Camerun Merkel Junker 350 260

Camerun Merkel Junker 350 260di Fausto Pellecchia – Commentando a caldo l’esito del referendum nel Regno Unito, mi sono lasciato andare alla cauta speranza in percorso alternativo alla dissoluzione della UE, in forza di uno scatto d’orgoglio che la riportasse sulle tracce degli ideali fondativi del Manifesto di Ventotene.
«È evidente – mi dicevo – che l’UE subalterna alle lobbies finanziarie, ai diktat della troika e del FMI, ha trovato nella Brexit la sua insuperabile pietra d’inciampo. Una Unione monetaria, priva di sovranità politica e di controllo democratico, è un monstrum istituzionale destinato alla catastrofe. L’alternativa che la Brexit ci consegna è quindi assai drastica: o un ritorno agli stati nazionali, con tutti i rischi politici ed economici connessi a questo processo reattivo, oppure una rifondazione dei trattati costitutivi dell’Unione a partire dai compiti e dalle funzioni sovrane dei suoi organismi rappresentativi. Tertium non datur.»

Poco spazio alle ipotesi salvifiche

Ma una più meditata analisi del “leave” inglese e delle reazioni suscitate nei vertici politici del Consiglio europeo, lascia poco spazio a ipotesi salvifiche. Nel trascorso decennio, i campanelli d’allarme hanno risuonato ininterrottamente e invano. Basti pensare alla mancata ratifica referendaria della Costituzione europea in Francia e in Olanda, seguita dal faticoso iter di approvazione del Trattato di Lisbona entrato in vigore soltanto nel 2009. Ma ancora più emblematica è stata la risposta europea al No del referendum greco, promosso da Tsipras esattamente un anno fa, per non soccombere all’austerity sorda e cieca imposta dai creditori. Un intero popolo viene tenuto in ostaggio dalle istituzioni europee che non hanno esitato a intervenire come il braccio armato delle banche e delle lobbies finanziarie. La svendita dei “gioielli di famiglia” a cui è stato costretto Tsipras e il memorandum d’intesa per il gasdotto con la Russia di Putin, firmato il 19 giugno scorso dal ministro Panagiotis Lafazanis, e accompagnato da una prima tranche del prestito russo di un miliardo di dollari, equivale di fatto a una Grexit.
Per quanto riguarda Brexit, al contrario, le compiacenti analisi basate sulle differenze generazionali del voto, si sono dimostrate assai superficiali, se non mistificatorie. Elettori di destra, di sinistra, xenofobi e progressisti, i neo-nazisti anti-immigrazione di Britain First, sostenitori del governo e i suoi oppositori, con circa un milione di scarto pari al 52%, ha deciso per la Brexit. Sui 389 centri locali, quelli che hanno voluto l’uscita dall’UE superano di oltre il doppio quelli che hanno votato in maggioranza per restare. A ben guardare la mappa del voto, in tutta la Gran Bretagna, fatta eccezione per la Scozia, l’Irlanda del Nord e la città di Londra, si è votato Brexit. Il “giocattolo” politico usato dal premier David Cameron per anni, al fine di ottenere concessioni dall’Europa – concessioni ottenute lo scorso febbraio – si è rivelato un mostro capace di disintegrare lo stesso Regno Unito. Non è bastata l’onda di indignazione seguita all’assassinio della laburista Jo Cox da parte di un folle che gridava “Britain First”, a cambiare l’esisto del referendum. Ha votato “Leave” perfino il Galles che riceve ingenti fondi comunitari (ora sospesi) e che i pronostici davano orientato per il “Remain”. A cosa si deve questo esito? Quali sono i motivi profondi che assicurano ai nazionalisti di Farage l’egemonia culturale nell’attuale processo politico? Si è voluto rimuovere il fatto che, fuori da Londra, capitale della finanza e culla dell’establishment – dove il costo della vita è altissimo e dove i magnati russi e sauditi comprano ogni giorno nuovi palazzi – fuori dalla bolla finanziaria che avvolge la City, c’è la realtà di un paese stremato dalla crisi e dalla disoccupazione, nel quale il welfare e i servizi ospedalieri sono stati colpiti dai tagli imposti dal governo negli anni passati. Anche Il Labour, che pure con Jeremy Corbyn aveva guadagnato nuovi consensi, specialmente fra i giovani, ha perso il controllo dei suoi elettori. I reportage degli ultimi giorni mostravano intere città roccaforti della sinistra, stroncate dalla crisi, in cui i cittadini votavano in massa per l’uscita. Il terreno di coltura della destra nazionalista è costituito, infatti, dalla sfiducia crescente nei confronti dei partiti, al governo come all’opposizione. E il referendum è stato colto come una ghiotta occasione per indirizzare una sorda protesta contro l’establishment e contro i partiti che non sono stati capaci di proteggere i redditi e il lavoro dei cittadini. David Cameron lascia il partito dei Tories spaccato, mentre il Labour di Corbyn vive in permanente stato confusionale.

Il voto è principalmente contro l’establishment dell’Unione Europea
Ma la protesta antipolitica esibita dal Brexit, oltre che ai partiti inglesi, si rivolge principalmente contro l’establishment dell’Unione Europea, un sistema ormai largamente percepito come una lobby di tecnocrati funzionale esclusivamente agli interessi delle banche e delle multinazionali, e indefinitamente sottratta al controllo democratico degli elettori. È la stessa euro-burocrazia che, attraverso le istituzioni europee, impone le riforme del lavoro ai paesi mediterranei, sacrificando diritti e tutele; la stessa che ha ucciso la Grecia con un’austerity durissima, che approva il TTIP, e che si è mostrata incapace di gestire l’emergenza rifugiati. Infatti, nonostante l’importanza delle questioni economiche, il dibattito pubblico inglese è stato largamente dominato dal ‘problema dell’immigrazione’: come evitare che lavoratori polacchi e sloveni rubino il lavoro agli inglesi, come impedire che giovani italiani e spagnoli continuino a usufruire del benefit che non spetterebbero loro e, soprattutto, come fermare l’accoglienza dei rifugiati.
D’altra parte, la recente proposta della BCE di Mario Draghi di una svalutazione salariale per proteggere l’euro con un aggiustamento al ribasso degli stipendi del 2% rischia di versare benzina sul fuoco che già divampa a seguito della Brexit. L’Unione europea si confermerebbe infatti come il centro del problema dell’impoverimento, della disoccupazione, della precarizzazione e della mancanza di diritti sul lavoro.
Anche in Italia, il dibattito attuale sulle sorti dell’Unione appare schiacciato sul falso problema della divisione tra sovranisti-statalisti e (presunti) cosmopoliti europeisti. Questo dualismo non aiuta la costruzione di alternative democratiche al progetto neoliberale dell’Unione Europea, e, non riuscendo a mantenere un precario status quo, volge verso la destrutturazione e lo smantellamento delle garanzie e delle tutele sociali. I migranti europei che vivono nel Regno Unito hanno perso e perderanno diritti, così come i rifugiati, i lavoratori inglesi, i lavoratori mediterranei. Da qui si deve ripartire: diritti per tutti, e non sulla base della nazionalità, europea o meno, perché altrimenti la crisi che non ha cessato di devastare le società europee spinge comunque verso temibili semplificazioni autoritarie.

 
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