segnalato il 1 maggio 2015 da Fausto Pellecchia – E’ la traduzione di un breve estratto della nota di Frédéric Lordon “La gauche ne peut pas mourir” (settembre 2014). I rimandi di Lordon alla situazione francese e al partito di Hollande sono facilmente trasferibili alla situazione italiana e alla svolta “liberista” del Partito Democratico di Renzi.
«Nel dibattito pubblico, circolano sciocchezze che sono altrettanti veleni. Tra tutte le compiacenti lamentazioni rilasciate dalla coorte di esperti e di editorialisti, la più tossica è senza dubbio quella che annuncia con una gravità profetica la fine delle categorie «destra» e «sinistra» e il superamento definitivo della loro antinomia politica. Non si è sottolineata abbastanza la sconcertante prossimità formale, e la collusione oggettiva, del «né destra né sinistra» dell’estrema destra e del «superamento della destra e della sinistra» («che non vogliono dire più niente») dell’estremismo di centro.
Sorprendente ironia che vuole che si pensi identicamente nell’orto e nella palude, la seconda perseguendo il suo fantasma di riconciliazione unanimista sotto il primato dell’identità nazionale eterna, il primo sotto l’egida del cerchio della ragione gestionaria in quanto promuove «necessariamente» l’accordo generale – e ci vorrà senza dubbio ancora un po’ di tempo perché il commentario mediatico, che difende con accanimento questa unanimità, prenda coscienza di ciò che ha formalmente in comune con quelli che difendono l’altra.
Passa allora un primo ministro che vaticina che «sì, la sinistra può morire», tradendo visibilmente nella forma di una fosca predizione il suo stesso fosco progetto, e la causa sembra sottintesa. A maggior ragione quando ne seguono il passo alcuni intellettuali: «La sinistra è già morta; ciò che le sopravvive è tanto patetico quanto parodistico; e se ci occupassimo d’altro?» dichiara Régis Debray. Ma si tratta di due errori in una medesima frase: l’uno che confonde la sinistra, come categoria politica generale, con le sue miserabili realizzazioni partitiche, l’altro, che, parafrasando, dovrebbe rimettersi in testa che se tu non ti occupi della sinistra, è la destra che si occuperà di te.
C’è comunque di che stupirsi che «sinistra» venga così implicitamente ribaltata in «Partito socialista», partito per il quale ora è stabilmente acquisito che non ha più nulla che non sia di destra. E se è vero che quest’ultimo può morire – si potrebbe anche dire: se è auspicabile che muoia- , la sinistra, come tale, è d’un’altra stoffa e, perciò, è dotata di un’altra longevità. Essa infatti è un’idea. Eguaglianza e democrazia autentica, ecco l’idea che costituisce la sinistra. E bisogna essere ciechi, intossicati o anche depressi per lasciarsi andare a credere che questa idea sia sorpassata: non soltanto non ha finito di produrre i suoi effetti, ma in verità ha appena cominciato. In breve, essa deve ancora essere immessa nella realtà.
Ristabilire la polarità destra-sinistra, contro il veleno della denegazione, presuppone quindi di rimettere in chiaro che cosa significhi «sinistra» per circostanziare con maggiore precisione l’idea che essa rappresenta nell’epoca del capitalismo mondializzato.
Tale circostanza si riassume in un enunciato abbastanza semplice: eguaglianza e democrazia autentica non possono essere realizzate quando la società è abbandonata all’impresa senza limiti del capitale – inteso sia come logica sociale che come gruppo d’interessi.
Che il capitale miri all’impresa totale, discende dal processo stesso dell’accumulazione, la cui natura è di essere indefinita. Nessun limite entra nel suo concetto – e questo significa che le uniche frontiere che suscettibile di incontrare gli vengono dall’esterno: sotto forma di esaurimento delle risorse naturali o di opposizione politica. Senza di che il processo è votato a proliferare come un cancro, sviluppo mostruoso che si opera sia in intensità che in estensione. In intensità, attraverso lo sforzo della produttività senza fine. In estensione, mediante l’invasione di nuovi territori, aree geografiche finora intatte, così come, dopo l’Asia, è l’Africa che attende il suo turno, ma anche i domini sempre più vasti della commercializzazione.
Rifiutare la sovranità del capitale, non lasciarlo regnare
Il capitale, sia come logica generale e sia come gruppo sociale, è una potenza. È proprio di una potenza il proseguire indefinitamente il suo slancio affermativo fino a che non incontri una potenza più forte e opposta che la determini in senso contrario – e la tenga sotto controllo. Per questo, in assenza di ogni opposizione significativa, non c’è dubbio che il capitale non abbia di mira nient’altro che il dominio sistematico dell’intera società- nella forma di una tirannia certamente dolce, zuccherata con il consumo e il divertimento, ma comunque una tirannia.
Ciò posto, se ne deduce facilmente che cosa sia la sinistra. La sinistra è una situazione in rapporto al capitale. Essere di sinistra significa situarsi in un certo modo nei confronti del capitale. E più esattamente in una maniera che, avendo posto l’idea di eguaglianza e di democrazia autentica, avendo riconosciuto che il capitale è una tirannia potenziale e che l’idea non ha alcuna possibilità di realizzarsi in esso, ne trae la conseguenza che la sua politica consiste nel rifiuto della sovranità del capitale. Non lasciar regnare il capitale: ecco cosa significa essere di sinistra.
Gli avvenimenti aperti dalla crisi finanziaria del 2007-2008 offrono una illustrazione particolarmente eloquente di questo modo di porre il problema, reperibile secondo una pluralità di istanze: le banche, «il patto di stabilità», cassa integrazione. In ciascuna di queste occasioni, si può scorgere il fondo del capitale, cioè il suo progetto di impresa totale sulla società, la sua maniera di subordinarla interamente a sé – e, per simmetria, in cosa consista essere di sinistra.
Per quanto legittimo, il sentimento di scandalo prodotto dal salvataggio delle banche nel 2009 era mal posto. Non è in sé scandaloso il fatto che si sia dovuto salvare le banche : è piuttosto che siano state salvate senza la minima contropartita, dotandole di un implicito assegno in bianco affinché riprendessero bonariamente i loro (piccoli) grandi traffici.
Bisognava certo salvare le banche, a meno di non distruggere noi stessi; perché le banche occupano una posizione tale nella struttura sociale del capitalismo che la loro caduta generalizzata, abbattendo non solo tutto il sistema del credito, ma soprattutto il sistema dei pagamenti, e volatilizzando tutte le riscossioni monetarie del pubblico, era destinata in pochi giorni a trascinare nell’abisso la totalità della produzione e degli scambi – cioè a ricondurci nell’equivalente economico dello stato di natura.
Tuttavia, la conclusione da trarre da questo stato di fatto non era pertanto che bisognava accontentarsi di salvare le banche, arrivederci e grazie. Ma che piuttosto, dopo averle tratte fuori dal baratro, e noi con loro, non era più possibile lasciar ad esse la possibilità di rischiare di trascinarvici nuovamente. In altri termini, se si fa veramente l’analisi del fatto che le banche occupano nella struttura d’insieme del capitalismo questa posizione nevralgica in virtù della quale i loro eccessi espongono sistemanticamente la società all’alternativa di recuperare i loro debiti o di morire con loro, ne consegue: in primo luogo, la qualificazione adeguata di questo stato di fatto come presa d’ostaggio strutturale; in secondo luogo, una risposta di sinistra che, vedendo questo effetto insanabile delle strutture, concludesse che bisogna imperativamente cambiare le strutture.
Se, infatti, la cattura – della società nella sua interezza – è resa inevitabile nella configurazione attuale della banca-finanza, non si può più tollerare di abbandonare il finanziamento dell’economia al capitale finanziario privato e alle sue incoercibili tendenze all’abuso. Al salvataggio del 2009, non vi poteva dunque essere contropartita minore della de-privatizzazione integrale del sistema bancario, dapprima nella forma di una nazionalizzazione, poi della sua socializzazione- per tenervi a distanza i sequestratori di ostaggi. […]
Il capitale prende in ostaggio i salariati individualmente, perché la vendita della forza lavoro è la sola soluzione praticabile in un’economia con una divisione del lavoro in cui nessuno può provvedere ai requisiti della sua riproduzione materiale al di fuori dello scambio di merci. Quando l’accesso alla moneta è il punto di passaggio obbligato per la mera sopravvivenza, e questo accesso non è possibile che sotto forma di salario, appare che al fondo della condizione del salariato c’è una pistola sulla tempia. E se accade che i salariati lo dimentichino al punto che una simile presentazione sembrerebbe loro troppo oltranzista, dal momento che il capitalismo si è premurato di arricchire le loro esistenze laboriose di affetti gioiosi – quelli estrinseci, del consumo, e quelli intrinseci, della «realizzazione di sé» nel lavoro – se dunque succede che essi lo dimentichino , succede anche che essi brutalmente se ne ricordino, quando cadono le maschere e la vessazione, o il licenziamento, si impone brutalmente.
Ma il capitale prende in ostaggio i salariati anche collettivamente, in quanto per la sua posizione nella società economica, appartiene a lui l’iniziativa della produzione, del lancio di progetti e dell’investimento – per il quale può benissimo decidere lo «sciopero» allorché, dopo aver dichiarato «alle mie condizioni, o non se ne fa nulla» ritenga che non sono ancora chiaramente accolti i suoi desiderata. Ed è vero! Il posto del capitale lo autorizza a questo genere di rapporti con la società nel suo insieme, rapporto di forze che costringe quest’ultima a conformarsi potenzialmente a tutte le sue esigenze – «o altrimenti, me ne vado». Perché ora è questo il fondo del discorso che il capitale tiene alla società, a maggior ragione all’epoca della mondializzazione, che gli ha aperto le più vaste possibilità di dislocazione e di arbitrato strategico. «Che si abbassino le tasse, o me ne vado»; «che si introduca flessibilità nel mercato del lavoro, o me ne vado»; «che mi si lasci pagare ciò che voglio in dividendi agli uni e in stock-options agli altri, o me ne vado»
Detentore di fatto degli interessi materiali di tutta la società, di cui regola mediante le sue iniziative le condizioni di prosperità o di pauperizzazione, come potrebbe il capitale privato, potenza senza freni, non abusarne per espandersi senza fine, sotto la minaccia di bloccare l’economia, e ciò tanto più, quanto più trova dinanzi a se soltanto governanti pronti ad accordagli tutto?
Inutile cercare qualcosa come un termine ragionevole alla rivendicazione del capitale che, una volta ottenuto il risultato, non rinascesse ulteriormente e si rimettesse onestamente al lavoro: non ce n’è, come è vero che illimitato vuol dire senza limite. Lo attesta l’interminabile lista di ciò che il capitale ha guadagnato da trent’anni a questa parte – ed anche la prodigiosa accelerazione dei suoi guadagni proprio nel momento del suo fallimento storico ! E nel momento in cui una cosa che osa ancora chiamarsi «sinistra» è al potere.
Giacché, al termine dell’analisi precedente, essere di sinistra significa precisamente rifiutarsi di farsi prendere in questo ricatto cronico, cioè trasformare le strutture che armano questo ricatto e determinano la posizione di forza del capitale nella società, ipotizzando ad esempio: 1. la restrizione delle mobilità che gli offrono la sua latitudine strategica (delocalizzazioni, movimenti di capitale, impianto delle sedi, accesso a zone offshore); 2. Limitazione del tributo azionario mediante un’imposta specifica, che imponga un tetto alla remunerazione totale degli azionisti; 3. la definanziarizzazione dell’economia, da un lato chiudendo la Borsa, e poi cercando, nel modo della re-comune (Per derivazione analogica dalla “repubblica”, res pubblica, la re-comune, la cosa comune a un collettivo, di cui, per conseguenza, tutti i membri del collettivo hanno diritto di decidere. Un collettivo di produzione, per esempio, un’impresa, è in sé una “recomune” . Recomune è dunque il nome dell’ingresso del principio democratico nella vita economica. ) la destituzione della proprietà finanziari come principio di comando della produzione; 4. un protezionismo ragionato che segni un punto d’arresto alla concorrenza selvaggia non solo dei salariati ma delle forme di vita, ecc.
Contestare la sovranità del capitale, significa altresì ricondurlo alle responsabilità dei torti che causa alla collettività e che esso vorrebbe completamente ignorare. Si tratta di torti che non hanno nulla di circostanziale, ma partecipano della sua natura profonda come forza di rimessa in movimento permanente di tutta la divisione del lavoro, cioè di distruzione e di declassamento come anche di innovazione. Marx ed Engels alla loro epoca non avevano mancato di osservare che «il rivoluzionamento continuo della produzione, il sommovimento ininterrotto di tutte le categorie sociali, l’insicurezza e il moto perpetuo distinguono l’epoca della borghesia da tutte quelle che l’hanno preceduta» (Manifesto del Partito comunista).
Niente può premunire ex ante contro i disastri di una specie di processo di transizione permamente, questo ossimoro tipico del capitalismo stesso; e, supponendo che i benefici di ciò che esso compulsa finiscano per arrivare, non arrivano mai abbastanza presto per compensare in tempo reale le distruzioni che, al contrario, da parte loro, non aspettano di materializzarsi.»