di Ivano Alteri – Al netto della polemica orchestrata ad arte contro la neo sindaca pentastellata Raggi, a proposito della perenne crisi romana dei rifiuti, la questione dei rifiuti in sé potrebbe acquisire, a nostro parere, un altro significato per il territorio ciociaro, se riuscissimo a diffondere maggiori informazioni su di essi e sulla loro natura. Anche per questioni professionali, ce ne stiamo occupando da qualche anno, scoprendo un mondo che potrebbe essere tutt’altro che un immondezzaio, quale, invece, in gran parte è. E pensiamo che anche altri potrebbero arrivare alle stesse nostre conclusioni, avendo nella disponibilità le medesime informazioni; forse riuscendo così a creare quella coesione sempre necessaria ad individuare con chiarezza le problematiche territoriali, a trovarvi le soluzioni e a coglierne le opportunità. A noi pare sempre più urgente, prima di tutto per la questione rifiuti.
Soprattutto considerando che oggi quell’immondezzaio siamo noi; che Roma (ben prima della Raggi) e la Regione Lazio considerano la Ciociaria una discarica, più o meno legale, a loro disposizione per emergenze e non; che il territorio vive una condizione ambientale e paesaggistica, economica e sociale, drammatica, da cui bisogna al più presto venir fuori. Come fare? Come reagire a questa condizione, a quella prepotenza, senza limitarsi ai mugugni, sinceri o propagandistici che siano? Come risollevare il nostro territorio da tale condizione di sudditanza? Come risollevarlo per se stesso?
Un conto è parlare d’immondizia, altro conto è parlare di rifiuti
Secondo la nostra convinzione, si potrebbe cominciare col cambiare ottica su quell’immondizia che ci ammorba ed umilia. Per come la vediamo noi, bisognerebbe iniziare col dire che un conto è parlare d’immondizia, altro conto è parlare di rifiuti; che negli scarti delle nostre case e delle nostre attività economiche non c’è alcunché di “immondo”, bensì tutto di piuttosto mondano. In quegli scarti ci sono rifiuti; e la differenza è enorme. L’immondizia è patogena, inquinante, deturpante, pericolosa, rischiosa, costosa, difficilmente gestibile. I rifiuti sono recuperabili in un modo o nell’altro, quindi non hanno alcun impatto sul paesaggio e sull’ambiente; ne esistono di pericolosi, sì, ma se ne può controllare il rischio, se non diventano immondizia; anziché essere costosi hanno un valore di mercato, tanto che esiste il Borsino dei Rifiuti sul web (provare per credere!); e, infine, sono gestibilissimi. In sostanza: l’immondizia è un disvalore; i rifiuti sono un valore. E di rifiuti ce ne sono per milioni di tonnellate (e di euro); almeno l’80% di ciò che oggi gettiamo nella pattumiera e nei lavandini di casa è un rifiuto in qualche modo riutilizzabile. Ma sono trasformati in immondizia…
Sarebbe, inoltre, utile notare preliminarmente, osservando più in generale il sistema produttivo in cui viviamo, che dopo l’organizzazione dell’estrazione, della raccolta e della produzione di materie prime, dopo l’organizzazione della loro trasformazione in prodotti finiti, della commercializzazione di questi e del loro consumo, manca quasi del tutto un’organizzazione per la gestione della fase finale del processo produttivo; ovvero, manca la risposta alla domanda: cosa ne facciamo dello scarto finale? Fino ad ora, nella maggior parte dei casi, Roma compresa, quell’ammasso di materia è proditoriamente trasformato in immondizia, con tutto ciò che ne consegue. Bisognerebbe invece provvedere ad organizzare quell’ultima fase, per smetterla di ammorbarci e vedere come trarne, invece, profitto. È in grado la Ciociaria di farlo? Non lo sappiamo; però pensiamo che sia un’opportunità irripetibile, e che ci si dovrebbe provare. Le condizioni non mancano.
Già oggi, nella nostra provincia, operano molte aziende del settore, specializzate nella raccolta e stoccaggio dei rifiuti speciali (pericolosi e non), con grandi conoscenze e capacità professionali accumulate nel tempo, che tuttavia soffrono una condizione di frustrazione, per una inefficienza sistemica che le condanna al nanismo strutturale e ad una risicata economicità. Esse avrebbero bisogno di un sistema più accorto, consapevole della problematica, determinato a sfruttarne ogni opportunità, capace di dotarsi d’organizzazione. Invece, ne hanno uno che procede a tentoni, senza avere la giusta cognizione del fenomeno. Questo, quindi, è senz’altro il problema di partenza.
Basta al monoplio degli appalti
Basti considerare gli appalti assegnati dalle amministrazioni pubbliche alle società private (generalmente non ciociare) per la raccolta della Rsu. Ebbene, le nostre amministrazioni spendono decine di milioni di euro (Frosinone 26 mln in cinque anni, Ceccano 12… più altri milioni per le sanzioni che ricevono per la cattiva gestione), assegnando appalti “a corpo”, ovvero, senza discernere il grano dal loglio. In quegli appalti, raccogliere carta, plastica, raee, metalli, oli, imballaggi, ingombranti… costituisce un costo enorme. Ma quei rifiuti, ripetiamo, hanno invece un valore, poiché possono essere riutilizzati. In che modo quel valore è contabilizzato nei costi degli appalti? In che modo è contabilizzato nelle tasse imposte ai cittadini?
Le domande sono retoriche, evidentemente, e la risposta è scontata: in nessun modo. Il primo passo da compiere, quindi, dovrebbe essere quello di provvedere ad uno “spacchettamento” degli appalti, per individuare analiticamente tutti i codici cer (codice europeo rifiuto) prodotti dai cittadini presenti in quel comune. Quest’operazione, tuttavia, incontra un problema: vi sono comuni che hanno un appalto in corso, quelli che l’hanno appena assegnato e quelli che lo hanno in scadenza.
Per questi ultimi, si presenta l’opportunità immediata di giungere all’assegnazione del nuovo appalto, avendo prima analizzato nel dettaglio la propria produzione di rifiuti; avrebbero così l’opportunità di valutare esattamente le risorse da destinare allo smaltimento (oneroso) e quelle da destinare al recupero (in gran parte remunerativo) dei rifiuti. Sommando a queste il costo del lavoro e quelli generali di gestione, essi avrebbero un quadro chiaro delle risorse necessarie all’espletamento di un ottimo servizio, eliminando, per quanto possibile, gli sprechi e ottimizzando, così, i costi.
Per quei comuni che invece hanno appalti in corso, o che ne hanno assegnato uno da poco, l’intera operazione non sarebbe possibile, per ovvie ragioni; ma parte di essa sì. Per esempio, queste amministrazioni potrebbero chiedere al gestore del servizio di contabilizzare dettagliatamente, per codice cer, l’intera produzione e raccolta dei rifiuti cittadini, acquisendo così cognizione della concreta realtà. Ciò consentirebbe, in primo luogo, di monitorare costantemente l’andamento della raccolta differenziata, e di conoscere questa nel dettaglio (con relativo valore economico). Consentirebbe di dotare i cittadini di conoscenze importanti, ai fini di un loro responsabile comportamento riguardo i rifiuti; e ai cittadini consentirebbe di effettuare un efficace controllo sociale sulla relativa attività gestionale e amministrativa. Consentirebbe di tutelare più efficacemente il territorio, di risparmiare sulla sua manutenzione, di preservarlo sul versante ecologico e quello paesaggistico…
Insomma, nel tempo si potrebbe realizzare, a parità di costi, un sistema che, contemporaneamente: renderebbe chiaro l’intero processo della produzione, raccolta, riuso o smaltimento dei rifiuti; interromperebbe definitivamente il processo d’inquinamento e deturpamento territoriale in corso; permetterebbe alle nostre aziende del settore di svilupparsi adeguatamente; favorirebbe investimenti per la creazione di produzioni industriali per la trasformazione dei rifiuti in “materia prima-seconda”; farebbe di Frosinone una provincia “riciclona”; produrrebbe nuova e buona occupazione.
Un governo regionale vero e partiti seri e preparati per impostare nuove relazioni fra Roma e i territori del Lazio
Assumendo questa ottica, dunque, avremmo un quadro più chiaro e ci avvieremmo alla soluzione di un problema notevole, per il nostro territorio e non solo. Ma approfondendo il ragionamento, potremmo verificare che anche molti altri sarebbero affrontabili con minori difficoltà e migliori strumenti. Sicuramente potremmo meglio impostare le nostre relazioni con la città di Roma e la Regione Lazio, avendo preliminarmente prospettato, la Ciociaria, una propria diversa gestione dei rifiuti e, quindi, avendo precostituito le condizioni per un rapporto tra “pari”, anziché di sudditanza.
Anzi, se tutto questo fosse realizzato, o per lo meno prospettato e progettato, i rapporti potrebbero cambiare radicalmente. Nei confronti di Roma, infatti, data anche la sua perenne condizione di crisi riguardo la gestione dei rifiuti, la Ciociaria si potrebbe porre come possibile soluzione; non facendosi discarica, come loro vorrebbero, ma ponendo energicamente una condizione ineliminabile: che la capitale ci conferisca rifiuti, non immondizia. Nel 2015, la raccolta differenziata romana si aggirava intorno al 35%; un dato ben al di sotto delle prescrizione di legge e della necessità. Di quel 35%, inoltre, ben poco arrivava in Ciociaria (forse la carta); e invece arrivava molto del restante 65% d’immondizia. C’è di ché lamentarsi rumorosamente. Tuttavia, la raccolta differenziata in provincia di Frosinone arriva intorno alle stesse percentuali (quella di Frosinone città è addirittura al 18%); il ché non ci dota certo della credibilità necessaria a pretendere comportamenti virtuosi dagli altri. Ma nella nuova ottica, il più possibile diffusa e condivisa tra i cittadini, gli amministratori, i politici e le forze sociali del territorio, quella credibilità sarebbe conseguibile, e i rapporti con la capitale potrebbero assumere ben altre caratteristiche. Impegnare la Capitale ad uno standard più alto di differenziata e al conferimento di rifiuti in Ciociaria, dopo i necessari investimenti e con opportune sanzioni pecuniarie in caso di mancato rispetto degli standard, potrebbe essere l’inizio di un rapporto nuovo e virtuoso.
Inoltre, acquisita la nuova visuale, potrebbero cambiare anche i rapporti con la Regione Lazio. I suoi attuali rappresentanti usano ripetere, non del tutto a torto, che dalla nostra provincia non arrivano proposte concrete, che in essa non c’è progettualità; perché investirvi?. Quest’argomento, per la verità, è del tutto farlocco; perché se fosse vero che le risorse debbano essere allocate solo dove c’è progettualità e comportamenti virtuosi in essere, sarebbe del tutto ingiustificata quella massa di denaro che la Regione, invece, riversa su Roma; viste le condizioni di Roma. Però, i torti altrui non eliminano i nostri, di cui invece conviene farci carico, per avere uno sguardo diverso sul nostro futuro. E forse converrebbe allora iniziare a riflettere sull’opportunità di chiedere il coinvolgimento diretto della Ciociaria nella definizione di un nuovo piano dei rifiuti, che la veda protagonista sin dalla fase di progettazione. Un piano che preveda precisi impegni e investimenti in loco sulle migliori tecnologie e le migliori pratiche esistenti nel trattamento dei rifiuti, sul coinvolgimento delle aziende ciociare nell’intero ciclo, sugli standard da rispettare e relative sanzioni pecuniarie; sui tempi, i modi e i luoghi di realizzazione… Pensiamo che questo sarebbe un buon operare.
Da un diverso approccio con i rifiuti buone conseguenze per il territorio
Ma con la stessa Regione Lazio si potrebbe avviare un discorso ancora più ampio. Avendo premesso una nuova gestione dei rifiuti sul territorio, tale da essere in grado di preservare se stessa e di dare risposte ottimali anche alle esigenze regionali, la Ciociaria potrebbe iniziare ad alzare la voce sul risanamento territoriale. Le nostre valli e i nostri fiumi, come amaramente sappiamo, hanno raggiunto livelli d’inquinamento pericolosissimi, oltre che deturpanti. È anche questo un problema, forse il più grave. La Regione dovrebbe occuparsene già ora, se non altro per non avere sulla coscienza le migliaia di morti per cancro; ma non lo fa e continua invece a mandarci immondizia. Un risanamento s’impone, ma bisognerebbe prima creare le condizioni per pretenderlo, prospettando di fare della Ciociaria una provincia “riciclona”, per dare potenza e profondità alla sua voce; e per farla tornare ad essere quell’oasi naturale quale era, con la sua ritrovata bellezza, finalmente restituita ai suoi cittadini e ai tanti turisti che vorranno visitarla.
In conclusione (ma il discorso potrebbe continuare all’infinito), noi pensiamo che da un diverso approccio con i rifiuti potrebbe derivare una lunga serie di conseguenze positive per il territorio, tali da ribaltare le condizioni ecologica, paesaggistica, economica, sociale e culturale della Ciociaria; oltre che di toglierla dalla condizione di totale sudditanza rispetto a Roma e alla Regione. È utile ripetere che non mancano le energie e le capacità in loco, e certo non mancherebbero i rifiuti, se non li trasformassimo e non li trasformassero in cosa immonda.
Quel che manca è, invece, la volontà e un progetto condiviso, la coesione, una visione complessiva della nostra terra, la voglia di riscattarsi da una condizione di minorità mortificante. Molte associazioni, in questi anni, hanno provato a far sentire la propria voce a favore di un nuovo modo di rapportarsi col territorio e la natura, con le città e l’arte, con la storia e il futuro. Ma anche quando sono riuscite a coinvolgere molti concittadini, hanno dovuto scontrarsi con la sordità di amministratori e politici distratti o spaesati. Forse è giunto per esse il momento di tornare in campo da protagoniste e pretendere una nuova attenzione e un nuovo inizio. Per la buona vita e la dignità dei cinquecentomila cittadini ciociari.
Frosinone 21 luglio 2016
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