vertenzenellacrisi

vertenzenellacrisidi Ignazio Mazzoli – Alessio Porcu, direttore di Teleuniverso, qualche giorno addietro sul suo blog personale ha pubblicato notizie della politica frusinate collegate a quella nazionale che avvalorano la tesi: “chi fa militanza attiva nel Pd frusinate, conta nulla o zero. Tanto le decisioni vengono prese altrove. I congressi sono fatti a tavolino”. Si sapeva già. Nulla di nuovo, non solo per “gli addetti ai lavori”, ma anche per la più gran parte dell’elettorato. Ma nel racconto del direttore di Teleuniverso è proprio questo il punto di rilevante attualità: il rottamatore si è rivelato un rigattiere (dice un mio amico, Valerio Ascenzi che con il suo articolo mi ha suggerito le riflessioni che seguono).
Anche in altre epoche per i partiti di potere accadeva che sempre a Roma decidevano tutto e le controversie locali le risolveva il prefetto di turno come ricorda lo storico Tommaso Baris nel suo bel libro “C’era una volta la DC”. Ma a questo punto ci si chiede: dove starebbe questa benedetta rottamazione tanto sbandierata da Renzi? Partita dall’Arno sembra essersi arenata a Empoli la città che ha dato i natali al tuttofare Luca Lotti. «Gli unici ad esser stati rottamati – oltre ad alcuni nomi scomodi, uno per tutti D’Alema (ma è da vedere fino a che punto) – sono i cittadini e i militanti storici del Pd», quelli provenienti da una cultura vera di sinistra, che hanno creduto nell’idea di dar vita ad un partito nuovo che sapesse ereditare il meglio dei riformismi sociali egualitari e garanti dei diritti dei più, in primo luogo dei più deboli e dei lavoratori, come si erano delineati nella cultura democristiana, socialista e comunista della grande epopea realmente riformista che si è sviluppata dagli anni ’60 agli anni ’80 del secolo scorso. Ingenui e illusi.
«La rottamazione ha riguardato e riguarda chi non si allinea, chi elabora un pensiero con il proprio cervello, chi aveva creduto – spendendo venti euro della tessera – che l’aggettivo “democratico” avesse a che fare con la libertà del popolo, con l’uguaglianza dei diritti». Invece l’unica libertà è quella per un gruppo di dirigenti (sempre più ristretto) di non avere intralci alle proprie decisione preferite.
Da rottamatori a rigattieri: «abbiamo assistito a campagne elettorali per le primarie del Pd, in cui si è gridato contro il vecchio, contro lo stantio, contro le idee da paleolitico e poi, a livello nazionale, abbiamo visto mettere in atto il programma di Berlusconi (scuola, legge elettorale, lavoro ecc. ecc.) con l’aiuto anche di chi con Berlusconi ha condiviso “tante imprese” (Verdini) e l’altro ieri (Alfano e Lorenzin). Forse c’è ancora da chiedere lumi sui reali motivi delle visite di Renzi ad Arcore ancor più dopo le intercettazioni in cui Renzi parla con il comandante della Cdf Adinolfi, confessandogli che a suo avviso “Letta non è capace”. Lui, invece è capace, si, ma di applicare il programma di un altro (Berlusconi) con i voti presi da un altro ancora (Bersani) ma non di far politica». Basta, lasciamo stare, non occorre arrivare anche al “patto del Nazareno”.
Veniamo a noi. «Sui territori, “gattopardescamente”, nulla è cambiato gli eletti sono sempre gli stessi o personaggi a loro molto vicini da anni. È impossibile far emergere una nuova classe politica, vera, preparata su almeno uno o più ambiti culturali e/o tecnici, che non sia terza o quarta linea dei riciclati delle cosiddette prima e seconda repubblica? Ma è mai possibile che i nuovi eletti debbano essere sempre in quota di qualcuno? E pensate che ogni tanto spunta qualcuno che dice di volersi mettere di traverso, ma è sempre qualcuno che viene sostenuto da Roma». Che amarezza!
Il dibattito che è iniziato sul web, grazie alla pubblicazione di Alessio Porcu, rischia di arroventare la già caldissima estate. Purtroppo il nocciolo della questione è sempre uno solo: fra due chi deve essere eletto? Uno che è stato consigliere e assessore regionale, parlamentare europeo e ora presidente dell’Asi di Frosinone, ambisce alla candidatura alla Camera. Alla stessa candidatura ambisce anche uno che è stato sindaco di Ferentino, presidente della Provincia, consigliere e assessore regionale e oggi senatore.
Si può parlare d’altro? Il 31 luglio, ad esempio, i lavoratori senza lavoro dell’Ilva di Patrica avevano indetto un incontro con tutti gli eletti, in ogni dove, di questa provincia, tante promesse di adesione, ma se lì non ci fossero starti alcuni generosi sindaci purtroppo senza mezzi d’intervento, non c’era traccia di chi è sempre e soltanto candidato ad ogni incarico possibile al di là di meriti e di risultati per il territorio (generalmente inesistenti).
Lì c’erano altri disoccupati e le famiglie di disoccupati. Il frusinate e forse gran parte del Lazio hanno oggi bisogno di una forza politica che li rappresenti all’interno di una prospettiva regionale, nazionale ed europea. Non una forza territorialista, ma una forza politica che abbia uno sguardo diverso ed un progetto politico ed economico solidale, disinteressato ed efficiente che parta dai territori per incontrare altre esperienze. Soffermiamoci ancora una volta a guardare la Ciociaria per un attimo. Un comparto industrial e in crisi fortissima, che non riesce a risollevarsi. Famiglie sul lastrico perché uomini e donne sono disoccupati e nessuno li assume a cinquant’anni.
Il dramma è quello di non avere più una prospettiva politica, un rapporto di amore con la propria terra — lottare per restare e restare per lottare — , una forma organizzata di rappresentanza politica a livello regionale e nazionale. C’è un vuoto di leadership nel territorio, una marginalità della classe politica locale che non si era mai verificata prima e che ha, soprattutto, il gravissimo torto, il più grave di tutti, di aver sterilizzato ogni forma di protesta demonizzando la partecipazione e il movimento di massa..

8 agosto 2015

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