di Fausto Pellecchia – So bene che l’autocitazione costituisce un’insopportabile civetteria, quasi il corpo del reato per l’accusa di narcisismo compulsivo. Ma per una volta correrò il rischio di abusare dell’indulgenza del lettore.
Qualche settimana fa, a proposito delle numerose autocandidature che stanno scaldando i motori nell’imminenza del voto amministrativo nella mia città – per lo più svincolate da ogni mandato di schieramento o di partito, spavaldamente agganciate all’estemporaneità di inedite e policrome liste civiche, tutte opportunamente affrancate anche dalla noiosa incombenza di presentare programmi minimamente credibili- avevo tirato fuori la metafora della pubblicità commerciale.
«Finalmente – scrivevo – l’enfatico autocompiacimento contenuto nell’espressione “metterci la faccia” ha tradito il suo significato derisorio. Non rinvia più alla capacità di assumersi le responsabilità in prima persona, quanto piuttosto al suo trito significato letterale, e cioè alle facce dei candidati che campeggiano in primo piano e in perfetta solitudine, senza alcun riferimento a simboli o loghi di partito. Quasi come in una stravagante campagna pubblicitaria, nella quale il prodotto da reclamizzare è stato inopinatamente dimenticato o fatto sparire, semplicemente perché coincide con il volto del suo testimonial»
Rispetto per l’audacia, almeno…
E tuttavia, a ripensarci, anche le autocandidature meritano almeno il rispetto che si deve all’audacia e alla determinazione di chi, pur non offrendo ai suoi concittadini un concreto progetto di città, ha deciso tuttavia di scommettere su sé stesso, sul proprio appeal (sulla propria simpatia o telegenia?), ovvero semplicemente sulla supposta attrattiva del proprio narcisismo (che, sempre, tradisce l’ostinazione della propria brama di potere).
Del tutto diverso è invece il percorso dei capilista, e ancor più dei faccendieri e dei galoppini procacciatori di voti, tutti alle prese con l’angoscioso dubbio circa l’identità del cavallo vincente, sul cui carro in corsa occorrerebbe saltare, con giusta scelta di tempo (per ottenere il massimo “ritorno” in termini di riconoscimenti e prebende personali). Per tutti questi infaticabili operatori della “raccolta differenziata del consenso” resta da sciogliere il nodo della scelta del candidato sindaco, identificando il personaggio che appaia dotato delle maggiori chances di vittoria. Per illustrare la loro angosciosa incertezza dinanzi all’inopinato proliferare delle autocandidature, non c’è nulla di meglio della celebre analogia con la quale John Maynard Keynes illustrava il meccanismo dei mercati finanziari. In Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, il grande teorico britannico paragona l’azione degli agenti del mercato azionario a quella che si realizzerebbe in occasione di un immaginario concorso per l’elezione della miss, indetto da un giornale di grande tiratura. Si immagina che ai partecipanti del concorso venga chiesto di scegliere le sei donne “più belle” da un insieme di fotografie. Le persone che avessero scelto la faccia di maggior gradimento, cioè quella più votata dal totale dei partecipanti, avrebbero potuto vincere un premio.
“Scegliere le 6 facce più belle”
Mentre la strategia più ingenua, osserva Keynes, suggerirebbe ad ogni partecipante di scegliere le sei facce da lui considerate più belle, la strategia più astuta sarebbe invece quella di indirizzare la scelta su tutt’altro criterio. Per massimizzare le possibilità di vincere il premio, bisognerebbe prima pensare a qual è l’idea di bellezza della maggioranza dei lettori del giornale in questione, e quindi fare una scelta basata su un’inferenza della propria conoscenza della percezione comune. Ma questa strategia può (e in un certo senso, dovrebbe) essere replicata all’infinito: poiché infatti anche gli altri partecipanti faranno le proprie scelte, non in base ai propri gusti ma in base alla presunzione della percezione collettiva della bellezza, anche la loro scelta si indirizzerà non verso quelle che essi riterranno le donne più belle, ma verso quelle che ipoteticamente soddisfano di più i gusti degli altri. Pertanto, conclude Keynes, «non è il caso di scegliere quelle [facce] che, secondo il proprio miglior giudizio, siano veramente le più belle e nemmeno quelle che l’opinione media pensi che siano le più belle. Abbiamo raggiunto il terzo grado dove impieghiamo la nostra intelligenza per anticipare quella che è l’opinione media intorno a ciò che dovrebbe essere l’opinione media. E ci sono alcuni, credo, che praticano il quarto, il quinto ed ulteriori passi [di questo ragionamento]» .
Questa analogia, introdotta per spiegare la variazione dei valori di borsa, si adatta perfettamente anche al meccanismo di formazione delle aggregazioni di liste attorno ai candidati sindaci. Il faccendiere-galoppino più abile ed esperto non opta per il candidato che giudica migliore, e neppure per quello che, a suo parere, incontra di più le preferenze dell’opinione media, ma per quel candidato che, a suo parere, rappresenta ciò che l’opinione media suppone che sia più attraente per l’opinione media; e così via all’infinito.
Perciò, con ogni probabilità, le elezioni amministrative (e politiche) avranno sempre più a che fare con le stesse degenerazioni del mercato azionario: il mercato elettorale sarà invaso da candidati-derivati e da candidati-futures o subprime, tra i quali si infiltreranno sempre più agevolmente candidati-tossici. Ed è proprio questa, forse, una delle ragioni più evidenti dell’attuale bancarotta della democrazia, nella quale, peraltro, sembra materializzarsi l’infausta prognosi che ne aveva decretato la Politeia di Platone già all’inizio della sua storia.
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