studentesse 350 260

studentesse 350 260di Nadeia De Gasperis – Da piccola vivevo con la stessa sacralità la processione Santa che ci conduceva da Sora a Isola del Liri, nel giorno della festa dei lavoratori, accanto agli operai, con mamma e papà che mi tenevano per mano, e il maggio del “fioretto” alla Madonna di Valleradice, per mano dei miei nonni Vincenzo e Michelina. L’allestimento dei fiori alla madonna di Costantinopoli, della mia nonna sagrestana, seguiva lo stesso meticoloso rituale sacro della preparazione di una manifestazione per “opera” della mia mamma, giovane studentessa. Due uomini con la barba, nel mio immaginario, non concorrevano ma manifestavano la stessa intenzione di occuparsi delle donne e degli uomini nella dottrina che predicava la stratificazione sociale egualitaria.
Da femmina quale ero, sebbene mia madre non mi comprasse le gonnelline, quando indossai la prima minigonna, in età scolare, verde a pois bianchi sopra il ginocchio, mi valse un rimbrotto violento della suora che mia accompagnava alla prima confessione. Dovetti indossare una maglia lunga di mia nonna che mi copriva fino ai piedi le vergogne.

A recuperare al bigottismo toccava sempre a quella pasionaria di mia madre, come alle abominevoli considerazioni di esegesi biblica che le ragazze “grandi” mi propinavano sulla sessualità delle donne. Così ricordo un giorno, accanto a lei nel suo lettone, a sollevarmi dal terrore dell’inesorabile destino che stravolgeva le vite delle donne all’arrivo dei “parenti americani”. Prima di quel giorno, preoccupata, avevo chiesto delucidazione in merito, a mia nonna, che mi aveva somministrato una potente dose di sonnifera pudicizia cattolica nel benevolo tentativo di edulcorare la verità: non dovevo preoccuparmi, perchè il sangue sarebbe venuto fuori dalle orecchie.

“Le cose mie” quando arrivavano, non potevi toccare le piante perchè investita del potere di ammosciarle. Ma io, facendomi forte dei discorsi progressisti di mia madre, andavo toccando le piante di tutti, per dimostrare la mia “innocenza originale”. La stima dei miei genitori, le dimostrazioni di mio padre, con mele e arance nel senso di rivoluzione degli astri, i discorsi rivoluzionari attorno al senso delle cose dei miei genitori, mi incoraggiavano a sognare sul mio futuro di giornalista, scienziata, maestra o qualunque cosa avessi voluto sognarmi, nella volitiva volubilità della mia tenera età. Anche mentre succhiavo l’ostia, con il senso di colpa di non sapere cosa altro pensare, sognavo il mio futuro. Ma con le amiche mi premevo sui polsi per sapere quanti figli il destino aveva in cantiere per me, con i boccioli di papavero, quanti sarebbero stati femmine e quanti maschi. Vogliamo anche le rose, recitava il titolo di un docu-film sulla nascita del femminismo. Vogliamo anche i papaveri rosa, e quelli rossi della nostra personale resistenza, e quelli rossi della resistenza di tutte le donne, che “R_esistenza è un sostantivo nuovo, che parla di esistenze che rinascono, che si rigenerano, che resistono, che ricuciono le situazioni inasprite dagli uomini.

Se tutto va bene dovremo attendere il 2095, ci riferiscono i dati Istat, per assitere al miracolo di una parità di genere nel campo lavorativo, ma neppure io, forte dell’ indottrinamento della religione cattolica e di quella comunista, riuscirei a essere così ottimista, perchè purtroppo la politica di elemosina che mette ai vertici ammistratori delegati donna, ministri donna, nel ruffiano tentativo di imbonirci, ma “trascura” di elaborare una vera politica delle pari opportunità, non pianifica certo una puntuale e duratura programmazione delle azioni da indirizzare alla parificazione dei diritti tra uomini e donne. Bisogna quotare in rosa le misure tese ad annullare il differenziale retributivo tra uomini e donne a parità di lavoro, garantire gli stessi di dirittti, garantire l’alfabetizzazione, e non scalpellare a caratteri di propaganda i cartelli elettorali degli spot di un momento. Ma magari a bruciare è la coda di paglia delle Giovanna d’arco che è in me, quando ci si rivolge a una donna che talvolta, persino è più in gamba di un uomo (cit. Presidente del Consiglio), quando persino talvolta l’uomo più illuminato ci chiede cosa facciamo nella vita con la stessa indulgenza che si rivolge a una bambina e ai suoi giochi preferiti, con quelle esclamazioni che ci accarezzano la testa… “ma che brava”, “hai visto “.

Vogliamo anche le rose, e i papaveri rosa, e quelli rossi, così, tanto per toccare con un fiore un argomento molto delicato.

 

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Di Nadeia De Gasperis

Nadeia De Gasperis, nata a Sora (Fr) il 10 agosto del 1977. Dopo aver frequentato il liceo scientifico Leonardo Da Vinci di Sora, nel 1996, si iscrive alla facoltà di Scienze Ambientali presso l'Università degli studi dell'Aquila, dove lavora come borsista, presso la biblioteca della Facoltà di Scienze. Dopo gli studi, collabora come docente nel campo della formazione destinata ai professionisti. Dal 2009 inizia la collaborazione con la rivista di fotografia documentaristica Rearviewmirror, un magazine di reportage documentaristico edito da Postcart, dove collabora alla cura dei testi e dell'archivio. Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE Rearviewmirror

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