di Antonella Necci – E le stelle stanno a guardare. Il titolo parla chiaro. Lo Stadio Matusa, per collocazione sito in zona edificata, permette a chi abita in zona limitrofa e su piani alti, di assistere alle partite del Frosinone Calcio, di tifare e maledire i mancati rigori, così come è successo ieri e di piangere amare lacrime nel vedere la propria squadra perdere. Il tutto comodamente seduti sul terrazzino di casa.
Non avrei mai pensato, io romanista e romana, di dover scrivere un articolo sul Frosinone. Per il passaggio dalla serie B alla serie A mi era stato richiesto un articolo, che io ho pensato bene di evitare. Ho sfottuto a dovere la collega di Monte San Giovanni Campano che prendeva in giro Garcia e le sue battute sulle inesistenti difficoltà che la Roma avrebbe incontrato nell’affrontare i padroni di casa del Matusa. Poi, però, le quattro chiacchiere tra colleghi (di scuola ndr) mi hanno fatto riflettere.
Si parlava, qualche giorno fa, di integratori per intensificare la resistenza agli sforzi fisici. Il collega di educazione fisica ha smontato ad uno ad uno tutti i miei ideali sportivi. È partito illustrando ciò che i giocatori della Juventus riescono a fare a fine campionato. Ha fatto l’esempio di un certo Chiellini che nell’ultima partita è addirittura riuscito, in un minuto, a fare due volte il giro della metà campo. Ha concluso con uno scettico” e secondo te, a fine campionato, uno sportivo, sia pure un campione, riuscirebbe a fare tutto ciò se non assumesse le sostanze appropriate?” Mi ha guardato con aria compassionevole. Si, avevo risposto. Mi sono sentita come la fanciulla del West. Il giro di affari stratosferico che verte attorno al calcio, soprattutto quello di serie A, non permette che i campioni siano stanchi. Che perdano colpi. Che sentano la fatica. “E allora il Frosinone?” Ho chiesto all’improvviso.
“Ecco perché perde in continuazione. Si vede che i giocatori non assumono certe sostanze.” Mia inevitabile conclusione, da strenua sostenitrice del Fair Play. Altro sguardo di commiserazione. Stavolta mi sono sentita come una scolaretta al suo primo giorno di prima elementare quando la ma
estra, tra tanti, ha beccato proprio me per andare alla lavagna. Per farla breve, pare che il Frosinone Calcio non ha lo stesso giro di affari degli altri club di serie A, e nemmeno un numero di tesserati di tutto rispetto. Pertanto, sia pur assumendo integratori che potenziano la resistenza fisica, possiede giocatori più “puliti” rispetto ad altre squadre. Nella mia testa ho pensato che allora la squadra è ancora composta da calciatori ruspanti, che magari al posto di simili sostanze, usano mezzi più consoni a quello che si dovrebbe chiamare Sport. Ma non ho detto nulla, impaurita dall’aria sostenuta e saccente del collega.
Dunque se il Frosinone Calcio gioca ancora nel Matusa, e se il Nuovo Casaleno sembra lo stadio dei lavori in corso, forse la colpa non è solo di Ottaviani. Ragionando per deduzioni e analizzando il gioco che si vede sui campi di serie A, se davvero certi espedienti sono comuni come assumere un cappuccino e un cornetto al bar dell’angolo, allora non c’è da meravigliarsi se squadre ” piccole” e “meno privilegiate” faticano sui campi da gioco. Una domanda però nasce spontanea:”Ma se questo si chiama sport, mettere a repentaglio le vite di tanti giovani solo per un pugno di dollari, come si chiama?”
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