di Ivano Alteri – Santo Padre,
ci annoveriamo personalmente tra coloro che i Vostri illustri predecessori, Giovanni XXIII e Paolo VI, chiamavano Uomini di Buona Volontà o del Buon Volere; e ce ne sentiamo onorati. Siamo non credenti, animati tuttavia dall’amore per quegli ultimi che, per la prima volta con Gesù di Nazaret, sono assurti al cuore stesso della Divinità, e di cui la Chiesa ha fatto la sua prima e più profonda radice. Useremo il noi per dire del nostro desiderio di rappresentare i sentimenti, le ragioni, le speranze dei tanti nostri simili che vivono gli stessi gravi disagi, materiali e morali, del tempo che ci è dato vivere; ma che potrebbe anche rivelarsi soltanto un vezzo, o un modo per non sentirci soli e darci coraggio.
Abbiamo lottato e lottiamo, mai a sufficienza ma come meglio sappiamo fare, contro le ingiustizie e le disuguaglianze che imperversano per il mondo; e non sapremmo come farne a meno. Ma oggi ci ritroviamo smarriti, dispersi, impotenti, derisi in questa selva oscura di egoismi e arida materialità, corruzione di teste e tasche, dissolvimento di comunità e solitudine; come se tutto fosse stato vano. In questa diaspora disperante, le nostre parole e azioni diventano, ai nostri occhi, viepiù ininfluenti e velleitarie; la nostra volontà vacilla; la nostra coscienza ci ritorce contro il torto che pensavamo di combattere, attribuendoci una colpa per la quale non sapremmo neanche a chi chiedere perdono.
Ci sentiamo traditi
Ci sentiamo traditi. Chi guidava la nostra gente qui da noi ha abbandonato la via della Giustizia che avevamo scelto di percorrere insieme, come se fosse invece solo sua. Ad uno dei tanti crocicchi che la storia ci ha posto di fronte, ha proditoriamente preferito la strada larga e lungamente battuta, al sentiero scosceso e sconosciuto che stavamo percorrendo. Se per viltà, rassegnazione, bieco interesse o insipienza, non sapremmo dire; ma ci ha condotti fin qui, forse con l’inganno, in questa landa desolata, dove sembra non volere attecchire più alcuna speranza.
Ha così abiurato l’idea di giustizia che abbiamo seguito in milioni, che per la prima volta ha portato quelli come noi a “fare la storia”, ad essere cittadini da rispettare, anziché plebaglia da calpestare quale eravamo. Ci chiamavamo “comunisti”; ma lui ha abiurato anche il nome. Ora quella parola viene usata contro di Voi, come un’accusa infamante e definitiva; ma noi l’abbiamo “indossata” orgogliosamente, come il vestito buono della festa, che lui, e non noi, ha ridotto in stracci.
Secondo la moda del tempo, ha vagheggiato in ultimo di “morte delle ideologie”, a sua giustificazione e quale titolo del suo nuovo e minuscolo manifesto; non considerando, o non volendo considerare, però, che di ideologie, in realtà, stava morendo solo la sua, la nostra; anche per sua mano. Così, mentre di questa si liberava come di un fardello di cui non riusciva più a sostenere il peso, si caricava in spalla l’altra, l’antagonista, che insieme avevamo combattuto, e che continua a seminare miseria e disperazione; ora più che mai e anche per opera sua.
I “briganti” sopraffattori da cui doveva difenderci sembrano ora diventati suoi amici; o almeno così lui spera. Il suo anelito di giustizia è svanito, spazzato via da una prammatica vuota e pretenziosa, da un presunto realismo che nulla concede al divenire, da una materialità che rende ciechi ad ogni altra luce. La Giustizia non è più la sua bandiera; i suoi motti non ne cantano più le lodi; i suoi gesti l’allontanano con ostentata noia. Ci invita ancora a seguirlo, perseverando nell’inganno; ma noi non siamo più disposti a farlo, poiché non seguivamo lui, bensì la direzione della Giustizia che lui ci indicava e che ora ha abbandonato. Ed è questa che vorremmo continuare a seguire ancora; anche adesso che, al Vostro richiamo, dopo tanto vagare sembra volgere i passi verso casa.
Non siamo pentiti
Noi non siamo pentiti, Santo Padre (almeno non di questo); noi non abiuriamo. Non ignoriamo, certo, tutto il male compiuto in nome di quell’idea anche nostra; non ignoriamo le sue debolezze intrinseche, la sua presunzione, la sua incompiuta conoscenza dell’uomo, le sue deformazioni e mostruosità. Ma pensiamo che tutto quel male, o gran parte di esso, non sia avvenuto a compimento dell’idea, bensì a causa del suo tradimento; che, se il comunismo così come assurto alla storia è stato da essa giustamente confutato, non lo sono state però le sue ragioni, né lo spirito comunitario che avevano a premessa; che, se le risposte da esso fornite si sono rivelate mortifere, le domande sono invece rimaste intonse, vive e prolifiche; che, se fosse per le morti e le sofferenze umane disseminate nella storia dalle idee degli uomini, l’intero mondo dovrebbe restar muto. Questo pensiamo, e non ne siamo pentiti.
Ci pesa come un macigno, però, il severo giudizio espresso nei nostri confronti dalla Chiesa nel secolo scorso, quando scagliò la sua “scomunica” contro tutti noi, indiscriminatamente. Consideriamo sommamente ingiusto quell’anatema, poiché ha tramutato il nostro anelito di giustizia in oltraggio contro l’uomo e contro Dio; poiché non spiega quale sia stato e quale sia il nostro torto né quale possa essere la nostra espiazione. E, innanzitutto, poiché non spiega cosa o chi voglia davvero colpire, del comunismo: se i crimini, l’eresia, o proprio la storica lotta di liberazione che ha suscitato; se i criminali, gli eretici, o proprio quegli oppressi che tentavano di liberarsi (non esclusa buona parte dello stesso “popolo di Dio”). Non possiamo nasconderVi, perciò, che una Vostra parola in proposito ci sarebbe di gran conforto.
Affanni a cui Voi state ridando fiato e voce
Ma quest’ultimo, Santo Padre, è forse un cruccio soltanto nostro, che non coinvolge affatto il gran numero di uomini e donne di buona volontà o del buon volere – che come noi non credono, ma comunisti non lo sono stati mai – anch’essi ancora determinati a non arrendersi all’evidenza di un mondo di sopraffatti e sopraffattori. Quelle tante domande senza risposta, tuttavia, nel tempo hanno eretto muri e abbattuto ponti anche nelle coscienze loro e di molti altri oppressi consapevoli; relegandoli al di qua della fede e della stessa fiducia nella Chiesa; molto al di qua di quella “soglia della speranza” che la Chiesa, nondimeno, invitava a oltrepassare.
Insieme siamo afflitti dagli stessi affanni, a cui Voi, oggi, state finalmente ridando fiato e voce. Insieme aneliamo la ricostruzione di una comunità futura, costruita su basi nuove e più avanzate; capace di produrre gesti gentili e gratuità, forti individualità e possente senso comunitario; capace di farsi luogo eletto per la libera espressione della natura umana. E tutti insieme pensiamo che per fare ciò si debba liberare la forza del Lavoro, costretto a vivere in soggezione e povertà, mentre produce immense ricchezze per tutti; la forza delle Famiglie, quelle fondate sul matrimonio e le altre, affinché possano tutte insieme svolgere al meglio la funzione di “cellula fondamentale della comunità”; la forza della Donna, che da creatrice di nuova vita è assurta all’amarissimo titolo di primo essere umano sopraffatto della storia.
Ma l’anelito si svigorisce e la diaspora ci fa sentire inermi; tanto che peggio non potevamo temere. Cosicché tutti insieme ci chiediamo, con comprensibile rammarico e smarrimento: abbiamo ancora la forza, il coraggio e le ragioni per lottare? Sappiamo ancora come fare? E adesso che la Giustizia torna a casa, a noi cosa potrà mai rimanere? E, lì tornata, vi resterà di nuovo immota, inetta alla storia, nel chiuso degli altari e delle sacrestie, o tornerà a correre il mondo, più e meglio di prima, sotto la miglior guida di una Chiesa “esperta in umanità”?
E la Chiesa, casa di quel Dio che si è fatto Storia, quale spazio riserverà a quella degli uomini e donne di buona volontà o del buon volere?
Frosinone 8 dicembre 2015