di Antonio Simiele – Prima di scrivere questa nota ho atteso che si calmasse l’ennesima ubriacatura di analisi, proposte e promesse, seguita al quadro desolante del Mezzogiorno dipinto dal rapporto Svimez. Essa si ripete, nel tempo, senza mai tradursi in concrete politiche nazionali atte a ridurre il divario tra Nord e Sud.
I meridionali sanno che c’è un cammino, spettante loro, da percorrere ma sulla strada incontrano l’ostacolo di una politica nazionale portatrice di un modello di sviluppo penalizzante per il Sud, cui si affida invece il ruolo di “assistito”. La cosiddetta Seconda Repubblica, a trazione nordista e leghista, ha cavalcato e rafforzato questa politica e gli altri, negli ultimi venti anni, salvo le brevi parentesi di Prodi, non hanno invertito tangibilmente la rotta.
Il governo attuale continua a sottovalutare il tema. Fino ad agosto scorso era un tabù anche parlare di Sud; Renzi lo aveva addirittura rimosso, cancellandolo dalla sua agenda e il ritorno all’ordine del giorno sembra essere dettato più da pragmatismo che non dalla consapevolezza del suo valore strategico.
A molti non appare chiaro che la questione meridionale è, per l’Italia, quella principale. Alla sua soluzione serve il contributo di tutti e tutti dovrebbero avere interesse a darlo, essendo a essa legata la realizzazione di uno sviluppo nazionale equilibrato e duraturo. Senza l’anima del Sud si regredisce. Oggi, poi, in un mondo globalizzato, le sue inimitabili risorse, il turismo, i beni culturali, l’agricoltura, se ben utilizzate, sono le armi principali per fronteggiare la concorrenza mondiale; sono risorse che, con una scuola all’altezza, sono anche la miscela giusta per sconfiggere la criminalità laddove esiste.
Si moltiplicano, invece, provocazioni che incoraggiano storiche divisioni di ostacolo alla trasformazione degli italiani in un unico vero grande popolo. Ha questa impronta, ad esempio, la spocchiata del Presidente del Veneto Zaia che, riferendosi ai ritardi del Sud, dice “E allora mandate noi e dateci carta bianca”, che richiama con raccapriccio la carta bianca al generale Cialdini per la barbara “normalizzazione” del Sud. La stessa cosa si può dire delle stucchevoli narrazioni di un Sud di cicale, sottacendo la depredazione di energie vitali che esso subisce per la forzata emigrazione e saltando pure, a piè pari, il contributo dei tanti meridionali chiamati a fornire le proprie braccia e i propri cervelli al “triangolo industriale”, risultando decisivi a fare dell’Italia una potenza economica mondiale.
Il ricordo della chiusura con cui i meridionali furono allora “accolti” dal Nord, non dissimile da quella riservata a migranti e rifugiati di oggi, ci aiuta, forse, anche a comprendere le radici che alimentano le rozze e primitive posizioni espresse sul tema da Matteo Salvini.
E’ irrilevante stabilire se queste cose si dicano o si facciano per ignoranza o per becero calcolo elettorale; certo, colgono il sentire di tanti cittadini ma fanno un danno enorme. Propugnando queste e simili idee, si alimenta un preoccupante regresso, culturale e più generale, dell’Italia, che sta, purtroppo, iniziando a contaminare anche la multisecolare storia di apertura e accoglienza del Mezzogiorno.
Un esempio esemplificativo e illuminante di questo regresso? Con legge del 1817 e decreto del 1846, il Sud d’Italia così disciplinava l’acquisizione della nazionalità e il diritto di cittadinanza degli stranieri e dei loro figli: Ne hanno diritto gli stranieri artefici di “importanti servizi allo Stato”, che “portano talenti distinti, delle invenzioni o delle industrie utili”; quelli che, “con onesti mezzi di sussistenza”, hanno la residenza per dieci anni, ridotti a cinque se sposati con nazionali; chiunque, “nato nel Regno da cittadini stranieri”, ha diritto di reclamare “la qualità di nazionale, nell’anno susseguente alla di lui maggiore età”. E’ evidente che la legislazione e la discussione di oggi su questo tema rappresentino un deprimente balzo all’indietro.
Lì, 4 settembre 2015
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