
di Giuliano Sera – Carissima redazione invio una piccola raccolta che ho intitolato “La voce degli ultimi” dove cerco di mettere in evidenza la sofferenza di chi affronta uno dei viaggi cosiddetti della speranza…come molti anni fa tanti nostri conoscenti…molti anche oggi, anche da noi, sono costretti ad abbandonare i propri affetti alla ricerca di una speranza…un po’ di attenzione, di rispetto per questo popolo che continua ad affrontare esodi biblici….provo nel mio piccolo a raccontarli.
Vi abbraccio con grande affetto.
Seguono 5 poesie
Kaleb dagli occhi stanchi
Una stazione qualunque
di quelle in cui la gente segue
il ritmo impazzito della vita.
La stessa in cui da giovane
amavo osservare la complessa umanità
che lì trasudava di vita
e di espedienti.
Un ragazzo con gli occhi stanchi,
afflitti dalla fame,
senza speranze,
Kaleb lo chiamo
ma potrebbe chiamarsi Mario o George,
insomma un raggazzo
come tanti,
si avvicina e mi chiede del pane,
ha fame, non solo di pane…
mi lascia correndo
mentre cerco qualcosa da offrirgli,
fosse pure un sorriso.
Raccoglie un portafoglio,
povero quanto lui,
felice lo consegna ad una giovane madre,
carica di figli e di bagagli.
Per Kaleb la felicità
si misura con la capacità di rendere felici
gli altri.
Quanta lezione in questo
semplice gesto.
Quanta commozione nell’asoltarne
il racconto.
Quanti Kaleb
attorno a noi !
Occhi grandi
Occhi che parlano
occhi che sorridono
occhi grandi come un lago
occhi in cui ti ci puoi specchiare
occhi che sognano
occhi che piangono
…i miei.
Il vento arriva
Il vento arriva,
da miglia e miglia lontano,
da vite e vite fa.
Porta con sé il profumo
del mare,
voci lontane di gente
che lavora con le mani
segnate dalla dura vita.
Il vento arriva,
e porta con sé voci
di donne al mercato.
Voci di un popolo antico
che non si rassegna.
Il vento arriva,
arriva dai monti imbiancati
come a mano a mano i miei capelli,
e porta i profumi della neve fresca,
degli animali del bosco,
delle foglie ingiallite
e del fumo dei camini.
Il vento arriva,
da lontano nel tempo,
e porta con sé la voce e il pianto
di un bimbo
che vorrei non fossi io.
Il vento arriva,
io cerco invano,
di fermarne la corsa.
Mani
Mani scolpite
dal tempo e dalla fatica.
Mani dure
come la vita, trafitte
dal duro lavoro.
Mani pronte a dare
senza nulla chiedere ,
tanto nulla verrà mai dato.
Mani che scavano
nella terra matrigna
senza che nulla si trovi.
Saperlo e scavare lo stesso.
Mani tremanti
che aspettano le tue,
come nel deserto si cerca l’acqua,
invano.
Mani, mille mani,
nere come la fame,
tese in cerca di aiuto,
di bimbi, di donne, di madri
senza speranze.
Queste le mani che la sera
non mi lasciano dormire
e che mi fanno compagnia
nella vita.
La voce degli ultimi
C’è un popolo senza voce,
che la storia si è impegnata
a rendere trasparente,
etereo e senza passato
essendo privo di presente
ma soprattutto di futuro.
C’è un popolo senza voce
che da secoli varca monti e mari
in cerca di se stesso.
Contro tutto e tutti.
C’è un popolo senza voce
che parla con gesti,
che rifiutiamo di comprendere.
C’è un popolo senza voce
che vorrei essere capace
di ascoltare
e che mi rende triste e avvilito
non riuscire a capire.
C’è un popolo senza voce
che con forza insperata
porta con dignità la Croce,
ed io in ginocchio
chiedo perdono.
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