di Ivano Alteri – Era partita alla chetichella, nella distrazione generale, sulla spinta della sola disperazione, ad opera di uno sparuto gruppetto di uomini e donne disoccupati, misconosciuta dalla quasi totalità dei mezzi d’informazione (fatta eccezione per unoetre.it e l’Inchiesta); ma ora, a riprova che la lotta tenace dà sempre i suoi frutti, la Vertenza Frusinate è al centro della discussione politica sul territorio provinciale e non solo.
Essa ha innanzitutto il merito preziosissimo di aver tratto dalla solitudine gli oltre centotrentamila disoccupati ciociari, più gli altri ultra precari loro compagni di disperazione. Tutti insieme costituivano una massa crescente di invisibili, scientemente relegati nel ghetto gelido delle statistiche, per tenere lontane dai nostri occhi le condizioni di un’umanità negletta: i poveri, si sa, fanno sempre una certa impressione. Ora non è più così; ora quella emarginazione sociale non è più marginalità politica: ora il panorama è deturpato dalla povertà che avanza e le coscienze devono fare i conti con se stesse. Non solo quelle di politici e amministratori, ma di tutti noi. È un risultato politico di grande rilevanza, che produrrà cambiamenti visibili nella cultura e nelle condizioni materiali di tutti noi nei prossimi mesi e anni.
Ma se ci limitassimo a considerare le azioni di quegli uomini e donne come mero fenomeno socio-politico, spersonalizzato, quasi extra umano, non coglieremmo tutto il senso che esse contengono, e tutti loro resterebbero in gran parte ancora degli invisibili agli occhi dei più. Occorre invece calarsi nella loro condizione, e tentare di sentirne le pene e le speranze; di cogliere e assaporare con ogni senso l’attimo in cui le volontà loro si ergono dalla prostrazione e dall’umiliazione, per rivendicare il diritto ad esserci, ed esserci con dignità; per provare a cogliere la prima radice del loro coraggio e comprendere ogni sua più recondita e incredibile ragione. Per capire fine in fondo, insieme a loro, cosa davvero voglia dire sentirsi parte di quella lotta antica per l’emancipazione dal bisogno, che si rinnova ogni volta con sempre maggiore determinazione e consapevolezza; sentirsi parte di quel moto, sovrastante le singole volontà individuali, che indica ad esse la giusta direzione, travalicando spazio e tempo.
Perché essi sono uomini e donne, con una vita vera, con affetti, bisogni, desideri e speranze; ma anche paure, debolezze, incertezze, responsabilità familiari e tanto bisogno di sentirsi accettati e compresi. Loro sanno di non esserlo sempre, che molti preferirebbero vederli impegnare il loro tempo nella pietosa ricerca di una qualche spicciolo; loro sanno che se tutto andrà secondo i piani sarà merito di molti, ma se qualcosa andasse storto sarebbe responsabilità soltanto loro. E sotto il peso di questo macigno sembra di vederli rigirarsi ansiosi nel letto, nelle lunghe e tormentose notti insonni; trattenere una lacrima al desiderio inesaudibile di un figlio, che già di suo ne ha repressi tanti; forzare le labbra in un amaro sorriso al consorte, per tentare di sollevargli lo spirito e continuare, insieme, ad andare avanti nonostante tutto.
Ecco, vista anche così, si capisce meglio che la Vertenza Frusinate non è solo rivendicazione di occupazione purchessia o di un reddito di sopravvivenza. Essa è un immenso atto di coraggio; è la segnalazione a tutti noi che è stato oltrepassato il “limite” al di sotto del quale la civiltà non è più civiltà, l’umano non è più umano. Ed è un limite che riguarda anche noi tutti; tanto che sembra di sentirli dire, parafrasando Camus: “Io lotto, quindi siamo!”.
Verrebbe quasi da ringraziare la povertà, che spesso imprigiona, per essere a volte capace di sprigionare così grandi spiriti.
Frosinone 8 febbraio 2016
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