di Antonella Necci – Giovanni Scattone ha annunciato le sue dimissioni da docente presso l’istituto professionale Einaudi di Roma.
Azione lecita.
Nonostante la sentenza non gli negasse la possibilità di ritornare ad insegnare, il contatto con adolescenti e i possibili inadeguati comportamenti coercitivi nei confronti di menti giovani ed influenzabili può sempre essere in agguato. Tanto più che il docente avrebbe dovuto insegnare una materia che implica un costante contatto con gli alunni che, si sa, è proprio a quell’età che manifestano i proprio dubbi e le proprie insicurezze. Quale docente di Psicologia, Scattone si sarebbe trovato ad ascoltare confidenze e problemi che gli adolescenti, suoi alunni e non, gli avrebbero riversato addosso, nella vana speranza di trovare quel qualcuno, diverso dai genitori poco accorti e poco partecipi, che li ascolti, li consigli, li aiuti.
Nell’articolo pubblicato oggi da Repubblica, l’avvocato difensore ci tiene a segnalare che Scattone ha alle spalle dieci anni di precariato, quasi a voler rispondere ai dubbi da me sollevati, in un precedente articolo, sulla legittimità di un passaggio in ruolo così privilegiato.
Ma il punto secondo me è un altro. E che Scattone, insieme al suo difensore, si ostinano a non comprendere.
Il problema risiede nella tipologia del reato. Scattone, con la sua laurea, potrebbe tranquillamente esercitare la professione di avvocato presso qualche studio legale. Potrebbe approfondire i suoi studi magari diventando notaio. Perché si ostina a voler riprendere una professione che, da regolamento, necessita di una fedina penale immacolata? O l’iscrizione al casellario giudiziario è un documento che a lui non è stato richiesto all’atto della nomina in ruolo?
Certo, per chi non vive nel mondo della scuola, tanta intolleranza sembra assurda. Sembra una innata cattiveria non permettere a chi ha sbagliato di avere una seconda chance nella vita. Ma qui non si tratta di rifarsi una vita, atto in sé più che lecito per tutta l’umanità, qui si tratta di usare due pesi e due misure nel giudicare.
Non si può sospendere un docente per dieci anni dal servizio solo perché la preside del suo liceo Artistico, per ripicca, gli aveva falsificato una certa documentazione sbianchettandola illegalmente. E tralascio di fornire il nominativo di quella preside che, come premio, è andata poi a dirigere il liceo classico più importante di Roma, mentre quel poveretto ha dovuto affrontare dieci anni di battaglie legali per poter essere reinserito nel suo posto di lavoro. Quel docente sospeso dal servizio per dieci anni e Scattone immediatamente reinserito, non solo nelle graduatorie, ma anche immesso in ruolo a pochi passi da casa.
Quindi si ottiene giustizia e pure rapidamente solo se si conoscono le” strade” giuste?
Ecco il pensiero di tanti che, come me, vivono nella scuola da una vita. L’ingiustizia nel valutare i reati e le angherie a cui tanti di noi vengono sottoposti gridano vendetta.
E se Scattone si è sempre dichiarato innocente, magari coprendo il vero colpevole, che gli avrà promesso un reinserimento nel mondo se solo gli faceva il favore di addossarsi la Colpa, sono fatti che non interessano, poiché parte di una trattativa segreta tra lui e quell’altro. Ma di certo se una simile trattativa c’è davvero stata, allora quell’individuo avrà di certo anche il potere per inserirlo in un qualche studio legale o per fargli cambiare professione. Aiutandolo come merita. Senza sollevare mediaticamente inutili vittimismi. Perché Marta Russo è morta e la sua laurea in giurisprudenza non ha avuto la fortuna, come Scattone e il suo avvocato, di prenderla e di farla fruttare. E questo è un dato di fatto inoppugnabile.
11/09/2015
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