto il partito, e invece tale appuntamento è stato rinviato non si sa quando. Lo stesso Funiciello nel suo lungo articolo, affronta in modo parziale e non del tutto convincente e veritiero le elezioni amministrative, limitandosi a parlare solo di Milano, “La vittoria alle comunali si deve anzitutto alla capacità del neo sindaco di imporre la propria personalità e la propria storia”…. “il quale ha saputo costruire consenso e partecipazione intorno a una candidatura considerata, a ragione, non aderente allo spazio tradizionale della sinistra milanese, in cui il Pd milanese c’ha messo del suo, governando il passaggio da Pisapia a Sala e componendo un’alleanza sociale diversa da quella che aveva concorso alla vittoria del 2011” Al contrario di quanto descritto, è stata la capacità di Sala di rapportarsi con la sinistra milanese a consentire la sua vittoria, e ed evitare la sconfitta del PD, infatti tra i Radicali (Cappato) e soprattutto sinistra (Basilio Rizzo), 30mila voti in libera uscita sono stati diretti verso il candidato del centrosinistra al ballottaggio. Sarebbe stato forse più interessante approfondire l’insieme di quanto è caduto nei tantissimi comuni del nostro paese, da Roma a Torino per non parlare di Napoli, per comprendere meglio cosa è oggi il PD e dove sta andando. Forse è meglio stare lontani da certi segnali che vengono dagli elettori ed è più facile enfatizzare il 41% delle elezioni europee, risultato importante senza alcun dubbio, ma non credo facilmente ripetibile, con questo PD. Il problema delle alleanze, quindi, ritorna a essere un tema fondamentale per il PD ed è tanto più vero nel momento in cui assistiamo nel nostro paese al formarsi di nuovi poli di aggregazione politica come il Movimento 5 Stelle, cha ha la sacrosanta, anche se non auspicabile, ambizione di governare l’Italia.
Infine Funiciello affronta in modo molto intelligente la questione del Referendum, sostenendo che il PD è chiamato a una prova di maturità organizzativa, e deve evitare di apparire troppo invadente, e affrontare in modo laico la campagna referendaria. Mancano ancora alcuni mesi al referendum e sarebbe opportuno che ognuno potesse esprimere, dentro e fuori dal partito, anche durante le feste dell’unità, in modo libero le ragioni del suo voto. Certamente il PD non dovrà essere l’ultimo partito della seconda Repubblica, come dice nelle conclusioni Funiciello, ma se l’orizzonte che si prospetta è quello descritto nel “Manifesto di un nuovo PD” nutro seri dubbi sul suo futuro.

*Giuseppe Sarracino – Componente C.D. Circolo Frosinone

 
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