di Noemi Compagnoni – Una commovente serata, quella del 28 maggio 2016, un nutrito gruppo di cittadini ed iscritti all’A.N.P.I. hanno partecipato alla piccola iniziativa organizzata per rendere omaggio a Luigi Mastrogiacomo, in occasione del 54° anniversario dalla sua morte. Tra i presenti ho avuto il privilegio di accogliere Felicia, sua figlia.
Luigi Mastrogiacomo fu ucciso il 28 maggio di 54 anni fa, durante un atto di repressione delle forze dell’ordine, erano in corso proteste per la rivendicazione dei diritti, dopo un decennio di soprusi, nonostante la presenza sindacale, ignorata dal “padrone”. Era un operaio del saponificio “Annunziata S.P.A.”, posizione lavorativa che solo un anno prima della sua morte aveva ritenuto, assieme a sua moglie, migliore rispetto al precedente impiego come operaio edile a Roma, che lo costringeva ad essere pendolare. Aveva 44 anni, una moglie: Francesca e due figlie: Fabrizia e Felicia; quella sera, come ogni sera da quando erano in sciopero, si recava sul posto di lavoro dove i suoi compagni e colleghi presidiavano i cancelli della fabbrica, dopo aver lavorato tutto il giorno nei campi con sua moglie. Per comprendere quali e quanto scomode furono le vicende che portarono alla scrittura di una delle pagine più tristi della nostra città, si deve tornare indietro di circa un decennio, fino al 1953, quando per la prima volta e non senza ostacoli, il sindacato riuscì ad entrare in fabbrica, ad informare e a formare gli operai su quali fossero i loro diritti, garantiti dalla legge, non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto per quanto riguardava la loro dignità di persone, ancor prima di essere operai e forza lavoro. Primo riscontro sintomatico di quanto desse fastidio la presenza sindacale fu il licenziamento in tronco di 11 dipendenti, 8 dei quali con famiglia a carico, tutti impegnati nell’azione sindacale. L’impatto fu forte, ma gli operai non si arresero e protestarono, la presenza sindacale garantiva loro il sussidio opportuno, ma imponeva alla direzione aziendale di rigare dritto, e questo era scomodo, proprio perché di rigare dritto non se ne aveva intenzione, e sicuramente dei dipendenti incapaci di difendersi, senza mezzi, senza sostegno morale e legale sarebbe stato un dipendente, ma diciamo pure un “servo” facilmente domabile.
Attraverso queste ed altre vicissitudini relative al 1953 ci ha accompagnati Alessandra Tomassi, nipote di Benedetto Tomassi, uno degli 11 licenziati ingiustamente, che ha letto un estratto de “La rappresaglia”, un paragrafo del libro “Ceccano con gli operai del saponificio” di Angelino Loffredi e Lucia Fabi
Dallo scenario che si configurava nel 1953 tra una lotta sindacale, uno sciopero, una promessa disattesa, una nuova imposizione sindacale,
una concessione mai realizzata, trascorrono gli anni, e quasi un decennio dopo, nel 1962, si giunge al collasso degli equilibri: gli operai non ci stanno, sono coscienti di essere la forza motrice di quello stabilimento, sanno di rappresentare la ricchezza del “padrone” e con un secondo sciopero tentano il tutto per tutto, vogliono riconosciuti i loro diritti! Il sindacato li sostiene, la popolazione tutta è con loro e non si lascia intimidire dalla repressione delle forze dell’ordine. Un mercoledì mattina i titolari di banchi si recano al mercato cittadino, ma non aprono le loro bancarelle, né i commercianti alzano le saracinesche: è paralisi, tutta la città si ferma per sostenere pacificamente le lotte operaie. E’ in tutto questo trambusto che le forze dell’ordine vennero incaricate di reprimere le folle, caricare, sparare… Le forze dell’ordine spararono, e il 28 maggio 1962 colpirono; un padre, un marito, onesto lavoratore di soli 44 anni perse la vita in una lotta impari, durante quello che oggi chiameremmo semplicemente “abuso di potere”.
La testimonianza di ciò che avvenne in quella sera di primavera ci è stata letta da Francesco Del Brocco, un giovanissimo ceccanese che ha prestato la voce a ” Le forze dell’ordine sparano” anch’esso estratto da “Ceccano con gli operai del saponificio” di Fabi e Loffredi.
In tanta commozione ho lasciato la parola a Maurizio Cerroni, che nel 2001 da sindaco, inaugurò il monumento a Luigi Mastrogiacomo; Maurizio si è limitato ad un saluto a tutti coloro che sono intervenuti, ci ha raccontato come la sua storia si sia un po’ intrecciata a quella degli eredi di Mastrogiacomo, e precisando più volte che, nella grande umiltà di una famiglia lavoratrice, non avevano mai avuto nulla a che pretendere, né dalle Amministrazioni né tanto meno dal Cavalier Annunziata.
Prima dei saluti finali la parola è passata al presidente provinciale di A.N.P.I. Giovanni Morsillo, che in un breve intervento ha sottolineato l’importanza della memoria: non dimentichiamo quello che fu, per non rischiare di far accadere di nuovo l’irreparabile; i Luigi Mastrogiacomo in Italia, in quel periodo storico furono molti, le forze dell’ordine covavano al loro interno i residui delle milizie del secondo conflitto mondiale, non era difficile che succedesse quanto è accaduto, l’abuso del potere che un’arma conferiva loro li faceva sentire ancora più forti rispetto ai poveri dimostranti, e ne approfittavano.
Ci siamo infine lasciati con una promessa fatta a noi stessi: non dimenticare, mai.
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